Legislazione e Giurisprudenza, Responsabilità civile -  Todeschini Nicola - 2014-08-12

POLIZZE INFORTUNI E RESPONSABILITÀ CIVILE: NO AL CUMULO ? Cass. Civ. 13233/2014 – Nicola TODESCHINI

L'arresto del giugno 2014 delle terza sezione (che appello "sentenza Rossetti" perché l'influenza delle tesi del relatore è così significativa da apparire quasi un copia e incolla del suo personale pensiero), che altri complessivamente, e con maggior capacità di chi scrive hanno commentato, è significativa dell'influenza che le tesi propugnate dalle compagnie di assicurazione riesce a dispiegare.

Pur argomentata con la consueta abilità dialettica del Cons. Rossetti, la cui competenza, indiscutibile, molti hanno avuto modo di apprezzare anche nei frequenti consessi della Melchiorre Gioia (ai quali, come è noto, partecipano assai spesso il Presidente dell'Ania Verde e altri fidi difensori delle prerogative del mondo assicurativo che non è mistero trovino in quella sede ampia considerazione) contiene alcuni passaggi che non so apprezzare del tutto.

Lo scontro, di argomenti, è quello tra due orientamenti, l'uno favorevole al ricorrente che invoca il cumulo di indennizzo assicurativo e risarcimento del danno sostenendo che

"...sarebbe possibile perché quando la vittima di un fatto illecito sia anche "assicurato" ai sensi dell'art. 1904 c.c., non opererebbe il principio della compensatio lucri cum damno: quest'ultimo, infatti, potrebbe trovare applicazione solo nel caso in cui il vantaggio ed il danno siano entrambi conseguenza immediata e diretta del fatto illecito, quali suoi effetti contrapposti. Invece nel caso in cui il danneggiato abbia un'assicurazione contro i danni, il credito risarcitorio vantato nei confronti del responsabile ed il credito indennitario vantato nei confronti del proprio assicuratore privato hanno fonte diversa (rispettivamente, legale e contrattuale), e tra essi non opera la compensano lucri cum damno (così Sez. 3, Sentenza n. 1135 del 10/02/1999, Rv. 523113)";

l'altro, che invece la sentenza Rossetti fa proprio, depone per la tesi contraria che vorrebbe vietare il cumulo dell'indennizzo con il risarcimento del danno.

Alcuni degli argomenti utilizzati per corroborare tale ultima tesi, come anticipato, non mi convincono e di seguito, seppur con l'intenzione di ritornarvi con maggior approfondimento, li elenco brevemente:

-Né appare risolutiva, al fine di consentire il cumulo di indennizzo e risarcimento, l'osservazione - pure prospettata da dottrina minoritaria -secondo cui, avendo l'assicurato pagato i premi, egli avrebbe comunque diritto all'indennizzo in aggiunta al risarcimento, altrimenti il pagamento dei premi sarebbe sine causa.

Il pagamento del premio infatti non è mai sine causa, perché al momento in cui viene compiuto vi è obiettiva incertezza circa il verificarsi del sinistro e la solvibilità del responsabile. Il pagamento del premio è in sinallagma col trasferimento del rischio, non certo col pagamento dell'indennizzo, tanto è vero che se alla scadenza del contratto il rischio non si è verificato, il premio resta ugualmente dovuto.

Quando si stipula la polizza infortuni si perfeziona, come noto, un contratto che impone all'assicuratore di pagare un indennizzo (e non il risarcimento del danno) qualora si verifichi un infortunio a termini di polizza. Tra le regole che disciplinano il contratto non ve n'è una che spieghi al contraente, soggetto debole rispetto all'assicuratore, che la somma che sta pagando potrebbe essere stata versata sine causa qualora l'infortunio patito consista in un danno che risulti stato prodotto in forza di responsabilità civile altrui. Come se la definizione di "infortunio" venisse meno in forza della mera eziologia del danno che ne è derivato.

L'assicurato non versa, in altri termini, un premio che corrisponde, diversamente da quanto le regole pattizie lascino intendere, alla garanzia di essere indennizzato tutte le volte in cui l'infortunio ricada tra le condizioni previste in polizza, ma solo a patto che non coincidano con il fatto altrui generatore di responsabilità civile. Tale limite, taciuto proprio dalle compagnie che dimostrano, anche resistendo a tale ricorso, di averne piena cognizione, non viene illustrato in polizza secondo le regole della buona fede, così che il tessuto contrattuale potrebbe risultare abusivo per aver indotto il malcapitato a contrarre quando, se ben informato, avrebbe ben potuto orientarsi diversamente, con il che verrebbero integrate le condizioni anche per qualificare abusiva la pratica.

Contrae, quindi, essendo messo -volutamente- all'oscuro di un meccanismo che avrebbe l'effetto di ridurre in modo significativo il beneficio, legittimo, di essere indennizzato in tutti i casi d'infortunio rientranti in polizza. Non sfugge a nessuno che, tra le ragioni per le quali un soggetto contrae la polizza infortuni v'è quella di avere garanzia di un indennizzo che non rappresenti la riparazione integrale alla quale il sistema della responsabilità civile è destinato, ma la controprestazione dovuta a fronte del pagamento del premio, tanto che a maggior premio corrisponde di norma un indennizzo di maggior importo e/o comunque una copertura più estesa (magari senza franchigia). E' vero che tale controprestazione dipende dal verificarsi del rischio, ma in tutte le occasioni in cui tale rischio si verifichi e non solo in quelle nelle quali il fatto, che da origine al danno, non sia generatore di responsabilità civile.

E ancora: che il pagamento di un premio non sia mai sine causa è assai problematico da sostenere se non a guisa di uno slogan pubblicitario assai disinvolto, mi si passi la battuta. E' vero il contrario, nella polizza infortuni: il pagamento del premio è proprio in sinallagma con il versamento dell'indennizzo contrattualmente dovuto ove si verifichi il rischio, tanto che se il premio non viene versato non si trasferisce il rischio e diviene ininfluente l'evento dannoso in sé pur essendo, astrattamente, catalogabile quale infortunio a termini di polizza.

-In secondo luogo, se davvero bastasse pagare il premio per cumulare indennizzo e risarcimento, e quindi trasformare il sinistro in una occasione di lucro, allora si dovrebbe conseguentemente ammettere che il contratto concluso non è più un'assicurazione, ma una scommessa, nella quale puntando una certa somma (il premio) lo scommettitore può ottenere una remunerazione complessiva assai superiore al danno subito.

Anche tale provocazione non convince: paragonare il versamento del premio ad una scommessa nella quale puntando una certa somma -il premio- lo scommettitore potrebbe ottenere una "remunerazione"  -l'indennizzo- assai superiore al danno subito, confonde indennizzo e risarcimento, ponendoli su piani analoghi quando così non è. L'indennizzo non è, evidentemente, una remunerazione, ma rappresenta l'adempimento del contratto, in presenza delle condizioni dallo stesso tessuto pattizio previste, e soprattutto non è un rimedio -apprestato dall'ordinamento giuridico- alternativo al risarcimento. Vero è che le compagnie di assicurazione amerebbero pensarlo, così da trasferire il rischio della responsabilità civile sui danneggiati inducendoli a contrarre polizze per essere indennizzati in luogo di misure di risarcimento oramai non più integrale. Vorrebbero invero che le regole attuali fossero piegate, magari spazzando via le Tabelle di Milano e sostituendole con quelle che anche la Melchiorre Gioia patrocina pur se rappresenterebbero un dimezzamento dei valori che la Corte di Cassazione ha ritenuto auspicabili adombrando l'uso delle tabelle meneghine.

Inoltre l'indennizzo non ha nella valutazione medico legale del danno se non un indice, poiché la sua traduzione in denaro non dipende dall'entità del danno realmente (secondo le tabelle in vigore per la responsabilità civile) patito, ma dalla pattizia valutazione del valore in denaro da assegnare al punto di invalidità, così che se il tal danno valga, secondo le regole della r.c., "cento", può ben essere che una buona polizza possa indennizzarlo con "mille", proprio perché prescinde dal suo "reale" valore ma dipende dalla contrattazione.

E' la controprestazione che non può essere evitata dal debitore della prestazione per il solo fatto che lo stesso evento abbia anche un diverso significato, grazie ad altre regole, quelle della responsabilità civile. Quello della "scommessa" sembra un argomento, mi sia consentito, un poco scocciato, come quello di chi si risenta del favorevole destino altrui. Chi contrae una polizza infortuni privata lo fa per avere una garanzia in più, e certa, di ricevere un indennizzo ove subisca un danno rientrante nella garanzia pattuita, e non può essere trattato a guisa del figlioletto che partecipando alla pesca di beneficenza abbia la fortuna di ricevere due premi e venga privato di uno di essi dal padre che lo preferisca assegnare all'altro figlio meno fortunato. Polizze infortuni, non scommesse a premio, pesche di beneficenza, regali della buona sorte, quindi.

Che le compagnie di assicurazione abbiano confuso -o preferibilmente tentino di confondere- le regole della responsabilità civile e del risarcimento integrale del danno come quelle di un'antagonista da dribblare, per un verso, perché fa concorrenza, per l'altro, perché anticipa i pagamenti da loro dovuti facendoli venir meno in parte qua, è ormai chiaro a tutti. Lo fanno dai tempi della legge 57 del 2001, quando ci hanno fatto credere che avrebbero barattato una modifica dei criteri di liquidazione delle invalidità con una riduzione dei premi, prendendoci però tutti in giro; lo fanno oggi cercando di scalzare le tabelle del Tribunale di Milano, oramai universalmente applicate, per sostituirvi le proprie che dimezzerebbero le riparazioni, vorrebbero farlo risparmiando anche sugli eventi che loro stesse assicurano, traendone lucro (quello si che è un lucro!) e facendone dipendere la controprestazione dalla eventuale responsabilità altrui.

-Detto altrimenti, la percezione dell'indennizzo, da parte del danneggiato, elide in misura corrispondente il suo credito risarcitorio nei confronti del danneggiante, che pertanto si estingue e non può essere più preteso, né azionato. Se così non fosse, nell'ipotesi in cui il danneggiato avesse stipulato un contratto di assicurazione contro i danni, questi avrebbe un interesse positivo al realizzarsi del sinistro, il che contrasta insanabilmente con il principio indennitario e con la "neutralità" dell'intervento dell'assicuratore rispetto alle condizioni patrimoniali dell'assicurato in epoca anteriore al sinistro.

Perché solo in tale ipotesi esisterebbe un interesse positivo al realizzarsi del sinistro? Forse che la compagnia di assicurazione, poiché ha diritto alla surrogazione, avrebbe interesse positivo alla realizzazione del sinistro in quanto cagionato da responsabilità altrui ed un tanto basterebbe ad escludere il suo diritto alla surrogazione medesima?

Se discutessimo di una prestazione di tipo previdenziale, come per l'indennizzo erogato dall'Inail al lavoratore in itinere danneggiato dal fatto altrui, avrebbe senso considerare, come si considera, l'indennizzo eventualmente erogato dall'Inail come una sorta di acconto sul maggior danno. Ma il rapporto esistente tra l'eventuale garanzia assicurativa per gli infortuni da polizza privata (e facoltativa) con il risarcimento del danno da responsabilità civile altrui è ben diverso da quello esistente, per disposizione di legge, tra l'indennizzo che l'ordinamento ha deciso venga corrisposto dall'Inail, ed il risarcimento che il responsabile civile deve versare in forza dell'illecito se dovuto da responsabilità civile.

Non dimentichiamoci che la polizza privata infortuni non è obbligatoria, ma facoltativa, e venduta in tutte le agenzia d'Italia ingenerando negli assicurati la legittima attesa di una controprestazione non sottoposta a condizioni se non all'avverarsi di quelle pattizie (tenuto conto delle esclusioni). E le compagnie che oggi sostengono tali diverse tesi, così nella sentenza in commento come in altre del passato, pur dimostrandosi pacificamente inclini a considerare la funzione della polizza ben diversamente da quanto facciano i loro agenti di vendita, si guardano bene dall'introdurre nel tessuto contrattuale unilateralmente predisposto chiare tracce della loro tesi così da evitare di porre il contraente nella condizione di essere preso in giro.

Diverse interpretazioni, tanto più allorché il contraente sia un consumatore, fanno sorgere pesanti perplessità anche ponendo mente alle regole a tutela del consumatore ed alla giurisprudenza che si è formata sin dall'aggiunta del capo relativo ai contratti dei consumatori con gli artt.li 1469-bis e segg. codice civile quindi con le regole del codice del consumo.

Da ultimo faccio notare che la tesi asseconda l'interesse delle compagnie ma le espone ad un effetto boomerang al quale forse non hanno pensato a sufficienza: passasse, definitivamente, la tesi che vieta il cumulo tra indennizzo da polizza infortuni privata e risarcimento del danno da r.c., i danneggiati potrebbero, laddove l'indennizzo fosse superiore al risarcimento che si potrebbe esigere dal responsabile, scegliere la strada di inseguire il solo indennizzo, e non il risarcimento. Con ciò rinuncerebbero ad esercitare un'azione che, invece, inevitabilmente ha anche una finalità, se così posso esprimermi, educativa, e finirebbero per mettere le compagnie nella condizione di inseguire il presunto responsabile per ripetere almeno in quota quanto dovuto al proprio assicurato, affrontando così i rischi (lo meriterebbero !), della sua insolvenza.

Non sempre, quindi, tentando di stravolgere il sistema, i più forti riescono ad assecondano del tutto i propri appetiti.



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