Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2015-02-03

ORINA SUL MURO... NESSUNA RESPONSABILITA' PENALE PER IL PROPRIETARIO DEL CANE - Trib. Firenze, 15.4.13 - A.G.

Un uomo era giudicato davanti a un Giudice di pace penale perchè accusato di aver consentito al proprio cane di orinare sulla facciata di un edificio dichiarato di notevole interesse storico architettonico. Il giudice condannava l'imputato per il delitto di deturpamento e imbrattamento di cose altrui.

Ricorreva, pertanto, davanti alla Tribunale evidenziando che "il muro non era in buono stato di manutenzione e la qualità dell'immobile non era portata a conoscenza dei proprietari dei cani ed inoltre l'imputato portava sempre con sé una bottiglietta di acqua per ripulire l'orina rilasciata dal cane", sottolineando che questo è un atteggiamento contrario a chi dolosamente intende imbrattare un muro. Sempre dal punto di vista soggettivo, si rilevava che che è ben difficile che il padrone di un cane possa "condurre l'animale ad orinare su un determinato muro come espressione della sua coscienza e volontà di commettere un reato, in quanto si tratta di un comportamento dell'animale che né il padrone, né lo stesso cane, erano in grado di controllare".

Il giudice adito in appello dà ragione al proprietario del cane.

Il dolo richiesto dalla norma incriminatrice non era provato, non essendo emersi elementi da cui desumere che il tra proprietario del muro e il proprietario del cane vi fossero motivi di astio e di rancore, tali da indurre alla condotta addebitata. Anzi, è la stessa persona offesa che - seppure si sia costituita parte civile - aveva dichiarato che l'imputato si era prontamente preoccupato di ripulire la parte del muro versando dell'acqua. Tale circostanza è da valorizzare in quanto è del tutto incompatibile con la volontà dell'imputato di imbrattare il muro "per mezzo" del proprio cane. Parimenti il giudice rileva che è inverosimile che l'umano abbia potuto orientare l'animale verso il muro in quanto questo era spinto da un istinto fisiologico che prescinde dalla condotta umana.

Oltre ad essere carente l'elemento soggettivo, il giudice aggiunge che carente era la prova anche dell'effettivo imbrattamento del muro, in quanto già piuttosto malandato. Di qui l'assoluzione con formula piena "perchè il fatto non costituisce reato".

Trib. Firenze Sez. I, Sent., 15-04-2013

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI FIRENZE

PRIMA SEZIONE PENALE

IN COMPOSIZIONE MONOCRATICA

Il Tribunale di Firenze in composizione monocratica nella persona del giudice, dott. ssa MATTIA MARIA DOLORES LIMONGI ha pronunciato la seguente

Sentenza in grado di appello al Giudice di Pace

nei confronti di

N.M. nato (...) a F. ed ivi res. Via C. 20; difeso di fiducia dall'avv. A. Benvenuti del foro di Firenze; contumace

IMPUTATO

Del delitto di cui all'art. 639 comma 2 c.p. per avere, permettendo al proprio cane di orinare sulla facciata di un edificio dichiarato di notevole interesse storico architettonico posto in via Maggio 9 con facciata laterale su via dei Velluti, imbrattato il predetto edificio di proprietà di R.D.T.G..

Commesso in Firenze il 6\12\2007.

Imputazione ex art. 17 comma 4 DLvo 274\2000.

Con atto depositato in data 25.2.2011, il difensore di N.M. proponeva appello avverso la sentenza n. 1058/2010, emessa in data 30.11.2010 con la quale il Giudice di Pace di Firenze, nel procedimento penale n. 934/2008 R.N.R., condannava N.M. alla pena di Euro. 500,00 di multa per il reato di cui all'art. 639 co. 2 c.p., nonché al risarcimento dei danni in favore di R.D.T.G., quantificati in complessivi Euro. 300,00.

Affermava l'appellante:

- che il fatto era punito con sanzione amministrativa per espressa previsione del regolamento del comune di Firenze, per cui essendo previsto dalla norma speciale non poteva esser considerato reato;

- che siccome il muro dell'edificio era già vecchio e malandato, per come affermato in sentenza e per come risulta anche dall'annotazione di P.G. acquisita al fascicolo del dibattimento, difficilmente poteva esser stato imbrattato secondo il concetto della condotta che il codice vuole punire;

- che lo stesso giudice di primo grado dava atto che subito dopo che il cane aveva orinato, l'imputato gettava acqua sul muro per ripulirlo;

- che il dolo della condotta appariva escluso dal fatto che il muro non era in buono stato di manutenzione e la qualità dell'immobile non era portata a conoscenza dei proprietari dei cani ed inoltre l'imputato portava sempre con sé una bottiglietta di acqua per ripulire l'orina rilasciata dal cane, atteggiamento questo contrario a chi dolosamente intende imbrattare un muro;

- che appariva assolutamente difficile che il padrone di un cane potesse condurre l'animale ad orinare su un determinato muro come espressione della sua coscienza e volontà di commettere un reato, in quanto si tratta di un comportamento dell'animale che né il padrone, né lo stesso cane, erano in grado di controllare;

- che il proprietario dell'edificio non aveva subito alcun danno, avendo dichiarato di non aver dovuto sostenere alcuna spesa per quanto accaduto, pur lamentando di dover rifare il muro;

- che in caso di assoluzione, il querelante doveva essere condannato ai sensi dell'art. 542 c.p.;

- che in caso di conferma della sentenza di primo grado, la pena inflitta doveva essere ridotta ai sensi dell'art. 62 n. 4 c.p..

Il difensore concludeva chiedendo in tesi l'assoluzione dell'imputato, con applicazione dell'art. 542 c.p.p., in ipotesi una diminuzione della condanna inflitta dal giudice di pace ed in ogni caso l'annullamento delle disposizioni civili contenute nella sentenza di primo grado.

All'udienza del 15.2.2013, assente l'imputato, presente il difensore della parte civile, il giudice faceva una breve relazione della causa. Le parti discutevano il processo ed il giudice, ritiratosi in camera di consiglio, emetteva contestuale dispositivo, di cui dava lettura in udienza.

L'appello proposto dall'imputato risultato fondato e pertanto merita accoglimento.

Preliminarmente va disattesa la tesi difensiva, secondo cui il fatto è punito con sanzione amministrativa per espressa previsione del regolamento del Comune di Firenze, per cui non poteva essere considerato reato.

Infatti è vero che il Regolamento Comunale sulla tutela degli animali adottato dal Comune di Firenze all'art. 25 prevede l'obbligo per i proprietari e i detentori di cani di provvedere alla rimozione degli escrementi lasciati dai loro animali sul suolo pubblico ed in caso di violazione di tale obbligo all'art. 36 prevede l'applicazione una sanzione amministrativa. Tuttavia occorre rilevare che la norma delimita l'ambito di tale obbligo al suolo pubblico ed in ogni caso fa salva l'eventuale responsabilità penale. Nella specie non viene in considerazione un suolo pubblico, ma il muro di un palazzo di proprietà privata, per cui non si applica l'art. 36 citato che, si ricordi, in ogni caso fa salva l'applicazione della norma penale.

Ebbene dall'istruttoria svolta nel corso del giudizio di primo grado è risultato provato che il cane di proprietà dell'odierno imputato abbia orinato sul muro della facciata dell'edificio di proprietà di R.D.T.G., edificio dichiarato di notevole interesse architettonico e lo abbia momentaneamente macchiato.

Tuttavia va osservato che il reato contestato all'imputato (art. 639 co. 2 c.p.) è un delitto, per la cui configurabilità è richiesta la sussistenza del dolo anche generico.

Nella fattispecie in esame non è risultata provata la sussistenza del dolo. Invero non sono emersi elementi da cui desumere che tra il N. ed il proprietario dell'edificio vi fossero motivi di astio e di rancore, tali da indurre il N. a tenere la condotta a lui ascritta in rubrica. Oltretutto è la stessa persona offesa che dichiara che il N., dopo che il cane aveva orinato, si era preoccupato di ripulire la parte del muro imbrattata, versandovi dell'acqua, circostanza questa incompatibile con la volontà di imbrattare il muro. A ciò va aggiunto che è del tutto inverosimile che il N. abbia indotto il suo animale a sporcare il muro con l'orina, in quanto da un lato è emerso pacificamente che l'imputato aveva con sé una bottiglietta ed ha usato il liquido ivi contenuto per pulire il muro ed inoltre viene in considerazione un istinto fisiologico del cane che il suo padrone non avrebbe potuto orientare.

Tutto ciò induce a ritenere insussistente l'elemento soggettivo del reato ascritto all'imputato.

E' appena il caso di aggiungere che in dibattimento non è emersa prova certa che il muro per effetto dell'orina del cane sia stato effettivamente imbrattato, in quanto era già piuttosto malandato.

Pertanto N.M. deve essere mandato assolto dal reato a lui ascritto in rubrica perchè il fatto non costituisce reato.

In considerazione della formula assolutoria adottata deve essere rigettata la richiesta di condanna del querelante ai sensi dell'art. 542 c.p.p..

All'assoluzione consegue la revoca del capo della sentenza di condanna relativa al risarcimento del danno e alla refusione delle spese di costituzione della parte civile.

PQM

Il Tribunale di Firenze - sezione prima penale - in composizione monocratica,

Visti gli artt. 605 e 530 c.p.p., accogliendo l'appello proposto dal difensore dell'imputato, in riforma della sentenza n. 1058/2010 emessa dal Giudice di Pace di Firenze in data 30.11.2010, assolve N.M. dal reato a lui ascritto in rubrica perché il fatto non costituisce reato.

Revoca il capo della sentenza di condanna relativa al risarcimento del danno e alla refusione delle spese di costituzione della parte civile.

Visto l'art. 544/3 c.p.p. indica il termine di giorni 90 per il deposito della motivazione.

Così deciso in Firenze, il 15 febbraio 2013.

Depositata in Cancelleria il 15 aprile 2013.



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