Legislazione e Giurisprudenza, Obbligazioni, contratti -  Bernicchi Francesco Maria - 2013-10-03

PAGAMENTO AL CREDITORE APPARENTE, BUONA FEDE DEL DEBITORE - Cass. Civ. 15339/12 - F.M. BERNICCHI

Si prende in esame una sentenza della Corte di Cassazione (sez. II Civile n. 15339/12 depositata in data 13 Settembre) in tema di adempimento delle obbligazioni e pagamento al creditore apparente.

Il fatto, in breve: il giudice di Treviso emanava un decreto ingiuntivo nel Dicembre 1996 con il quale ingiungeva alla Beta s.r.l. il pagamento a favore di Alfa s.p.a. della somma di circa 7 milioni di lire oltre interessi legali e spese processuali, come saldo per la fornitura di materiale edile.

Contro tale decreto, la società ingiunta proponeva opposizione eccependo che le fatture indicate nel decreto ingiuntivo fossero stata pagate nelle mani di Tizio, rappresentate di Alfa, con assegni emessi con la clausola di "non trasferibile". Atteso che Tizio era soggetto legittimato a riscuotere, la società Beta concludeva per la dichiarazione di estinzione del credito, con conseguente declaratoria di inefficacia o nullità del decreto ingiuntivo.

Alfa s.p.a. si costituiva nel giudizio d'opposizione contestando le deduzioni avverse, chiedendo il rigetto dell'opposizione medesima e la condanna di Beta al pagamento anche del risarcimento dei danni per il ritardo del pagamento della fattura.

Tribunale di Treviso = sentenza del Febbraio 2001 rigettava l'opposizione e la domanda riconvenzionale, confermava il d.i. e condannava l'opponente al pagamento delle somme ingiunte, escludendo la dedotta ipotesi dell'affidamento incolpevole della debitrice che aveva pagato a mani di Tizio, soggetto non autorizzato all'incasso dato che non aveva riscontrato valore probatorio alla prassi in senso contrario. Dire cioè che nella pratica Tizio fosse soggetto a ciò deputato non equivaleva a prova.

Contro tale sentenza propone appello la società Beta chiedendo declaratoria di nullità ed inefficacia del d.i. da lei già opposto, ribadendo che il credito fosse stato estinto per pagamento a mani del rappresentante di Alfa.

I poteri di riscossione di Tizio risultavano da circostanze specifiche (lettere di tipo commerciale firmate da Tizio stesso) che avevano ingenerato in Beta la convinzione che egli fosse rappresentate di Alfa.

Alfa bis (nel frattempo era cambiata denominazione sociale) si costituiva in giudizio di appello rifiutando il contraddittorio anche per le esistenza di circostanze dedotte per la prima volta nel solo grado d'appello e chiedeva, di nuovo, l'integrale risarcimento per il ritardo del pagamento delle fatture azionate con procedura ingiuntiva.

Corte d'Appello = con sentenza dell'Agosto 2005 accoglieva l'appello, dichiarava nullo e quindi revocava il d.i. condannando l'appellata Alfa bis al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.

Propone ricorso in Cassazione Alfa bis declinandolo in 2 motivi princiapali:

I motivo = la società ricorrente critica la determinazione della Corte d'appello che ha sancito il "malgoverno delle risultanze istruttorie"da parte del Tribunale. Per Alfa non ci sono prove della prassi commerciale tale da ingenerare in Beta la convinzione che Tizio fosse vero rappresentante al quale pagare. Anzi, la società Alfa portava a supporto una circostanza che aveva visto la società Beta, dopo sollecitata, pagare con assegno intestato alla società e non a Tizio.

II motivo = Violazione e falsa applicazione degli artt. 1188, 1189, 1744 c.c..

Alfa denuncia che la Corte di seconde cure avrebbe applicato l'articolo 1189 (pagamento al creditore apparente che libera il debitore se prova di essere stato in buona fede) e non, invece gli artt. 1188 (destinatario del pagamento) e 1744 (Riscossioni - per il quale l'agente non ha facoltà di riscuotere i crediti del preponente) che regolerebbero, invece, la fattispecie in esame.

Per la Cassazione i due motivi vanno trattati congiuntamente.

La Corte territoriale ha ritenuto sulla base di risultanze istruttorie (due testimoni, una lettera di pagamento, esistenza di pagamenti fatti alla società Beta e portati a conoscenza anche di Tizio) che Tizio fosse dotato, almeno di fatto nei confronti di terzi di buona fede, di potere di riscossione.

La Corte d'Appello, pertanto, ha dato conto in modo circostanziato e con motivazione congrua esente da vizi logici e giuridici, delle ragioni della sua decisione. Non c'è vizio di motivazione e neanche quello di insufficiente esame di un fatto decisivo della controversia, perché, si ripete, c'è stata un'idonea ricerca delle fonti del proprio convincimento, valutazione della prove ed è stata logica prevalenza a una o altra prova.

L'articolo 1189 c.c. riconosce efficacia liberatoria al pagamento effettuato dal debitore in buona fede a chi appare, almeno nella forma, legittimato a riceverlo.

Tale articolo, per identità di ratio, si applica

- sia all'ipotesi in cui il pagamento venga effettuata al creditore apparente;

- sia all'ipotesi in cui si determini un pagamento verso una persona che appaia autorizzata a riceverlo per conto del vero creditore effettivo, se questo abbia determinato o concorso a determinare l'errore di colui che paga (ex multis Cass. 17484/2007).

Il ricorso deve essere, pertanto, rigettato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dalla controricorrente, liquidate in complessivi Euro 1.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed altri accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 13 giugno 2012.

Depositato in Cancelleria il 13 settembre 2012



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