Controluce, Inizio vita, fecondazione assistita -  Rossi Stefano - 2014-01-03

PER IL SUO BENE: NOTE SULLA STERILIZZAZIONE COATTA DELLINTERDETTA – Trib. Catanzaro, decr. 18.11.2013, Gt. De Lorenzo – Stefano ROSSI

Il caso oggetto del decreto reso dal Tribunale di Catanzaro, qui commentato, riguarda la richiesta presentata dal tutore di una donna interdetta, volta ad ottenere l"autorizzazione del giudice tutelare per praticare sulla stessa un intervento di interruzione della gravidanza e, di seguito, un intervento di sterilizzazione, completamente ablativo della capacità riproduttiva della donna.

È bene rammentare che, ai sensi dell"art. 13 della legge 194/1978, nel caso di soggetto sottoposto ad interdizione, la richiesta per accedere all"interruzione di gravidanza può essere presentata dalla donna stessa, sentito il parere del tutore, o dal tutore con la conferma della donna, o dal marito non tutore e non legalmente separato, con l"assenso della moglie e il parere del tutore. Il medico deve sempre trasmettere una relazione al giudice tutelare e sarà quest"ultimo a decidere l"accoglimento o meno della richiesta di interruzione sia entro il primo trimestre che successivamente.

Ancora - e con una norma che, essendo relativa a tutti i trattamenti sanitari, esibisce il carattere della regola generale – l"art. 6 della Convenzione di Oviedo - rubricato Protection des personnes n"ayant la capacitè de consentir - prevede che "Lorsque, selon la loi, un majeur n"a pas, en raison d"un handicap mental, d"une maladie ou pour un motif similaire, la capacitè de consentir à une intervention, celle-ci ne peut atre effectuee sans l"autorisation de son representant, d"une autoritè ou d'une personne ou instance designee par la loi", precisando che "une intervention ne peut etre effectuee sur une personne n"ayant pas la capacitè de consentir, que pour son benefice direct".

Nel caso di specie, a fronte della richiesta del tutore, "spalleggiato" dal medico, il giudice tutelare, dimostrando sensibilità e buon senso, ha inteso esperire un"ampia istruttoria, acquisendo la documentazione clinica relativa alle condizioni di salute della gestante e sentendo non solo la donna ma anche sua madre, per vagliare la fondatezza delle ragioni che avevano spinto il tutore ad avanzare una proposta così invasiva.

Il giudice tutelare ha, in tal modo, esercitato il munus che l"ordinamento gli conferisce espressamente, ovvero quello di essere magistrato istituzionalmente destinato a compiti di tutela dei c.d. soggetti deboli, non potendo autorizzare, in tal caso, l"interruzione della gravidanza da altri richiesta e men che meno una sterilizzazione, ma dovendo altresì adottare una vera e propria autonoma decisione, sulla scorta di approfondita istruttoria e di adeguata documentazione sanitaria attestante la circostanza che la prosecuzione della gravidanza fosse, con ragionevole certezza, oltremodo nociva alla gestante ed al concepito (conf. Pret. Nicosia, 23 gennaio 1997, in Dir fam., 1998, 1533).

Dal provvedimento si desume che l"interdetta – sentita dal giudice –, "nonostante il quadro psicopatologico che la caratterizzava, aveva manifestato nel corso di tutto il colloquio una notevole capacità di relazione e, pur infarcendo il racconto di elementi di fantasia o evidenziando importanti punti di inconsapevolezza relativamente al momento del concepimento ed al processo di gestazione, aveva dimostrato di reagire positivamente all"idea di aver concepito un figlio, esprimendo in termini semplici ma efficaci il nucleo essenziale delle cure parentali da somministrare il nascituro".

Peraltro il disturbo mentale di cui soffriva non aveva dato luogo, nell"arco di tutta la sua vita, ad atti pregiudizievoli per la sua integrità psicofisica, sicchè non era lecito presumere che la salute psicofisica della gestante potesse essere compromessa per il sol fatto della gravidanza.

Né vi erano, nel caso di specie, seri motivi socio-familiari che potevano incidere nel senso della scelta abortiva, dato che la madre della donna, dopo una prima fase di negazione, aveva infine espresso la disponibilità ad accogliere il nascituro nella sua casa e a sostenere la figlia durante la gravidanza e successivamente al parto.

Sulla base di tali considerazioni, il giudice tutelare ha inteso escludere la sussistenza delle condizioni prescritte dalla legge per poter dare accesso alla pratica dell"interruzione di gravidanza, tenuto conto peraltro che, solo qualora la prosecuzione della gravidanza possa minacciare gravemente la già labile salute fisica e psichica dell"interdetta, il giudice può accogliere la richiesta d"interruzione di gravidanza, avanzata dal tutore, in assenza di conferma da parte della donna (Pret. Genova, 20 marzo 1986, in Foro it, 1987, I, 1343).

Già sotto questo profilo il caso trattato è di particolare rilevanza, in quanto involge diversi profili intrecciati tra loro: il ruolo del tutore e quale sia il senso della sua funzione, il correlato compito del giudice tutelare, guardiano vigile della difesa dei diritti dei soggetti deboli e poi, non da ultimo, se ne può trarre una riflessione sulla legge 194/1978.

Se, sul ruolo del giudice si è già espressa un"opinione, pare rilevante, nel discorrere della funzione e delle qualità del tutore, rammentare come la tutela abbia il suo tratto distintivo proprio nel nome, che deriva da tueri (proteggere, difendere), ed è organizzata non nell"interesse del tutore, della famiglia o della collettività, ma esclusivamente nell"interesse del soggetto debole, come misura protettiva della sua persona e del suo patrimonio.

Se si tiene conto inoltre che, dato il carattere personalissimo del diritto alla salute dell"incapace, l"istituto della rappresentanza non attribuisce al tutore, il quale è investito di una funzione di diritto privato, un potere incondizionato di disporre della salute altrui, allora si può convenire che, anche nel caso di specie, possano trovare attuazione i principi già affermati dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. civ. Sez. I, 16 ottobre 2007, n. 21748) nel caso Englaro, laddove: "Nel consentire al trattamento medico o nel dissentire dalla prosecuzione dello stesso sulla persona dell'incapace, la rappresentanza del tutore è sottoposta a un duplice ordine di vincoli: egli deve, innanzitutto, agire nell"esclusivo interesse dell"incapace; e, nella ricerca del best interest, deve decidere non "al posto" dell"incapace nè "per" l'incapace, ma "con" l'incapace".

Nel caso descritto, sembra che il tutore, anziché farsi strumento di relazione, aprendo un dialogo, pur difficile, con la ragazza per comprenderne necessità e desideri, si sia imposto quale dominus delle scelte esistenziali della stessa, avanzando una richiesta conforme ad un malinteso best interest dell"interdetta, ma che, in realtà, piuttosto che alla salvaguardia del benessere di quest"ultima, pare fosse finalizzato ad una sorta di protezione del suo "onore" o del buon costume, già leso – secondo il tutore – dall"avanzato stato di gravidanza della sua pupilla.

Tale prospettiva ha reso possibile la proposizione di un"istanza che concreta un uso distorto della legge 194/1978, la quale, da strumento di autodeterminazione della donna, viene sfigurata, con un"evidente torsione paternalistica, divenendo mezzo di imposizione coatta della volontà di altri rispetto a scelte che qualificano la persona come soggetto morale.

Ma lo sfregio alla lettera e allo spirito di una legge, la 194, che, attraverso un delicato bilanciamento, è volta ad affermare una libertà, appare ulteriormente aggravato dalla richiesta di sterilizzazione coatta avanzata dal medico curante e dal tutore, motivata dall"esigenza di preservare la donna, peraltro giovane e appetibile, da eventuali abusi.

Come nota il giudice, si tratta di una motivazione "del tutto aberrante atteso che attraverso tale soluzione si finirebbe per mutilare in maniera irreversibile l"integrità fisica di un soggetto debole, del tutto incolpevole della sua situazione, per compensare vuoti di tutela e la mancanza di un sostegno reale ed efficace da parte della famiglia e delle istituzioni", senza peraltro raggiungere l"obiettivo asseritamente perseguito laddove "attraverso la sterilizzazione potrebbe essere scongiurato soltanto il "rischio" che la stessa concepisca dei figli ma non che possa essere abusata da chicchessia".

Emerge quindi chiaramente, anche dalle considerazioni del giudicante, come la richiesta di sterilizzazione nasconda una concezione retriva e inaccettabile della salute mentale, che conclude nel convincimento dell"incurabilità di queste patologie, disumanizzando in tal modo la persona ridotta ad una categoria nosografico-clinica.

Né si può sottacere, come già notato nel parere del Comitato nazionale di Bioetica su "Il probelma bioetico della sterilizzazione non volontaria" del 20.11.1998 (pag. 24), che la sterilizzazione coattiva ha riguardato e riguarda soprattutto le donne, il che appare il portato di una mentalità sessista e patriarcale, che lede il diritto all"eguaglianza e alla pari dignità della persona.

Per finire, l"istanza avanzata dal tutore e dal sanitario appare del tutto priva di alcun supporto giuridico e non poteva che essere rigettata dal giudice, integrando una palese violazione dell"art. 32 Cost. che sancisce il divieto di trattamenti sanitari obbligatori se non per disposizione di legge, la quale non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Si deve rammentare come, anche nell"art. 33 legge 833/1978, venga riproposta la regola, già costituzionalizzata, della volontarietà del trattamento, ponendo come eccezione i casi in cui la legge ne disponga l"obbligatorietà. Tale disposizione tende a restituire una ratio unitaria, data dal necessario «rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici, secondo l"art. 32 Cost., compreso per quanto possibile il diritto alla scelta del medico e del luogo di cura», ad un istituto, quello del Tso, scomposto in varietà e molteplicità di discipline, tutte precedenti alla riforma sanitaria.

Tuttavia la regola procedurale dettata dal predetto articolo della legge del 1978, anche in presenza di un improbabile intervento legislativo che prevedesse la sterilizzazione come trattamento sanitario obbligatorio, non sarebbe sufficiente a superare la barriera eretta a tutela della dignità della persona dal diritto fondamentale alla salute ricavabile dalla lettura dell"art. 32 Cost.

Dalla lettura di tale disposizione, secondo la dottrina consolidata (L. Carlassare, L"art. 32 della Costituzione e il suo significato, in L"amministrazione sanitaria (Atti del convegno celebrativo del centenario delle leggi amministrative di unificazione), a cura di Alessi R., Neri Pozza, Vicenza, 1967, 110 ss.; D. Vincenzi Amato, sub art. 32, 2º co., in G. Branca (diretto da), Commentario della Costituzione. Rapporti etico-sociali. Artt. 29-34, Zanichelli-Foro Italiano, Bologna-Roma, 1976, 174 ss.; S.P. Panunzio, Trattamenti sanitari obbligatori e Costituzione (a proposito della disciplina delle vaccinazioni), in Dir. Soc., 1979, 875 ss.; B. Pezzini, Il diritto alla salute: profili costituzionali, in Dir. Soc., 1983, I, 30 ss.) e la stessa giurisprudenza costituzionale (in particolare Corte cost., 22 giugno 1990, n. 307), se ne ricava la legittimità dell"imposizione di un determinato trattamento sanitario, stabilito per legge, solo quando sia in gioco non soltanto la salute del singolo in quanto tale, ma anche, e direttamente, l"interesse collettivo alla salute. Ciò si evince dalla lettura combinata dei due commi dell"art. 32 Cost., per cui il carattere di limite esterno alla libertà individuale dell"interesse della collettività impedisce qualsiasi condizionamento intrinseco che ne trasformi in senso funzionale la natura.

La condizione richiesta per imporre un trattamento sanitario obbligatorio, ovvero la coesistenza della finalità di tutela della salute individuale e di quella collettiva, si configura quindi come un"endiadi, volta essenzialmente a proteggere i valori che integrano il profilo assiologico della persona umana. È evidente infatti che, laddove fosse sufficiente la finalità di conservare la salute individuale, il Tso si prospetterebbe inevitabilmente come strumento di attuazione del dovere alla salute; al contempo, e con effetti corrosivi sull"impostazione personalistica del nostro ordinamento, se fosse sufficiente l"interesse della collettività alla salute, il singolo, sottoposto a trattamento contro la sua volontà, diverrebbe strumento o mezzo per la realizzazione di interessi ad esso ultronei.

I principi ricavabili dal testo costituzionale rendono necessario verificare la legittimità della imposizione di trattamenti sanitari avendo riguardo alla finalità (trattamento diretto alle esigenze di tutela della salute collettiva e alla cura del soggetto obbligato), alle modalità (la volontarietà impone di ridurre a extrema ratio la coazione, che deve essere adeguata e proporzionale al fine da perseguire, comunque nel rispetto dei diritti fondamentali della persona) e al rispetto del principio di legalità (espresso nella riserva di legge rinforzata di cui all"art. 32, 2° co., Cost.).

Se dunque si scrutina la sostenibilità della richiesta avanzata avanti il Tribunale di Catanzaro alla luce del parametro costituzionale ne emerge un quadro critico, laddove, latitando in concreto un interesse alla tutela della salute individuale (la cui mancanza precluderebbe già di per sé qualsiasi discorso ulteriore), appare peraltro del tutto sfuggente quell"interesse alla tutela della salute collettiva tale da giustificare l"imposizione di un trattamento (la sterilizzazione), invasivo e definitivo, ad un soggetto affetto da sofferenza psichica.

In conclusione, non si può che apprezzare e condividere la scelta del giudice tutelare, che, dopo aver rigettato l"istanza, ha revocato dal suo incarico il tutore, ritenendolo incompatibile con tale delicato ufficio, nominando quale tutore provvisorio il sindaco del paese di residenza della ragazza.

PS. Peraltro, e giustamente, neanche il medico è andato esente da sanzione, essendo stato segnalato all"Ordine locale per la sua insipienza.



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