Legislazione e Giurisprudenza, Punibilità, sanzioni -  Pittaro Paolo - 2014-07-08

PER RIDURRE IL SOVRAFFOLLAMENTO CARCERARIO SI SMANTELLA IL SISTEMA PENALE – Paolo PITTARO

Di recente è stato emanato il Decreto-legge 26 giugno 2014, n. 92, recante Disposizioni urgenti in materia di rimedi risarcitori in favore dei detenuti e degli internati che hanno subito un trattamento in violazione dell'articolo 3 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, nonché di modifiche al codice di procedura penale e alle disposizioni di attuazione, all'ordinamento del Corpo di polizia penitenziaria e all'ordinamento penitenziario, anche minorile (in Gazz. Uff. n.147 del 27 giugno 2014).

Tale normativa dispone, all'art. 8, una modifica all'art. 275 comma 2-bis c.p.p., il quale ora sancisce che: "Non può essere applicata la misura della custodia cautelare in carcere o quella degli arresti domiciliari se il giudice ritiene che con la sentenza possa essere concessa la sospensione condizionale della pena. Non può applicarsi la misura della custodia cautelare in carcere se il giudice ritiene che, all'esito del giudizio, la pena detentiva da eseguire non sarà superiore a tre anni".

La disposizione discende nettamente dalla ratio di ridurre il sovraffollamento carcerario eliminando la custodia cautelare in carcere (la vecchia carcerazione preventiva) rispetto a soggetti che, ove condannati, in carcere proprio non entreranno.

Il quadro non sta proprio giuridicamente in piedi.

Il divieto assoluto viene espresso ora in previsione di una pena detentiva che, forse, il soggetto non dovrà scontare. Spetta, infatti, al giudice della cognizione stabilire se al condannato possa concedersi la sospensione condizionale della pena, così come spetta al Tribunale di sorveglianza disporre l'affidamento in prova al servizio sociale per le pene inferiore ai tre anni. E, lo si sottolinea, in ambedue i casi la discrezionalità dei vari giudici dovrà contemplare anche la previsione che il soggetto in futuro si astenga a commettere ulteriori reati ovverossia vagliare il pericolo della reiterazione del reato o della fuga del condannato. Pertanto, non è affatto scontato che, in ambedue le ipotesi, il condannato non abbia a scontare la pena in carcere.

Il punto fondamentale è che dalla normativa in oggetto appare come implicita – ma a nostro avviso nettamente palese – l'errata concezione della custodia cautelare in carcere intesa come una anticipazione della pena detentiva: il che assolutamente non è e non deve essere. La custodia cautelare risponde a tre precise esigenze, volendo evitare: che il soggetto si adoperi per cancellare le prove del suo reato; che reiteri il reato stesso; che si dia alla fuga. Ora, tuttavia, con la conseguenza che il divieto della carcerazione preventiva veda poi una sentenza che neghi al condannato ogni misura alternativa, mandandolo in carcere proprio perché già in fuga ovvero con reato già reiterato.

Peraltro, tale normativa presenta profili negativi non solo dal punto di vista dogmatico, ma anche, e soprattutto, da quello della politica criminale, per così dire, "quotidiana", venendo a proibire la custodia cautelare rispetto a reati a forte allarme sociale e, purtroppo, particolarmente diffusi, quali i maltrattamenti in famiglia, gli atti persecutori (il c.d. stalking), le rapine minori, i furti in abitazione, la corruzione per l'esercizio delle funzioni, l'illecito finanziamento dei partiti e via dicendo. Inoltre, la trasgressione agli obblighi imposti, in molte ipotesi, al soggetto a sua volta non potrà tradursi nella custodia cautelare in carcere, lasciando la vittima totalmente scoperta da ogni protezione.

Non a caso, dunque, sin dall'entrata in vigore del decreto-legge, attenta dottrina auspica la cancellazione dell'art. 8 in sede di conversione dello stesso. Il che, auspicabilmente, potrà anche avvenire, ma con innegabili problemi in punto di successione di leggi nel tempo, posto il netto favor che tale disposizione ora presenta: una ennesima, ulteriore, questione che si poteva ben evitare.

Ma non basta. Il citato decreto-legge, prendendo atto che, purtroppo, la Corte europea dei diritti dell'uomo condanna sempre più spesso il nostro Paese per la violazione dell'art. 3 della CEDU proprio in riferimento alle condizioni disumane in cui il detenuto (ove ricorrente) si trova nelle nostre carceri a causa del noto sovraffollamento, sancisce, all'art. 1 che "il magistrato di sorveglianza dispone, a titolo di risarcimento del danno, una riduzione della pena detentiva ancora da espiare pari, nella durata, a un giorno per ogni dieci durante il quale il richiedente ha subito il pregiudizio".

Se già da tempo andavamo parlando della sanzione penale come di una realtà giuridica in divenire, per cui la pena prevista dal legislatore non è quella irrigata dal giudice e questa non sarà quella espiata dal condannato, con perdita della effettività della pena stessa, questa disposizione aggiunge un tassello ad un quadro fortemente instabile.

Istituti (di diritto penale sostanziale, di diritto processuale penale e di diritto dell'esecuzione penale) sono andati ad intrecciarsi e ad accavallarsi nel tempo rendendo possibile una riduzione della pena a dir poco eccessiva: si pensi al giudizio di bilanciamento delle circostanze, al reato continuato eterogeneo, allo sconto di pena per il giudizio abbreviato, alla liberazione anticipata (portata di recente, in certi casi, da 45 a 75 giorni per semestre), alla semilibertà, all'affidamento in prova al servizio sociale, alla detenzione domiciliare, al recente provvedimento di sospensione del procedimento con messa alla prova (art. 168-bis, 168-ter e 168-quater c.p. introdotti dall'art. 3 della legge 28 aprile 2014, n. 67 ).

Ed il legislatore (sempre con la legge n. 67/2014) ha conferito deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio.

Eppure, ciò nonostante, perdura il sovraffollamento carcerario ed in condizioni indegne.

Non sarà politically correct, ma forse sarebbe anche il caso di costruire più carceri, e nel pieno rispetto della dignità dei detenuti e del loro trattamento tendente alla riabilitazione.



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