Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Bernicchi Francesco Maria - 2016-06-10

Omicidio stradale, principio di affidamento e prevedibilità in concreto - Cass. Pen. 21581/16 - F.M. Bernicchi

Il principio dell'affidamento nel delitto colposo (nello specifico campo della circolazione stradale) trova un opportuno temperamento nell'opposto principio, secondo cui il soggetto agente è responsabile anche del comportamento imprudente altrui, purché rientri nel limite della prevedibilità da valutare in concreto e non in astratto.

Si prende in esame una recentissima sentenza della Corte di Cassazione penale sez. IV, 06/05/2016, (ud. 06/05/2016, dep.24/05/2016),  n. 21581 relativa al tema del principio di affidamento nella condotta colposa del soggetto agente e il concetto di prevedibilità in concreto.

Il fatto, in breve: la Corte d'appello di Lecce con sentenza del Febbraio 2015 confermava la condanna a un anno di reclusione e alle statuizioni civili ritenute di giustizia emessa a carico di P. L in ordine al reato previsto e punito dall'art. 589 c.p., comma 2,.

L'imputato era stato condannato perché responsabile di un incidente stradale costato la vita a Q.C.. In particolare il soggetto, attuale ricorrente in Cassazione, non aveva concesso la giusta precedenza alla vittima che, andando a forte velocità, veniva sbalzata dal motociclo e andava incontro alla morte.

A P.L. veniva, infatti, contestata la violazione degli artt. 145 e 154 C.d.S., per avere omesso di procedere alla manovra di svolta con la dovuta prudenza e di dare precedenza alla moto del Q., e per avere altresì omesso di eseguire la detta manovra in prossimità del centro dell'intersezione e a sinistra di questo, e in modo da non creare pericolo per gli altri utenti della strada.

Queste violazioni, naturalier, secondo la ricostruzione dell'episodio accolta dalla Corte di merito, cagionavano il sinistro e la conseguente morte di Q.C.

Propongono ricorso i difensori dell'imputato adducendo tre motivi di doglianza, ma per quel che maggiormente ci interessa, analizziamo il secondo motivo di ricorso.

Si lamenta, infatti, vizio di motivazione in ordine al fatto che il percorso motivazionale seguito dalla Corte territoriale, nella parte relativa al c.d. principio d'affidamento, sarebbe estrapolato, senza un'autonoma rielaborazione, dalla sentenza in data 4 dicembre 2009 n. 46741 della 4 Sezione della Corte di Cassazione.

In particolare alcune parti della sentenza citata sarebbero state favorevoli al reo perché narravano di condizioni umane e ambientali (ora notturna, presenza di alberatura che copriva in buona parte la visuale, altre autovetture parcheggiate sulla corsia in cui la P. doveva immettersi, scarsa illuminazione artificiale, velocità elevatissima, fari spenti) che potevano benissimo inserirsi, nella serie causale, come elemento eziologico sopravvenuto di per sé sufficiente a determinare l'evento. In sostanza, nelle dette condizioni, per la P. era impossibile accorgersi del sopraggiungere della moto condotta dal Q. e non le si poteva chiedere di prevedere anche un comportamento del tutto anomalo come quello della vittima.

I giudici di Piazza Cavour ritengono il secondo motivo di ricorso, con riferimento al c.d. principio d'affidamento e alla ritenuta interruzione del nesso causale tra la condotta della ricorrente e l'evento, per effetto del comportamento del motociclista Q., fondato.

I rilievi critici che in proposito vanno mossi alla decisione della Corte di merito attengono in particolare a due questioni, ambedue di non poco rilievo ai fini della puntuale ricostruzione dei fatti e delle responsabilità: ossia quella relativa alla valutazione della circostanza riferita dal teste Pa., secondo il quale il Q. viaggiava a fari spenti; e quella attinente alla visibilità e all'illuminazione pubblica dei luoghi ove avvenne il sinistro, definite come "scarse" dal teste.

Tanto premesso, è ormai consolidato l'orientamento della Corte di legittimità secondo il quale il principio dell'affidamento, nello specifico campo della circolazione stradale, trova un opportuno temperamento nell'opposto principio, secondo cui l'utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui, purché rientri nel limite della prevedibilità (in epoca recente, per tutte, vds. Sez. 4, n. 8090 del 15/11/2013, dep. 2014, Saporito, Rv. 259277).

Tale prevedibilità dev'essere però valutata non già in astratto, ma in concreto: ad affermarlo è proprio la giurisprudenza richiamata nella sentenza impugnata (Sez. 4, n. 46741 del 08/10/2009, Minunno, Rv. 245663).

Il criterio della prevedibilità in concreto si sostanzia nell'assunto che la prevedibilità vale non solo a definire in astratto la conformazione del rischio cautelato dalla norma, ma anche va ragguagliata alle diverse classi di agenti modello ed a tutte le specifiche contingenze del caso concreto (Sez. U., n. 38343 del 24/04/2014, Espenhahn e altri, non massimata sul punto).

Inoltre, considerato che le regole di cautela che nel caso di specie si assumono violate si presentano come regole "elastiche", che indicano, cioè, un comportamento determinabile in base a circostanze contingenti, è comunque necessario che l'imputazione soggettiva dell'evento avvenga attraverso un apprezzamento della concreta prevedibilità ed evitabilità dell'esito antigiuridico da parte dall'agente modello (Sez. 4, n. 37606 del 06/07/2007, Rinaldi, Rv.237050).

Tali richiami giurisprudenziali, riportati al caso che ci occupa, pongono il problema della concreta prevedibilità ed evitabilità nelle condizioni date, da parte della ricorrente, dello sviluppo antigiuridico della sua condotta, anche in considerazione del fatto che la valutazione in concreto della prevedibilità non può, nella specie, prescindere dal fatto, pacificamente acclarato, che la vittima percorreva in orario notturno un'arteria urbana a 100 - 110 chilometri l'ora. A una velocità più che doppia rispetto a quella consentita e sicuramente tale da rendere meno prevedibile, per gli altri utenti della strada, l'avvicinamento di un motociclo; ciò, com'è agevole comprendere, assumerebbe rilievo ancor più evidente nel caso in cui fosse accertato che il Q. procedeva a fari spenti e che la visibilità era effettivamente scarsa.

Si manifesta perciò l'esigenza che, nella ricostruzione dell'accaduto, sia compiutamente chiarito l'aspetto della concreta possibilità, per la P., di avvistare il sopraggiungere del motociclo condotto dal Q., alla luce delle circostanze emerse dalle deposizioni dei testi Pa. e C., in ordine alle quali la motivazione resa dalla Corte leccese si appalesa carente.

Tali le ragioni per le quali la sentenza impugnata va annullata con rinvio alla Corte d'appello di Lecce per nuovo giudizio, nel quale dovrà procedersi a nuova valutazione dei punti sopra richiamati.

Detto provvedimento e i principi in esso contenuti sono ancora più rilevanti visto l'ingresso nel nostro ordinamento del c.d. "omicidio stradale".



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