Articoli, saggi, Filiazione, potestà, tutela -  Rossi Rita - 2015-08-21

PERCHÉ IL CASO LEVATO? - Rita ROSSI

A volte, come si dice, nel cognome c'è il destino. Ma è vero anche, dico io, che il destino ce lo creiamo in buona parte noi stessi. Ed è il caso di dirlo proprio riguardo a Martina Levato, la donna resasi protagonista, insieme all'amico, di un crimine efferato (non posso sorvolare su questo dato di fatto che, al contrario, è stato ormai accantonato da molti).

Il tema, voglio dire, è quello della responsabilità personale, ove si parli come in un questa vicenda di una donna che non presenta ombre cognitive (stando al parere degli esperti "psi"). Di lei sappiamo, per averlo letto, che ha sfregiato con l'acido l'ex fidanzato, che ha tentato di tagliare il pene ad un altro suo ex (fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/18/martina-levato-per-le-perizie-famiglia-inadeguata-neonato-tolto-alla-madre/1965491/) e che compie atti di coprofagia (stessa fonte).

Una donna dotata di capacità di intendere e di volere (ex bocconiana, del resto) ma con un approccio verso il prossimo a dire poco "strong".

Eppure, quello che è passato alla ribalta è il fatto che è una madre e che il suo bambino ha bisogno di costruire con lei un attaccamento, attaccamento che verrebbe addirittura compromesso dal divieto di allattare (mi chiedo, però, come crescano, allora, i figli di quelle madri che per ragioni fisiche non possono allattare).

Ecco, mi sono interrogata a lungo sul perché di questo clamore, quando al contrario nessuno mai parla e si scandalizza per i tanti figli sottratti a quei tanti genitori che senza avere sfregiato con l'acido il loro prossimo, hanno la colpa ben più tenue di essere poveri o di avere una cultura modesta o di non sapere cogliere magari (per usare il linguaggio degli psicologi) i bisogni affettivi dei loro figli.

Sono soprattutto questi i casi, infatti, in cui i giudici minorili di tutta Italia allontanano i minori dalle famiglie d'origine, mentre nessuno grida allo scandalo.

Perché, dunque, tanta indignazione per il caso Levato?

La sola risposta che so darmi è che i mass media sono davvero bravi, troppo bravi a montare i casi, quelli beninteso che fanno notizia, e la notizia c'è quando c'è il morto o simili.

L'obiezione che mi aspetto è abbastanza scontata: in realtà non dobbiamo pensare a questa madre, ma al bambino, preservandolo da ogni rischio di pregiudizio, e facendo il possibile per assicurargli una crescita adeguata, senza traumi futuri.

Sì, è vero, non posso che assentire su questa considerazione.

Passo, allora, ad una riflessione più giuridica, che cioè trovi fondamento nelle regole del nostro ordinamento, piuttosto che in mie considerazioni personali.

Parto da due dati, allora.

1) Non conosciamo (non conosco) le esatte motivazioni su cui è fondato il decreto del tribunale per i Minorenni.

Posso basarmi, di conseguenza, soltanto sulla motivazione su cui poggia la richiesta (accolta) del  p.m.: "Chiedo che il neonato venga dichiarato in stato di abbandono per totale e irreversibile incapacitàà e inadeguatezza del padre e della madre a svolgere funzioni genitoriali".

È sulla base di tale domanda che ha preso avvio il giudizio di adottabilità, il solo - invero- che è minuziosamente regolamentato dalla legge. Detto giudizio dovrà svolgersi, in altre parole, con tutti i crismi del caso, e con il conseguente rispetto delle regole del contraddittorio e del diritto di difesa.

Dovranno essere resi partecipi del giudizio anche gli ascendenti del minore, i quali potranno conseguentemente domandare essi stessi l'affidamento del nipotino.

Sono questi elementi non da poco, dato che in altri tipi di giudizio minorile (ad es. per la limitazione della responsabilità genitoriale, tutto quanto sopra non è previsto).

Il fatto che sia stato aperto un giudizio per l'accertamento dello stato di adottabilità non va letto, dunque, necessariamente in senso negativo, anche perché in esso dovranno svolgersi tutti gli accertamenti anche peritali necessari a verificare le competenze genitoriali.

2) Il secondo elemento noto è poi relativo all'allontanamento del neonato dalla madre, con divieto di allattamento e con limitazione dei contatti ad un brevissimo lasso temporale nella giornata (in tutte le giornate però).

Sembra, poi, che stia per aprirsi la possibilità del collocamento della donna con il bambino in una comunità per detenute.

Se il T.M. adotterà questa soluzione, ci troveremo di fronte ad un esito (sia pur parziale, inevitabilmente) volto a consentire il crearsi di quell'attaccamento di cui ogni bambino ha naturalmente bisogno.

Una volta tanto, dunque, non me la sento di lanciare strali contro la Giustizia minorile.

Occorrerà pur comprendere, io credo, se questa madre dagli agiti non proprio rassicuranti possa essere considerata in grado di far crescere il proprio figlio in modo adeguato.

E non posso non concludere con una considerazione riguardo al padre.

Ancora una volta e anche in questo caso, il padre è il grande assente; non perché il padre di Achille non abbia chiesto di poter vedere il figlioletto. L'assenza, come avviene nella stragrande maggioranza dei casi, è dovuta al fatto che il padre biologico che non sia anche il marito della madre non diventa ipso iure padre giuridico.

Ma quand'anche egli fosse già padre a tutti gli effetti, con tutta probabilità ben scarso sarebbe il disappunto per il mancato contatto con il piccolo. È una storia ben tristemente nota, ma non mi pare molto opportuno riproporla qui, di fronte a questo padre.

E chissà che cosa potrebbe pensare il piccolo Achille di questi due genitori!?



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati