Changing Society, Intersezioni -  Palumbo Valeria - 2014-09-01

PERCHÉ RACCONTIAMO STORIE - Valeria PALUMBO

Ha scritto lo statunitense Elie Wiesel, ne Le porte della foresta: «Dio creò l'uomo perché gli piacciono le storie». Lo porta in calce del suo libro Jonathan Gottshall, docente di letteratura al Washington and Jefferson College in Pennsylvania. Il saggio si intitola L'istinto di narrare. Come le storie ci hanno resi umani ed è stato pubblicato da Bollati Boringhieri. Contiene le solite ingenuità americane e un capitolo davvero discutibile sui gusti sessualmente determinati nei giochi di bambini e bambine (ma gli autori statunitensi non leggono proprio mai autori di altri paesi o discipline?) in cui ignora del tutto che i bambini giocano con ciò che vien loro dato e come vien loro insegnato anche in modo inconsapevole. Tolto questo però ha molti meriti e secondo me offre spunti interessanti. La tesi di Gottshall (e non solo di Gottshall) è che l"uomo sia un primate narrante. E ciò che siano proprio le storie, ovvero al capacità di vivere immersi nell'isola che non c'è, a renderci umane. "Storie" è un termine vasto che va dai sogni ai romanzi, dalla memoria ai video-giochi. In questo senso, avverte lo studioso americano, non c"è nessuna "crisi". A parte il fatto che a livello globale l"umanità consuma romanzi (anche di carta, ancora soprattutto di carta) come non aveva mai fatto (in Italia la crisi dell"editoria è radicale ma noi siamo la periferia dell"impero). Ma il punto è che si consumano storie anche quando si guarda la tv, si va a cinema, si gioca al computer, etc. Perché? Perché, sostanzialmente, le storie sono come i simulatori di volo per i piloti: ci addestrano alla vita. E anche se nessuno di noi si troverà né nelle condizioni Harry Potter né, nella vita, potrà reagire come nei romanzi di Dostoevskij, leggere allena all"emotività e ai sentimenti. A dirla tutta, Gottshall ammette che le storie, e in particolare i sogni e la memoria, possano assolvere, proprio come la nostra mano, funzioni diverse. Ma esclude che siano inutili (come alcuni studiosi hanno affermato dei sogni). Ammette anche che si esce da un film o da un video-gioco violento con un tasso di aggressività accresciuto, ma sostiene che anche le storie peggiori contengano una morale positiva ed è a questa che ci rifacciamo. Troppo americano? Un po" sì (il cinema europeo è un po" diverso, per esempio).

Però Gottshall ha ragione su tre cose: è finta la nostra memoria. Come scrive David Carr in The night of the gun: «Le persone ricordano più spesso ciò con cui possono convivere piuttosto che il modo in cui hanno davvero vissuto». E quindi ogni tanto servirebbe un"analisi di ciò che sosteniamo di noi stessi e di ciò che ricordiamo. Ormai è scientificamente dimostrato che non esistono testimoni affidabili. Peggio ancora quando si racconta di sé. Due: lo storytelling si evolve in continuazione. Non sediamo più davanti al fuoco mentre un vecchio narra leggende, ma proviamo le stesse emozioni guardando un film. Infine: è vero che le storie ci modellano e modellano il mondo. Peccato che modellino anche gli integralismi e i nazionalismi. E quindi se resta delizioso il motto "la fantasia al potere", è sempre bene moderarlo con la forza di una risata dissacrante (che non seppellisce, ma ci riporta sulla terra).



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