Changing Society, Intersezioni -  Pant√® Maria Rosa - 2015-04-11

PERCHÉ SCRIVO? – Maria Rosa PANTÉ

Perché in effetti io scrivo.

Forse parecchio. Forse il giusto.

Scrivo perché non posso farne a meno. Mi pare fosse Panagulis, lo raccontava la Fallaci nel suo libro "Un uomo". Panagulis, in carcere, durante la dittatura dei colonnelli in Grecia, non avendo altro modo scriveva col sangue che gli sgorgava dalle ferite dei polsi.

Poi scrivo per la gioia di scrivere.

Leopardi diceva (per iscritto naturalmente) che i suoi momenti più felici erano stati quelli in cui aveva composto poesie.

Erano anche i momenti in cui il tempo passava più veloce.

Si scrive anche per vincere il tempo. Non solo perché lo scrivere fa durare nel tempo, ma perché scrivere fa trascorrere il tempo in modo diverso.

E perché, forse ancor più che il leggere, scrivere fa vivere molte vite, dunque moltiplica il tempo.

Scrivo anche perché scrivere è un'azione potente.

(…)

C'è dunque un mondo

di cui reggo le sorti indipendenti?

Un tempo che lego con catene di segni?

Un esistere a mio comando incessante?

La gioia di scrivere

Il potere di perpetuare.

La vendetta d'una mano mortale.

Non saprei certo dirlo meglio della poetessa Wislawa Szymborska.

Scrivo per essere letta.

Scrivere è comunicare. Dunque, se dico qualcosa, mi fa piacere che qualcuno la ascolti, è emozionante quando ti dicono che una tua poesia è bella, quando qualcun altro la fa sua, persino magari dandole un significato diverso dal tuo.

Ma senza esagerare: tendo a proteggere le mie parole.

Scrivo per incidere sulla realtà. Non ce n'è! Io scrivo anche per quello. Scrivo perchè vorrei che le mie parole cambiassero il mondo. Che pretesa! So che non potranno farlo, nemmeno Omero o Dante hanno cambiato nulla. Apparentemente.

Scrivo perchè voglio commuovere, smuovere, far ridere, far cambiare idea.

Scrivo perché vorrei che il mondo fosse un posto più bello dove vivere.

Scrivo come atto politico anche quando, soprattutto quando, scrivo poesie sulla primavera o sul vento o sulle stelle e gli steli.

Si scrive come atto di onnipotenza, lo so, ma anche come atto di uscita da sé e di dilatazione nel mondo, come un momento di immedesimazione col tutto, come un modo per superare se stessi.

Si scrive per la meraviglia di essere al mondo e per disgusto del mondo.

Si scrive per amore, solo le parole scritte per amore restano, pensiamo all'Iliade, dove un vincitore scrive della pietà per i vinti. O all'Eneide, il poema di regime, che diventa poesia quando descrive la morte dei giovani, vinti e vincitori.

Si scrive per amore, per costruire, per creare. Tutto il resto è nulla.

Si scrive per curarsi e per ammalarsi e curarsi e ancora ammalarsi. Si scrive per morire meno.



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