Articoli, saggi, Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 2015-01-19

PAURA LIQUIDA - Giuseppe FEDELI

in margine agli attentati da parte degli estremisti dell'ISIS in terra francese

«Noi europei del Ventesimo secolo ci troviamo sospesi tra un passato pieno di orrori e un futuro distante pieno di rischi», (Zygmunt Bauman).



Il tema hobbesiano della paura attraversa tutta la storia della teoria politica da Machiavelli ai giorni nostri, è sia il nocciolo fondativo del potere assoluto del Leviatano sia la virtù del principe che ne sappia governare gli effetti. Da parte del sociologo Bauman, la liquidità, in estrema sintesi, è da intendersi come la mutevolezza, l"instabilità, la freneticità della società odierna, con particolare riferimento ad argomenti quali la globalizzazione, il consumismo, la marginalizzazione dei poveri. L"oggetto principale di questo saggio, comunque, è la paura, onnivora, onnipervasiva. Il libro, come si evince dalle parole dello stesso autore, è un inventario delle paure, un tentativo di individuarne le radici, un invito a meditarci su ed agire di conseguenza, nella consapevolezza che non esistono pozioni miracolose né definitive per scacciare paure che attanagliano l"uomo dalle sue origini, paure che sono mutate nel corso dei millenni, o paure che addirittura sono insorte e divenute tipiche dell"epoca attuale.La prima considerazione è sul fatto che la paura derivante dall"incertezza della minaccia, che in linea teorica avremmo dovuto scacciare grazie al progresso scientifico e tecnologico, ha, al contrario, assunto il carattere dell"ubiquità. La globalizzazione, la possibilità di viaggiare, di conoscere tutto in pochi secondi grazie al web, ha certo portato innumerevoli vantaggi, ma ha anche allargato il terreno dove le nostre paure possono proliferare. Un tema strettamente legato alla paura è il male, argomento che ci spaventa perché è incomprensibile, inesplicabile, sfida il nostro tentativo di rendere vivibile il mondo ritenendolo intellegibile, comprensibile con i nostri mezzi. Al riguardo, Bauman sottolinea come dalla vetusta concezione del male come conseguenza del peccato, si sia passati a una visione diversa ma non meno misteriosa e inappagante di cosa sia il male. Il terremoto e maremoto di Lisbona del 1755, che fornì a Voltaire l"occasione per le sue riflessioni, dà modo anche a Bauman di riflettere su come il male derivante dalle forze naturali sia non-intenzionale, indifferente alle nostre miserie umane. Poi, c"è il male causato e creato dall"uomo, che spaventa per la sua banalità, come ricordava la Arendt nel suo saggio-resoconto "La banalità del male". Bauman rileva come il male ci faccia paura proprio perché, "a condizioni adatte", può annidarsi ovunque e in chiunque. Bauman tratta quindi dell"orrore dell"ingestibile. L"umanità, che attraverso il progresso avrebbe dovuto liberarsi di gran parte della paure, è riuscita a dotarsi di strumenti bellici atti a praticare una "mutua distruzione assicurata". L'esimio sociologo s'accomiata sostenendo che solo annunciando l"inevitabilità della catastrofe si potrà evitare che la stessa accada. Stare sempre in allerta, insomma: può essere una chiusura che incute paura, ma forse fanno più paura coloro che, per cacciare dalla porta i fantasmi, ritengono che vada sempre e comunque tutto bene.



Come ci hanno insegnato i fatti di sangue avvenuti a Parigi, che segnano una pietra miliare nella Storia, un prima e un poi, per sanare questa ferita, che ha l'obiettivo di dividerci e isolarci, occorre rinsaldare il legame sociale. Altrimenti può succedere di andare al supermercato sotto casa e trovarsi d'improvviso, indifesi e inermi, sul proscenio di un crimine planetario, vittime di una violenza indomabile, che pretende di essere sacra, di un terrore insieme lucido e inesplicabile, che nasce dalla coscienza diffusa di un pericolo imminente, e da cui -e qui la Storia c'insegna- si sprigionano i virus del totalitarismo, ideologico e di regime. Consegnati alla nostra vulnerabilità, l'incubo (che chiamiamo genericamente "terrorismo" ad indicare un fenomeno inedito e ignoto, cui ripugna ogni catalogazione e concettualizzazione), di cui siamo insieme vittime e spettatori, può riaffacciarsi e ghermirci ovunque e in ogni momento. A cospetto di una violenza che non si trincera dietro a un fronte e non conosce frontiere, asimettrica e unicipite, evasiva e tuttavia inevitabile, inquietante nella sua estraneità "intranea", che congiunge fanatismo sacrificale e iper-razionalità tecnologica; di un attacco mai finito, di un rischio costantemente in agguato, dell'anonima invisibilità del nemico e dell'indeterminatezza della causa, ci coglie un'inquietudine, tanto più virulenta quanto più subiamo la ferita di un futuro preceduto dai segni terrificanti del peggio che deve ancora venire. A cospetto dell'innominabile, nulla possiamo se non prenderne coscienza e far quadrato, rifondandoci come collettività laica, rispettosa dei valori anche religiosi, sommando le paure individuali. E, dalla disintegrazione che ne nasce, raccogliere i frantumi, facendone i semi per una eroica resilienza.



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