Legislazione e Giurisprudenza, Mantenimento, alimenti -  Fabbricatore Alfonso - 2015-08-22

PATERNITÀ E TEST DEL DNA: IL RIFIUTO PUÒ COSTITUIRE VALIDO ELEMENTO PROBATORIO - Cass. 16226/15 - di A.F.

Cassazione, sez. I Civile, 31 luglio 2015, n. 16226, Pres. Di Palma, Rel. Bisogni.

La Cassazione conferma l"orientamento, ormai consolidato (Cass. 6694/2006; Cass. 12971/12; Cass. 6025/15), secondo cui nel giudizio promosso per l'accertamento della paternità, il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche da parte del convenuto costituisce un comportamento valutabile dal giudice, ex art. 116, secondo comma, cod. proc. civ., di così elevato valore indiziario da poter da solo consentire la dimostrazione della fondatezza della domanda attorea.

Nel caso di specie una donna, con ricorso del novembre 2010, conveniva in giudizio un uomo per sentirlo dichiarare padre di una bambina nata pochi mesi prima. II Tribunale per i minorenni di Catanzaro, con sentenza n. 41/2013, ha dichiarato che la bimba fosse figlia dell"uomo e ha condannato il padre alla corresponsione di un assegno mensile di 200 euro, oltre al 50% delle spese straordinarie, a titolo di contributo al mantenimento della figlia.
Ha proposto appello il padre, contestando la decisione basata esclusivamente sulle asserzioni non provate della donna circa una pretesa relazione sentimentale da cui sarebbe nata la piccola, nonché sul suo rifiuto di sottoporsi alla consulenza immuno-genetica disposta dal Tribunale.        
La Corte di appello di Catanzaro, con sentenza n. 25/2014, ha respinto il gravame richiamando la giurisprudenza di legittimità secondo cui nel giudizio diretto ad ottenere una sentenza dichiarativa della paternità, il rifiuto ingiustificato di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice ai sensi dell'art. 116, secondo comma, cod. proc. civ., anche in assenza di prova di rapporti sessuali tra le parti, in quanto proprio la mancanza di prove oggettive assolutamente certe e ben difficilmente acquisibili circa la natura dei rapporti intercorsi tra le stesse parti e circa l'effettivo concepimento, se non consente di fondare la dichiarazione di paternità sulla sola dichiarazione della madre e sull'esistenza di rapporti con il presunto padre all'epoca del concepimento (secondo l'espresso disposto dell'ultimo comma dell'art. 269 cod. civ.), non esclude che il giudice possa desumere argomenti di prova dal comportamento processuale dei soggetti coinvolti, ed in particolare dal rifiuto del preteso padre di sottoporsi agli accertamenti biologici, e possa trarre la dimostrazione della fondatezza della domanda esclusivamente dalla condotta processuale del preteso padre, globalmente considerata e posta in opportuna correlazione con le dichiarazioni della madre. Ha rilevato la Corte di appello che, nella specie, non solo l"uomo si è rifiutato di sottoporsi agli esami ematologici disposti dal tribunale ma, senza addurre alcun giustificato motivo, ha anche omesso di presentarsi all'udienza fissata per rispondere all'interrogatorio formale deferitogli dalla donna per provare la relazione intercorsa e la conoscenza della sua paternità.

Oltretutto la stessa Corte, in una precedente sentenza (Cass. 6025/15) ha stabilito che e' manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale - per violazione degli artt. 13, 15, 24, 30 e 32 Cost. - del combinato disposto degli artt. 269 cod. civ. e 116 e 118 cod. proc. civ., ove interpretato nel senso della possibilità di dedurre argomenti di prova dal rifiuto del preteso padre di sottoporsi a prelievi ematici al fine dell'espletamento dell'esame del DNA. Dall'art. 269 cod. civ., infatti, non deriva una restrizione della libertà personale, avendo il soggetto piena facoltà di determinazione in merito all'assoggettamento o meno ai prelievi, mentre il trarre argomenti di prova dai comportamenti della parte costituisce applicazione del principio della libera valutazione della prova da parte del giudice, senza che ne resti pregiudicato il diritto di difesa. Inoltre, il rifiuto aprioristico della parte di sottoporsi ai prelievi non può ritenersi giustificato nemmeno con esigenze di tutela della riservatezza, tenuto conto sia del fatto che l'uso dei dati nell'ambito del giudizio non può che essere rivolto a fini di giustizia, sia del fatto che il sanitario chiamato dal giudice a compiere l"accertamento e' tenuto tanto al segreto professionale che al rispetto della legge 31 dicembre 1996, n. 675.

Proposto, dunque, ricorso per Cassazione, questo viene rigettato, poiché la Corte intende dare continuità ai principi finora esaminati.



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