Articoli, saggi, Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 2014-02-16

POSTDEMOCRAZIA. BENI COMUNI E BENE COMUNE - Antonio BANFI

In un suo fortunato volume Ugo Mattei (Beni comuni, un manifesto, Laterza, 2011) rileva come la depoliticizzazione delle scienze sociali (ma direi delle scienze tutte) sia il vero peccato mortale dell"accademia: Mattei si fa quindi promotore di una riflessione teorica che ha immediate ricadute politiche (non è certo un caso che il sottotitolo richiami il Manifesto del 1848). Si tratta, peraltro, di una riflessione di indubbio successo: lo testimoniano la diffusione del volume così come l"ampio dibattito che esso ha suscitato.

L"impatto del pensiero di Mattei sui beni comuni è ben testimoniato dalla comparsa del neologismo "benecomunismo", a significare tutto il filone di pensiero la cui vivacità si è potuta apprezzare nel contesto delle recenti campagne referendarie, che appunto all"opera di Mattei si ricollegano.

Nel libro di Mattei, dunque, il ragionamento giuridico mira a riacquistare una dimensione autenticamente politica, nella quale il discorso relativo al "governo" della comunità e dei beni comunitari muove da una messa in discussione radicale di alcuni principi cardine non esclusivamente propri del pensiero mainstream. Pertanto le idee di Mattei vogliono porsi come discorso rivoluzionario, propositivo e mirante decisamente alla trasformazione dell"esistente. In questo senso l"obiettivo di Mattei si costruisce come critica all"ideologia dominante, come rovesciamento di prospettive da secoli incardinate nella nostra mentalità: si tratta, secondo l"autore del Manifesto, di sovvertire la contrapposizione ormai fossilizzata fra dominio e demanio, privato e pubblico, per dare vita a un nuovo regime dei beni, che non è disgiunto da una ridefinizione complessiva dei valori fondativi della vita associata.

Nell"introduzione al suo Manifesto Mattei sottolinea dunque come il pensiero dominante sia vincolato ad una rappresentazione ormai superata dai fatti: si tratta della tradizionale contrapposizione fra pubblico e privato, per la quale, secondo i canoni di un pensiero liberale per più versi invecchiato, occorre prestare al privato le necessarie difese contro l"eventuale, possibile prepotenza di una struttura statale che può facilmente assumere caratteri autoritari. Di qui le tutele poste nell"ordinamento a favore del privato dinnanzi all"intervento dell"autorità pubblica. Esempio classico è proprio quello della tutela della proprietà privata di fronte all"appropriazione da parte dello Stato: così sin dall"epoca tardo-antica l"esproprio per ragioni di pubblica utilità è considerato quale limitazione della potestà dominicale – un tempo assoluta, ius utendi et abutendi – per la quale si prevede comunque una qualche forma di indennizzo.

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Tratto da Mondoperaio 6/2012

L'Autore è docente di diritto romano presso l'Università di Bergamo



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