Changing Society, Minori, donne, anziani -  Occasione Anna Maria - 2014-07-10

PAROLE CHE DISCRIMINANO - Anna Maria OCCASIONE

Il Prof. Simon Baron-Cohen su uno degli ultimi numeri di Scientific American Mind (May-June 2014) risponde ad un lettore il quale chiede delucidazioni circa la sindrome di Asperger essendogli stato spiegato che il suo cervello lavora in modo diverso rispetto agli altri. Il Prof. Baron-Cohen chiarisce che la sindrome di Asperger fa parte della più ampia famiglia dell"autismo i cui studi hanno dimostrato come in effetti il cervello lavori in modo differente. Una differenza sta nella struttura del corpo calloso, che connette i due emisferi. Ciò può limitare la connessione tra le due regioni del cervello ed aiuta a comprendere perché le persone con autismo abbiano difficoltà ad integrare idee complesse. Vi sono peraltro anche dei vantaggi, in quanto le persone con autismo sono particolarmente predisposte a lavori di dettaglio e di precisione, in cui risultano molto più accurati e veloci di altri. Un"altra differenza si mostra nella comunicazione. Normalmente noi usiamo il c.d. "small talk", un linguaggio "sociale" che in realtà non conduce a nulla ed è fine a stesso, mentre le persone con autismo si esprimono ponderando con estrema attenzione le parole. Se tutti, dice Baron-Cohen, ci esprimessimo in quest"ultimo modo, la differenza svanirebbe ("magically vanishes"). Per questa ragione – e quindi vengo al punto – l"autore preferisce usare il termine "autism spectrum condition" al posto della qualificazione che viene data dall"American Psychiatric Association "autism spectrum disorder".

Cambia una sola parola, ma ciò rappresenta "an important shift", una traslazione importante. Disordine è negativo. Condizione è neutro. Parlare di "condizione" evita l"implicazione che le persone con autismo abbiano un cervello danneggiato e conduce invece al concetto della semplice diversità tra individui, ciò è normale per la neuro diversità.

Più volte ho stigmatizzato, allo stesso modo, l"uso di terminologie discriminatorie nell"ambito della nostra legislazione, specie e paradossalmente presente anche nella normativa volta ad eliminare – almeno nelle finalità – la discriminazione stessa.

Un esempio lampante, si trova nella recente legge sui "Disturbi specifici dell"apprendimento scolastico" (L. 170/2010) già nel suo titolo. Un differente modo di approcciarsi alla scrittura, alla lettura ed al calcolo (differente solo rispetto ad uno standard, tanto che se cambiasse lo standard, la differenza "magicamente svanirebbe") viene qualificato come "disturbo", locuzione fortemente e doppiamente negativa, perché nel linguaggio comune è connessa al "fastidio" (conseguente all"azione di disturbo: "non disturbare, dai fastidio") e sotto il profilo tecnico, evoca la letteratura medica del disordine relativamente a funzioni mentali, psichiche, psichiatriche. All"interno della medesima legge si menziona lo studente "affetto" da disturbo di apprendimento, ponendo l"accento sulla parte medica, oggettivando scientificamente il "disturbo" stesso, come se non vi potesse essere nulla da fare, se non porre dei "rimedi" (gli strumenti compensativi e le misure dispensative). Non c"è invece una "malattia" dietro al modo diverso di approcciarsi alla lettura od al calcolo. Così come non c"è per molte disabilità, inteso quale termine generale che qualifica una condizione dell"uomo in un dato tempo della sua vita (che può essere tutta o parte, molta o poca). Non camminare non sarebbe impeditivo di una vita normale se non vi fossero gradini e scale e quindi sono le scale ed i gradini a rendere non abile. Oggi portare gli occhiali è quasi una moda, ieri era "quattrocchi". Ieri essere mancini, significava essere costretti ad utilizzare la destra. Oggi è normale. A scuola si legge, si calcola, si scrive. Pensiamo un attimo come tutto sarebbe diverso, se a scuola le materie principali fossero la musica, il disegno, la scultura, i fumetti. Come sarebbero definiti quelli che calcolano perfettamente e scrivono in bella calligrafia, se non sapessero disegnare o leggere un pentagramma con innata naturalezza? Solo per questo verrebbero chiamati soggetti "con disturbo nell"espressione grafica o melodica"?

Non si può non possono terminare queste brevi riflessioni, senza citare la legge 5/02/1992 n. 104 la "Legge-quadro per l"assistenza, l"integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate". E" inammissibile che nella nostra legislazione si utilizzi ancora la parola "handicappate". Handicap riporta al concetto dello svantaggio, disturbo, fastidio di tipo personale e medico. Ciò non risponde alla visione della disabilità come interazione con la società, dove il focus poggia sulle barriere che pone la società (architettoniche, umane, normative) sulla persona disabile. Segnatamente dopo la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità e del suo protocollo, sottoscritta dall"Italia con la legge 3/03/2009 n. 18 utilizzare la parola "handicappato" è contrario ai principi internazionali e costituzionali interni di parità ed uguaglianza.

E" quindi auspicabile un mutamento nel linguaggio normativo della materia latu sensu che riguarda le persone con disabilità, che ponderi, proprio come fanno le persone con autismo, il significato delle parole ed eviti sin dalla sua origine di fondare discriminazioni, separazioni, discipline distinte come se la disabilità fosse un mondo a parte, anziché una parte (naturale) del mondo.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati