Legislazione e Giurisprudenza, Libertà costituzionali -  Bernicchi Francesco Maria - 2014-01-15

PORCELLUM INCOSTITUZIONALE: LE MOTIVAZIONI DELLA CONSULTA - Corte Cost. 1/14 - Francesco M. BERNICCHI

Si prende in esame la sentenza n.1/2014 della Corte Costituzionale che ha dichiarato la parziale illegittimità della legge elettorale e che ha inferto l'ultimo mortale colpo a detta normativa, ribattezzata dallo stesso creatore (On. Calderoli) una "porcata".

Il fatto, in breve: la Corte di Cassazione con ordinanza del 17 Maggio 2013 ha sollevato la questione di legittimità costituzionale "degli artt. 4, comma 2, 59 e 83, comma 1, n. 5, e comma 2, del d.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati), nel testo in vigore con le modificazioni apportate dalla legge 21 dicembre 2005, n. 270 (Modifiche alle norme per l"elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica), nonché degli artt. 14, comma 1, e 17, commi 2 e 4, del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (Testo unico delle leggi recanti norme per l"elezione del Senato della Repubblica), nel testo in vigore con le modificazioni apportate dalla legge n. 270 del 2005, utilizzando come norme parametro del testo costituzionale gli artt. 3, 48, secondo comma, 49, 56, primo comma, 58, primo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, anche alla luce dell"art. 3, protocollo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell"uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 (CEDU).

Il giudizio è stato promosso dall'Avv.to Aldo Bozzi contro la Presidenza del Consiglio dei ministri ed altri e nei primi due gradi il ricorrente non aveva trovato accoglimento della domanda.

Egli aveva convenuto la Presidenza del Consiglio dei ministri e il Ministero dell"interno, deducendo che nelle elezioni per la Camera dei deputati e per il Senato della Repubblica svoltesi successivamente all"entrata in vigore della legge n. 270 del 2005 (elezioni del 2006 e del 2008), non aveva potuto esercitare il diritto di voto secondo modalità configurate dalla predetta legge in senso contrario ai principi costituzionali del voto «personale ed eguale, libero e segreto» (art. 48, secondo comma, Cost.) ed «a suffragio universale e diretto» (artt. 56, primo comma e 58, primo comma, Cost.).

In via preliminare la Corte di Cassazione ha chiarito che è giuridicamente errato considerare vietato porre la questione di illegittimità costituzionale del leggi elettorali per il fatto che sono leggi necessarie, anche perchè altrimenti "si finirebbe col tollerare la permanente vigenza di norme incostituzionali, di rilevanza essenziale per la vita democratica di un Paese. D"altra parte le questioni di legittimità costituzionale proposte non mirano «a far caducare l"intera legge n. 270/2005, né a sostituirla con un"altra eterogenea, impingendo nella discrezionalità del legislatore», ma solo a «ripristinare nella legge elettorale contenuti costituzionalmente obbligati, senza compromettere la permanente idoneità del sistema elettorale a garantire il rinnovo degli organi costituzionali".

Vediamo il merito delle norme impugnate e le relative motivazioni della Consulta che hanno portato all'eliminazione del c.d. Porcellum almeno in alcune sue parti.

1) La prima delle questioni in esame riguarda il premio di maggioranza assegnato per la elezione della Camera dei deputati. L"art. 83 del d.P.R. n. 361 del 1957 prevede che l"Ufficio elettorale nazionale verifichi «se la coalizione di liste o la singola lista che ha ottenuto il maggior numero di voti validi espressi abbia conseguito almeno 340 seggi» (comma 1, n. 5), sulla base dall"attribuzione di seggi in ragione proporzionale; e stabilisce, in caso negativo, che ad essa venga attribuito il numero di seggi necessario per raggiungere quella consistenza (comma 2).

La norma non subordinando l"attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e, quindi, trasformando una maggioranza relativa di voti, potenzialmente anche molto modesta, in una maggioranza assoluta di seggi, avrebbe stabilito, in violazione dell"art. 3 Cost., un meccanismo di attribuzione del premio manifestamente irragionevole, tale da determinare una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica, lesiva della stessa eguaglianza del voto, peraltro neppure idonea ad assicurare la stabilità di governo.

La questione è considerata fondata dai giudici costituzionali.

La legge elettorale per espressa volontà dei padri costituenti non è stata inserita in Costituzione e, quindi, ha rango di legge ordinaria, ma di certo non è esente da controllo e deve rispettare le norme costituzionali e para-costituzionali (internazionali ed europee) che regolano la materia.

Premesso ciò la Corte Costituzionale rileva che il meccanismo premiale previsto dalla legge elettorale "impugnata" è "foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione della lista di maggioranza relativa, in quanto consente ad una lista che abbia ottenuto un numero di voti anche relativamente esiguo di acquisire la maggioranza assoluta dei seggi. In tal modo si può verificare in concreto una distorsione fra voti espressi ed attribuzione di seggi che, pur essendo presente in qualsiasi sistema elettorale, nella specie assume una misura tale da comprometterne la compatibilità con il principio di eguaglianza del voto".

Rispetto al necessario obiettivo di fornire stabilità e governabilità al Paese che ha necessità di maggioranze solidi e stabili non può pregiudicarsi il principio - di altrettanto valore - della democrazia e della rappresentatività.

La Consulta, spesso chiamata a dirimere conflitti tra principi costituzionali di uguale valore, concede la prevalenza dell'uno nei confronti dell'altro guardando alla ragionevolezza delle scelte del legislatore.

Il premio di maggioranza come previsto dalla legge 270/2005, tuttavia, "consentiva una illimitata compressione della rappresentatività dell"assemblea parlamentare, incompatibile con i principi costituzionali in base ai quali le assemblee parlamentari sono sedi esclusive della «rappresentanza politica nazionale» (art. 67 Cost.), si fondano sull"espressione del voto e quindi della sovranità popolare, ed in virtù di ciò ad esse sono affidate funzioni fondamentali, dotate di «una caratterizzazione tipica ed infungibile» (sentenza n. 106 del 2002), fra le quali vi sono, accanto a quelle di indirizzo e controllo del governo, anche le delicate funzioni connesse alla stessa garanzia della Costituzione (art. 138 Cost.): ciò che peraltro distingue il Parlamento da altre assemblee rappresentative di enti territoriali."

"Detta disciplina non è proporzionata rispetto all"obiettivo perseguito", che ben può essere perseguita con sacrifici minori.

Allo stesso modo è da considerare illegittimo e in contrasto con la Costituzione il premio di maggioranza pensato per il Senato che, anzi, comporta un meccanismo maggiormente distorsivo dei risultati elettorali.

Infatti, "stabilendo che l"attribuzione del premio di maggioranza è su scala regionale, si produce l"effetto che la maggioranza in seno all"assemblea del Senato sia il risultato casuale di una somma di premi regionali, che può finire per rovesciare il risultato ottenuto dalle liste o coalizioni di liste su base nazionale, favorendo la formazione di maggioranze parlamentari non coincidenti nei due rami del Parlamento, pur in presenza di una distribuzione del voto nell"insieme sostanzialmente omogenea."

2) Per quanto concerne il secondo profilo delle c.d. liste bloccate, la Corte Costituzionale si è così espressa: "le disposizioni censurate, nello stabilire che il voto espresso dall"elettore, destinato a determinare per intero la composizione della Camera e del Senato, è un voto per la scelta della lista, escludono ogni facoltà dell"elettore di incidere sull"elezione dei propri rappresentanti, la quale dipende, oltre che, ovviamente, dal numero dei seggi ottenuti dalla lista di appartenenza, dall"ordine di presentazione dei candidati nella stessa, ordine di presentazione che è sostanzialmente deciso dai partiti".

Tale disciplina priva l'elettore di ogni margine di scelta, scelta già condannata dalla Corte Costituzionale con la sent. 203/1975 relativa al sistema elettorale vigente nel 1975 per i Comuni sotto i 5.000.

La Corte affermò la possibilità per i partiti di indicare l'ordine di presentazione delle canditure, ma a condizione che all'elettore fosse possibile una libera "manifestazione di volontà, sia nella scelta del raggruppamento che concorre alle elezioni, sia nel votare questo o quel candidato incluso nella lista prescelta, attraverso il voto di preferenza".

La Consulta è ancora più netta: "alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini, che ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione. Simili condizioni di voto, che impongono al cittadino, scegliendo una lista, di scegliere in blocco anche tutti i numerosi candidati in essa elencati, che non ha avuto modo di conoscere e valutare e che sono automaticamente destinati, in ragione della posizione in lista, a diventare deputati o senatori, rendono la disciplina in esame non comparabile né con altri sistemi caratterizzati da liste bloccate solo per una parte dei seggi, né con altri caratterizzati da circoscrizioni elettorali di dimensioni territorialmente ridotte, nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l"effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l"effettività della scelta e la libertà del voto (al pari di quanto accade nel caso dei collegi uninominali)."

Analizzate la illegittimità delle norme, la Corte Costituzionale, come a voler rassicurare l'uditorio nazionale, afferma tuttavia due cose fondamentali: il fatto che, nonostante la dichiarazione di illegittimità del Porcellum, l'Italia ha una legge elettorale vigente che si evince dal rimodellamento della vecchia formulazione e, la situazione che, il Parlamento eletto nelle due tornate precedenti e tutti gli atti da esso emanati o convalidati, sono più che legittimi.

Infatti, per tale seconda situazione, è d'uopo rammentare che tale pronuncia "non tocca in alcun modo gli atti posti in essere in conseguenza di quanto stabilito durante il vigore delle norme annullate, compresi gli esiti delle elezioni svoltesi e gli atti adottati dal Parlamento eletto. Vale appena ricordare che il principio secondo il quale gli effetti delle sentenze di accoglimento di questa Corte, alla stregua dell"art. 136 Cost. e dell"art. 30 della legge n. 87 del 1953, risalgono fino al momento di entrata in vigore della norma annullata, principio «che suole essere enunciato con il ricorso alla formula della c.d. "retroattività" di dette sentenze, vale però soltanto per i rapporti tuttora pendenti, con conseguente esclusione di quelli esauriti, i quali rimangono regolati dalla legge dichiarata invalida» (sentenza n. 139 del 1984).

Le elezioni che si sono svolte in applicazione anche delle norme elettorali dichiarate costituzionalmente illegittime costituiscono, in definitiva, e con ogni evidenza, un fatto concluso, posto che il processo di composizione delle Camere si compie con la proclamazione degli eletti.

Del pari, non sono riguardati gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali.

Rileva nella specie il principio fondamentale della continuità dello Stato, che non è un"astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità in particolare dei suoi organi costituzionali: di tutti gli organi costituzionali, a cominciare dal Parlamento".

Continuità dello Stato  che è principio già inserito nella nostra Costituzione agli artt. 61 e 77 relativi alla prorogatio delle Camere.

PER QUESTIMOTIVI

LA CORTE COSTITUZIONALE

1) dichiara l"illegittimità costituzionale dell"art. 83, comma 1, n. 5, e comma 2, del d.P.R. 30 marzo 1957 n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati);

2) dichiara l"illegittimità costituzionale dell"art. 17, commi 2 e 4, del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (Testo unico delle leggi recanti norme per l"elezione del Senato della Repubblica);

3) dichiara l"illegittimità costituzionale degli artt. 4, comma 2, e 59 del d.P.R. n. 361 del 1957, nonché dell"art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 533 del 1993, nella parte in cui non consentono all"elettore di esprimere una preferenza per i candidati.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 dicembre 2013.

F.to:

Gaetano SILVESTRI, Presidente

Giuseppe TESAURO, Redattore

Gabriella MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 13 gennaio 2014.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: Gabriella MELATTI



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