Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Caporale Sabrina - 2014-03-10

OMESSO VERSAMENTO DELLACCONTO IVA: GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DEL REATO–Cass. n. 10813/2014–S. CAPORALE.

Condannato alla pena di mesi 4 di reclusione in ordine al reato ascritto di cui all"art. 10 ter D.L.vo 74/2000, l"uomo che, nella qualità di legale rappresentante di una società a responsabilità limitata, ometteva il versamento dell'acconto iva per l'ammontare di Euro 110.909,00, per il periodo d'imposta 2006. Egli proponeva così ricorso per Cassazione.

Due, nella specie i motivi di impugnazione avanzatii.

In primo luogo, l"erronea applicazione della norma incriminatrice di cui all'art. 10 ter D. L.vo 74/2000. Deduce, infatti, la difesa la carenza dell'elemento soggettivo del reato. "La Corte avrebbe, erroneamente, ritenuto esistente la volontà [dell"imputato] di non versare le imposte". Il mancato versamento, invece, - a detta del ricorrente - sarebbe dipeso dalla mancanza di mezzi finanziari: l"imputato si sarebbe trovato nell'oggettiva impossibilità di adempiere. Tale circostanza – afferma - impedirebbe di ritenere integrato il reato previsto dall'art. 10 ter D.L.vo 74/2000".

Secondo motivo di impugnazione, l"erronea applicazione delle norme di cui all'art. 53 L. 689/81 e all'art. 133 cod. pen. La Corte avrebbe, da una parte, ritenuto sussistenti le condizioni di meritevolezza per la concessione del beneficio della non menzione di cui all'art. 175 cod. proc. pen., dall"altra avrebbe, poi, ritenuto di non operare la richiesta di sostituzione della pena detentiva in pena pecuniaria in considerazione della "entità delle somme evase". Orbene, - afferma – "posto i criteri cui i giudici debbono fare riferimento ai fini della concessione di entrambi i benefici sono gli stessi, ossia quelli previsti dall'art. 133 cod. proc. pen., la mancata concessione della sostituzione della pena detentiva sarebbe contraddittoria rispetto alla concessione del beneficio della non menzione".

L"intervento della Cassazione.

Preliminare attenzione, i giudici della Corte, rivolgono al reato di omesso versamento di ritenute certificate. Ebbene, "a norma dell'art. 10ter del D.Lgs. n. 74 del 2000, inserito con l'art. 35 co. 7 del D.L. 4 luglio del 2006, convertito con modificazioni nella L. 4 agosto del 2006, la sanzione prevista dall'art. 10 bis per il citato delitto si applica anche a chiunque non versi l'imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, entro il termine per il versamento dell'acconto relativo al periodo d'imposta successivo".

Pertanto, - aggiunge – «con l'intervento legislativo del luglio 2006 è stata, introdotta una nuova fattispecie criminosa, diretta a sanzionare l'omesso versamento dell'IVA in base alle risultanze della dichiarazione annuale, cui è stata estesa la sanzione penale prevista per il delitto di omesso versamento di ritenute certificate dal precedente art. 10 bis, in forza del quale è punito "con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto d'imposta ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti,per un ammontare superiore a cinquantamila Euro per cia-scun periodo d'imposta"».

Ciò detto, va altresì osservato che «il momento consumativo del reato è individuato alla scadenza del termine previsto per il versamento dell'acconto relativo al periodo d'imposta successivo. Tale termine è fissato dalla L. n. 405 del 1990, art. 6, comma 2, al 27 dicembre».

Ne discende, che «per la consumazione del reato non è sufficiente un qualsiasi ritardo nel versamento rispetto alla scadenze previste, ma occorre che l'omissione del versamento dell'imposta dovuta in base alla dichiarazione si protragga fino al 27 dicembre dell'anno successivo al periodo d'imposta di riferimento. Nella fattispecie al 27 dicembre del 2006.

Condivisibilmente è stato, poi, precisato che in tema di omesso versamento IVA, il reato omissivo a carattere istantaneo previsto dall'art. 10 ter d.lgs 10 marzo 2000, n. 74 consiste nel mancato versamento all'erario delle somme dovute sulla base della dichiarazione annuale che, tranne i casi di applicabilità del regime di "IVA per cassa", è ordinariamente svincolato dalla effettiva riscossione delle somme-corrispettivo relative alle prestazioni effettuate (Sez. Unite, n. 37424 del 28.3.2013; sez. 3, n. 19099 del 6.3.2013)».

Ora, se tutto quanto affermato è vero, - dichiarano i giudici della Corte – è altresì vero che il primo motivo di ricorso appare infondato!

Sul punto, va richiamata la recente pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione, la n. 37424 del 28.3.2013, la quali ha precisato che il reato in esame è punibile a titolo di dolo generico.

Ciononostante, «molte delle condotte penalmente sanzionate dal d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, - osserva la Corte - richiedono che il comportamento illecito sia dettato dallo scopo specifico di evadere le imposte, questa specifica direzione della volontà illecita non emerge in alcun modo dal testo dell'art. 10 ter d.lgs. n. 74 del 2000. Per la commissione del reato, basta, dunque, la coscienza e volontà di non versare all'Erario le ritenute effettuate nel periodo considerato. Tale coscienza e volontà deve investire anche la soglia di Euro cinquantamila, che è un elemento costitutivo del fatto, contribuendo a definirne il disvalore». La prova del dolo - hanno condivisibilmente affermato le SS.UU. nella sentenza 37424/13 - è insita in genere nella presentazione della dichiarazione annuale, dalla quale emerge quanto è dovuto a titolo di imposta, e che deve, quindi, essere saldato o almeno contenuto non oltre la soglia di Euro cinquantamila, entro il termine lungo previsto».

"Nel caso in esame siamo pacificamente al di sopra di tale soglia essendo stato omesso un versamento di Euro 110.909, ma la difesa assume a sua giustificazione la crisi economica e di liquidità".

Ebbene, anche sul punto nulla quaestio in ordine al profilo di illegittimità della condotta suddetta. Le Sezioni Unite, infatti, scrivono, nella citata sentenza che "Non può (…) essere invocata, per escludere la colpevolezza, la crisi di liquidità del soggetto attivo al momento della scadenza del termine lungo, ove non si dimostri che la stessa non dipenda dalla scelta (protrattasi, in sede di prima applicazione della norma, nella seconda metà del 2006) di non far debitamente fronte alla esigenza predetta (per l'esclusione del rilievo scriminante di impreviste difficoltà economiche in sé considerate v., in riferimento alla parallela norma dell'art. 10-bis, Sez. 3, n. 10120 del 01/12/2010, dep. 2011, Provenzale)".

In altre parole, «il ricorrente che voglia giovarsi in concreto di tale esimente, evidentemente riconducibile alla forza maggiore, dovrà dare prova che non gli sia stato altrimenti possibile reperire le risorse necessarie a consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, atte a consentirgli di recuperare la necessaria liquidità, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e a lui non imputabili (Cass. 5467/14). Cosa, che nel caso in esame non è stato fatto.

Nessun dubbio, dunque in ordine alla infondatezza del ricorso!



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