Articoli, saggi, Danno esistenziale -  Redazione P&D - 2013-11-14

PICCOLE PRECISAZIONI IN TEMA DI DANNO ESISTENZIALE – G.G.

Danno esistenziale si, danno esistenziale no.

Il dubbio può attanagliare molti operatori del diritto. Chiedere il risarcimento dei danni anche esistenziali, rischiando il rigetto della domanda, la condanna alle spese, o insistere anche su tale figura di danno, si da rendere "giustizia" a chi ha subito un danno, sino a comprendere ogni aspetto leso della sua vita?

Il disorientamento deriva, innanzitutto, dalle stesse massime delle Supreme corti. Dalle quali si può desumere, di volta in volta, una netta esclusione di ogni indicazione anche testuale alla figura del danno esistenziale o una sua possibile ricomprensione fra gli aspetti di danno risarcibili.

Vediamo.

Il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale (altrimenti definibile "esistenziale", e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane, risarcibile nel caso in cui l'illecito abbia violato diritti fondamentali della persona) costituiscono pregiudizi non patrimoniali ontologicamente diversi e tutti risarcibili; né tale conclusione contrasta col principio di unitarietà del danno non patrimoniale, sancito dalla sentenza n. 26972 del 2008 delle Sezioni Unite della Corte di cassazione, giacché quel principio impone una liquidazione unitaria del danno, ma non una considerazione atomistica dei suoi effetti. Se non è ammissibile nel nostro ordinamento l'autonoma categoria di "danno esistenziale", in quanto, ove in essa si ricomprendano i pregiudizi scaturenti dalla lesione di interessi della persona di rango costituzionale, ovvero derivanti da fatti-reato, essi sono già risarcibili ai sensi dell'art. 2059 c.c. (con la conseguenza che la liquidazione di una ulteriore posta di danno comporterebbe una non consentita duplicazione risarcitoria) mentre qualora si intendesse invece includere nella categoria pregiudizi non lesivi di diritti inviolabili della persona, la stessa sarebbe illegittima (essendo essi irrisarcibili alla stregua del menzionato articolo), quel che rileva, ai fini risarcitori, è che, ove si siano verificati pregiudizi scaturenti dalla lesione di interessi della persona di rango costituzionale, ovvero derivanti da fatti-reato, essi non siano stati già oggetto di apprezzamento e di liquidazione da parte del giudice del merito, a nulla rilevando in senso contrario che quest'ultimo li liquidi sotto la voce di danno non patrimoniale oppure li faccia rientrare secondo la tradizione passata sotto la etichetta "danno esistenziale". Ed invero, l'erroneità della denominazione adottata, di per sé sola, non fa ovviamente discendere l'illegittimità della loro liquidazione. Così si esprime Cassazione civile,   sez. III, 11 ottobre 2013, n. 23147

Sulla stessa linea si legge: In tema di risarcimento del danno non patrimoniale derivante da demansionamento e dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio - dell'esistenza di un pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare reddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno. Tale pregiudizio non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nella suindicata categoria, cosicché non è sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, incombendo sul lavoratore non solo di allegare il demansionamento ma anche di fornire la prova ex art. 2697 cod. civ. del danno non patrimoniale e del nesso di causalità con l'inadempimento datoriale (Cassazione civile,   sez. lav., 19 marzo 2013,   n. 6797).

Ed ancora: In caso di fatto illecito plurioffensivo, ciascuno danneggiato è titolare di un autonomo diritto al risarcimento di tutto il danno, morale e dinamico-relazionale (altrimenti definibile "esistenziale"), consistente nel peggioramento delle condizioni e abitudini, interne ed esterne, di vita quotidiana. Nella liquidazione, il giudice del merito deve esplicitare se e come ha considerato tutte le concrete circostanze per risarcire integralmente il danno non patrimoniale subito da ciascuno e perciò va esclusa ogni liquidazione di tale pregiudizio in misura pari ad una frazione dell'importo liquidabile a titolo di danno biologico del defunto, perché tale criterio non rende evidente e controllabile l'iter logico attraverso cui il giudice di merito sia pervenuto alla relativa quantificazione, né permette di stabilire se e come abbia tenuto conto di tutte le circostanze suindicate (Cassazione civile, sez. III, 17 aprile 2013,   n. 9231).

Ma altre sentenze della S.c. escludono agni riferimento al danno esistenziale, anche solo terminologico.

Non è ammissibile nel nostro ordinamento l'autonoma categoria del danno esistenziale; tuttavia il Giudice può provvedere alla adeguata personalizzazione della somma complessivamente dovuta, risultante dalla mera applicazione delle tabelle, per il risarcimento, tenuto conto delle particolari circostanze di fatto (Cassazione civile,   sez. III 23 settembre 2013,   n. 21716); il danno biologico, conseguente alla lesione del diritto alla salute garantito dall'art. 32 Cost., è ontologicamente diverso dal danno derivante dalla lesione di un diverso diritto costituzionalmente protetto, non potendo, quindi, essere risarcito come danno biologico il danno, cosiddetto esistenziale, che si affermi essere derivato da "stress psicologico da timore", per la compromissione della serenità e sicurezza del soggetto interessato, giacché detto stress è soltanto una conseguenza della lesione di un possibile interesse protetto il quale necessita di una previa individuazione, affinché possa venire poi in considerazione il pregiudizio che, in ipotesi, sia derivato dalla lesione dello stesso, con la precisazione, altresì, che la serenità e la sicurezza, di per sé considerate, non costituiscono diritti fondamentali di rango costituzionale inerenti alla persona, la cui lesione consente il ricorso alla tutela risarcitoria del danno non patrimoniale ( Cassazione civile   sez. II 21 giugno 2013   n. 15707); come hanno affermato le Sezioni Unite di questa Corte Suprema (con la sent. N. 26972 del 2008) non è ammissibile nel nostro ordinamento l'autonoma categoria di "danno esistenziale", inteso quale pregiudizio alle attività non remunerative della persona, atteso che: ove in essa si ricomprendano i pregiudizi scaturenti dalla lesione di interessi della persona di rango costituzionale, ovvero derivanti da fatti-reato, essi sono già risarcibili ai sensi dell'art. 2059 c.c., interpretato in modo conforme a Costituzione, con la conseguenza che la liquidazione di una ulteriore posta di danno comporterebbe una duplicazione risarcitoria; ove nel "danno esistenziale" si intendesse includere pregiudizi non lesivi di diritti inviolabili della persona, tale categoria sarebbe del tutto illegittima, posto che simili pregiudizi sono irrisarcibili, in virtù del divieto di cui all'art. 2059 c.c. (Cassazione civile,   sez. III 24 maggio 2013,   n. 12985). Poiché il danno biologico ha natura non patrimoniale, ed il danno non patrimoniale ha natura unitaria, è corretto l'operato del giudice di merito che liquidi il risarcimento del danno biologico in una somma omnicomprensiva, posto che le varie voci di danno non patrimoniale elaborate dalla dottrina e dalla giurisprudenza (danno estetico, danno esistenziale, danno alla vita di relazione, ecc.) non costituiscono pregiudizi autonomamente risarcibili (Cassazione civile   sez. III 16 maggio 2013   n. 11950). Del resto, lo stesso pregiudizio di tipo estetico viene abitualmente risarcito all'interno del danno biologico, inclusivo di ogni pregiudizio diverso da quello consistente nella diminuzione o nella perdita della capacità di produrre reddito, tra cui appunto il danno estetico e alla vita di relazione. (v. Cass. n. 24864/010; Cassazione civile  sez. III 12 febbraio 2013   n. 3290; Cassazione civile   sez. III 13 dicembre 2012   n. 22910).

Molto meno problematica la giurisprudenza amministrativa, ove il timore di utilizzare il termine "esistenziale" non si trova.

Il risarcimento del danno da ritardo procedimentale dell'Amministrazione, previsto dall'art. 2 bis comma 1, l. 7 agosto 1990 n. 241, introdotto dalla l. 18 giugno 2009 n. 69, non è legato alla perdita di guadagno sofferto a causa del ritardo, ma all'incertezza prodottasi a causa dell'inosservanza colposa del termine di conclusione del procedimento e assume come presupposto il fatto obiettivo che la certezza e il rispetto dei tempi dell''azione amministrativa costituiscano un autonomo bene della vita, sul quale il privato deve poter fare ragionevole affidamento, al fine di autodeterminarsi e orientare le proprie scelte; si tratta quindi di un danno esistenziale tipico, cioè del danno da "stress" per l'attesa del provvedimento e le lungaggini burocratiche (T.A.R. Campobasso (Molise)   sez. I 30 maggio 2013   n. 357 ; vedi anche T.A.R. Catania (Sicilia)   sez. II 04 marzo 2013   n. 684T.A.R. Firenze (Toscana)   sez. III 12 marzo 2013   n. 406; T.A.R. Genova (Liguria)   sez. II 24 gennaio 2013   n. 157; T.A.R. Catania (Sicilia)   sez. II 17 gennaio 2013   n. 106 ; T.A.R. Ancona (Marche)   sez. I 11 gennaio 2013   n. 32). Mentre il danno biologico non può prescindere dall'accertamento medico legale, quello esistenziale può invece essere verificato mediante la prova testimoniale, documentale o presuntiva, che dimostri nel processo i concreti cambiamenti causati dall'illecito, in senso peggiorativo, nella qualità di vita del danneggiato, sempre che sussista la violazione di un diritto della persona costituzionalmente garantito, a condizione, in quest'ultimo caso, che la violazione sia stata grave e che le conseguenze della lesione non siano state futili. In mancanza di allegazioni sulla natura e sulle caratteristiche del danno esistenziale, non è possibile al giudice neppure la liquidazione in forma equitativa, perché questa, per non trasmodare nell'arbitrio, necessita di parametri cui ancorarsi (T.A.R. Firenze (Toscana)   sez. III 17 settembre 2013   n. 1270).

Si deve ammettere, in generale, che la giustizia amministrativa ha saputo, nel complesso, contenere con apprezzabile equilibrio l'ondata del danno esistenziale, uniformandosi all'indirizzo formulato dalle Sezioni unite con le ricordate « sentenze di San Martino » nel porre un freno al risarcimento di « danni bagatellari »: per giustificare il risarcimento di un danno non patrimoniale ai sensi dell'art. 2059 nella sua rilettura costituzionale « deve trattarsi in altri termini — ha modo di precisare il Consiglio di Stato — di violazioni gravi di diritti della persona, cioè di lesioni di diritti costituzionali che, sul piano ontologico, superino la soglia della tollerabilità e siano qualificate dalla serietà dell'offesa e dalla gravità delle conseguenze nella sfera personale (cfr. Cons. Stato, 28 maggio 2010, n. 3397).

Ma allora, anche se non come categoria autonoma di danno, il concetto di danno esistenziale può servire ad orientare il giudice nella liquidazione del danno concreto? Questa è la domanda fondamentale cui rispondere.

Il passaggio essenziale della riflessione deve considerare il timore che l'uso della categoria del danno esistenziale, soprattutto da parte di alcuni giudici onorari, potesse favorire misure giurisdizionali fondate su sensazioni di disagio e disappunto, piuttosto che sulla violazione di diritti soggettivi. Ossia dare sfogo ad ogni ipotesi di "disturbo" della nostra vita da parte di terzi, senza un effettivo rilievo di danno, senza la lesione di un diritto soggettivo.

Orbene, l'attuale sistema risarcitorio dei danni alla persona umana si fonda sugli assunti risalenti alle quattro sentenze del novembre 2008 (si tratta delle quattro sentenze, nn. 26972, 26973, 26974, 26975, rese l'11 novembre 2008 dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione civile), con le quali le Sezioni Unite della Corte di cassazione hanno impedito che anche il nostro ordinamento scivolasse verso una discrezionalità dei giudicanti Le citate Sezioni Unite hanno impedito la deriva del nostro ordinamento, ribadendo quanto già chiarito con le sentenze cosiddette «gemelle» n. 8827/2003 e n. 8828/2003 della Terza Sezione della Suprema Corte: il danno esistenziale, come il danno biologico e il danno morale, è una mera sintesi descrittiva che non può legittimare l'interprete a sanzionare fatti la cui antigiuridicità non risulta da scelte legislative.

Il nuovo sistema delineato dalle Sezioni Unite ha senz'altro il merito di evitare la creazione di fantasiosi diritti ma, tuttavia, non appare condivisibile nell'apparato concettuale che definisce il novero delle posizioni giuridiche tutelabili per equivalente.

Le Sezioni Unite ritengono che il danno non patrimoniale consiste nella lesione degli interessi della persona non connotati da rilevanza economica e trova disciplina nell'art. 2059 c.c., secondo cui il risarcimento opera solo nei casi determinati dalla legge. In passato l'art. 2059 c.c. è stato inteso in senso restrittivo, come norma attinente al solo danno morale soggettivo, poiché l'unica disposizione che prevedeva il risarcimento del danno non patrimoniale era l'art. 185 c.p. che, a sua volta, era interpretato come norma riguardante il danno morale soggettivo, definito anche come patema d'animo transeunte. Sono poi entrate in vigore altre disposizioni che hanno assicurato la riparazione del danno non patrimoniale, fra cui: l'art. 18, l. n. 675/1996, sui danni derivati dal trattamento dei dati personali; l'art. 44, comma 7, d.lgs. n. 286/1998, sull'azione civile dello straniero contro gli atti discriminatori; l'art. 2, l. n. 89/2001, sul diritto all'equa riparazione per le lungaggini processuali. Così è apparso chiaro che l'art. 2059 c.c. non riguarda esclusivamente il cosiddetto danno morale soggettivo ex art. 185 c.p., ma si riferisce a qualsivoglia previsione normativa che contempli il risarcimento del danno non patrimoniale. Le offese agli interessi non connotati da rilevanza economica possono essere sanzionate solo nei limiti dell'art. 2059 c.c., escludendosi l'applicazione dell'art. 2043 c.c., che è una disposizione attinente alla riparazione dei danni di tipo economico. Mentre l'art. 2043 c.c. realizza il principio di atipicità degli atti illeciti, l'art. 2059 c.c. è una norma di rinvio che autorizza ad irrogare tutela solo nei casi previsti dalla legge. Il che avviene non solo quando il legislatore abbia espressamente previsto la misura giurisdizionale del risarcimento, ma pur quando siano gravemente offesi, con serio pregiudizio, i diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione. Infatti l'inviolabilità di questi diritti rimarrebbe senza significato se non fosse loro accordata, quanto meno, la tutela minima risarcitoria. La riparazione del danno non patrimoniale non è dovuta, invece, se l'offesa investe diritti istituiti mediante legge ordinaria.

Le Sezioni Unite precisano che il sistema così delineato non istituisce un numero chiuso di ipotesi in cui il risarcimento è ammesso, dato che l'interpretazione evolutiva dell'art. 2 della Costituzione consente di salvaguardare i nuovi interessi della persona che emergano nella realtà sociale e attengano a posizioni inviolabili della persona umana.

Con tutto ciò la Corte ha giustamente chiarito, una volta per tutte, che non possono essere create commistioni fra danni patrimoniali e danni non patrimoniali. Non si può utilizzare la fattispecie dell'art. 2043 c.c., relativa ai pregiudizi di carattere economico, per rendere sostanzialmente atipica la tutela contro i pregiudizi che tale carattere non hanno. Ciò è assolutamente condivisibile, ma lo sforzo della Corte di garantire tipicità al sistema di tutela contro i danni non connotati da rilevanza economica è andato al di là di quanto sarebbe stato congruo dal punto di vista dogmatico. Le Sezioni Unite ritengono che l'art. 2059 c.c. sia una norma di rinvio, che autorizza ad applicare la misura risarcitoria solo ove questa sia stata espressamente prevista dal legislatore o quando sia stato offeso un diritto inviolabile della persona garantito dalla Costituzione. Da ciò deriva che la tutela risarcitoria non si applica alle violazioni di diritti a carattere non patrimoniale istituiti con legge ordinaria, persino se diritti del genere sono previsti dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU). E questo non appare ammissibile.

Le Sezioni Unite intendono in maniera restrittiva l'espressione «casi determinati dalla legge» contenuta nell'art. 2059 c.c., come se i casi in questione fossero solo quelli in cui il legislatore prevede espressamente una sanzione risarcitoria. Inteso in questo modo, l'art. 2059 c.c. è non già una norma di rinvio ma una disposizione inutile, posto che il risarcimento del danno potrebbe già essere irrogato in base a specifiche disposizioni. Questo articolo assume un significato solo ove si tenga conto delle tecniche normative con le quali si creano i diritti soggettivi. Le posizioni giuridiche attribuiscono a un soggetto utilità o vantaggi mediante la disciplina di una o più situazioni di dovere o potere variamente denominate (obbligo, dovere, soggezione, pretesa, facoltà, potestà, onere), tese a realizzare la prevalenza di un interesse di una persona rispetto all'interesse confliggente di altre persone.

Infatti, la Corte costituzionale insegna che l'art. 2 Cost. è un testo a «fattispecie aperta» capace di salvaguardare nuovi diritti, quali il diritto alla libertà sessuale (Corte cost., 18 dicembre 1987, n. 561), il diritto degli inabili all'accompagnamento (Corte cost., 22 giugno 1989, n. 346), il diritto all'identità personale (Corte cost., 3 febbraio 1994, n. 13).

Ora, una conclusione è d"obbligo.

La categoria del danno esistenziale certo non può essere utilizzata per permettere l"ingresso al risarcimento di ogni lesione alla generica tranquillità della vita o ai meri disagi che provengono dal contatto quotidiano con i terzi.

Ma neppure può essere obliterata, poiché la sua terminologia ed il significato che porta con sé sono elementi essenziali per evidenziare ulteriori posizioni soggettive tutelabili dall"ordinamento, al di là ed anche a prescindere dal danno biologico.

Si vuol dire che il danno esistenziale certo non può , stante la giurisprudenza costante, assurgere ad autonoma voce di danno, da aggiungersi ad altri danni già liquidati (si da evitare duplicazioni) ma certo è una categoria immanente al danno, che riguarda tutte gli aspetti della vita della persona che non possono essere coperti dal mero riferimento al danno alla salute.

Unico limite deve essere solo il suo aggancio a posizioni tutelate dalla Costituzione, sempre tenuto conto che l"art. 2 Cost. permette un continuo adeguamento delle posizioni soggettive ritenute degne di tutela. Così, se il danno risarcibile esula da un danno alla persona (che può ricomprendere ogni aspetto esistenziale conseguente, tramite l"adeguamento del risarcimento stesso), necessariamente il danno relazionale o meglio esistenziale deve essere risarcito, ove provato che un diritto di rilievo costituzionale è stato leso e che questa lesione ha provocato ripercussioni negative sulla "agenda di vita" del danneggiato, imponendogli attività sgradite o impedendogli attività realizzatrici della persona sino a quel momento esercitate.

Quindi, il recupero della categoria, nei sui aspetti di determinazione del danno risarcibile e, quindi, di guida nella enucleazione del danno e nella sua quantificazione, è fatto imprescindibile se si vuole giungere alla tutela completa del danneggiato.

Il danno esistenziale è un danno attinente al peggioramento delle condizioni di vita del danneggiato; è un danno conseguenza, derivante dalla lesione di diritti costituzionalmente protetti; può essere categoria di danno da valutare all"interno del danno non patrimoniale o essere ricompreso nell"aumento del danno biologico se conseguenza di una lesione alla salute; ma certo, non può essere dimenticato quale componente essenziale di una tutela complessiva della persona.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati