Articoli, saggi, Danni non patrimoniali, disciplina -  Fabbricatore Alfonso - 2015-01-02

PROBLEMATICHE CONNESSE AL RISARCIMENTO DEL DANNO DA MORTE IMMEDIATA - Alfonso FABBRICATORE

In attesa che si esprimano le Sezioni Unite della Cassazione, le problematiche connesse al risarcimento del danno da perdita immediata della vita costituiscono, da sempre, un utile strumento per comprendere gli attuali orizzonti del sistema della responsabilità civile.

Non v"è dubbio che la morte a causa del fatto illecito cagionato dal terzo rappresenti una delle fattispecie di danno alla persona più rilevanti: la vita umana in quanto bene supremo è un diritto inviolabile da cui discendono tutti gli altri diritti fondamentali della persona. La tutela di questo bene supremo è una funzione essenziale cui l"ordinamento non può sottrarsi.

Da un lato, in ambito penale, tale tutela viene attuata con l"ausilio delle norme che sanzionano l"omicidio nelle sue diverse forme; dall"altro, anche il sistema della responsabilità aquiliana si è fatta carico di un compito tanto gravoso quanto delicato, ma in modo per così dire, peculiare: se infatti è, oggi, pacificamente riconosciuta la legittimazione ad agire iure proprio per il risarcimento dei danni derivanti dalla perdita del congiunto (c.d. danno da perdita del rapporto parentale, cfr. Cass. sez. civ. III, 9 maggio 2011, n. 10107; in dottrina, Franzoni, Il danno risarcibile, 2010, p. 647 ss.), maggiori perplessità sorgono in merito alla risarcibilità dei danni da uccisione iure successionis, ovvero per quei pregiudizi patiti esclusivamente dal danneggiato in via principale e che, a seguito della sua morte, presuppongono la titolarità e la legittimazione dei congiunti ad agire per il relativo risarcimento.

Un orientamento giurisprudenziale basato su una pronuncia a Sezioni Unite del lontano 1925 (Cass. 22 dicembre 1925, n. 3475) ammetteva il risarcimento del danno subito dal de cuius a favore degli eredi qualora la morte conseguente al fatto illecito altrui fosse sopraggiunta dopo un apprezzabile lasso di tempo da questo: un diritto al risarcimento potrebbe così sorgere in capo alla persona deceduta limitatamente ai danni verificatisi dal momento della lesione a quello della morte, e quindi non sorgerebbe in caso di morte immediata, la quale impedisce che la lesione si rifletta in una perdita a carico del danneggiato. La vittima in questi casi non avrebbe pertanto alcun diritto legittimamente trasmissibile.

Tale teoria, oltre ad essere il frutto di una sentenza emanata in epoca precostituzionale in cui, giocoforza, sarebbe stato impossibile far riferimento alla tutela dei diritti inviolabili della persona (cfr. Bianca C.M., La tutela risarcitoria del diritto alla vita: una parola nuova della Cassazione attesa da tempo, in Resp. civ. e prev., 2014, p. 493 ss.), ruotava attorno alla considerazione che la morte, intesa come cessazione di tutte le funzioni vitali della persona fisica e conseguente perdita della capacità giuridica, non potesse essere considerata quale lesione all"integrità fisiopsichica del soggetto: in particolare, mentre il danno biologico attiene tout court alla menomazione medicalmente accertabile di una funzione fisica e psichica del danneggiato, la morte, al contrario, non presuppone alcuna conseguenza se non la cessazione dell"esistenza, e dunque non può tradursi nella compromissione delle attitudini biologico-esistenziali della persona.

Anche la Consulta ha avuto modo di argomentare tale orientamento (Corte Cost., 27 ottobre 1994, n. 372), affermando che il sistema della responsabilità civile è costruito sulla necessità di ristorare la perdita subìta dal soggetto a causa del fatto illecito altrui: in caso di morte della persona non vi sarebbe alcuna perdita apprezzabile nel patrimonio della vittima che viene definitivamente a mancare. Il danno deve essere valutato per le conseguenze che cagiona in capo al danneggiato ed in caso di morte tali conseguenze non potrebbero aversi.

Soltanto nel caso in cui tra evento dannoso e decesso sia intercorso un apprezzabile spatium vivendi (cfr. Rossetti, Lo "spatium vivendi" consente di risarcire il danno derivato da morte per atto illecito, in Dir. e giust., 2001, p. 39 ss) sarebbe possibile valutare le conseguenze in negativo derivanti dall"illecito, così da poter ammettere a favore della vittima il diritto al risarcimento del danno biologico c.d. terminale (cfr. Cass. 21 giugno 2011, n. 13614; Cass. 11 ottobre 2012, n. 17320), validamente trasmissibile agli eredi.

Numerosi sono i paradossi cui si arriverebbe (e cui, in realtà, si è arrivati) da una applicazione incondizionata di tali regole risarcitorie: se, infatti, la vittima perde la vita contestualmente al verificarsi dell"evento dannoso o immediatamente dopo, il danneggiante sarebbe obbligato al risarcimento dei soli danni lamentati iure proprio dai sopravvissuti (Cass. 16 maggio 2003, n. 7632); se invece dal danno cagionato derivi una lesione mortale che si traduca solo successivamente nella morte, il danneggiante sarebbe chiamato a risarcire ai congiunti, oltre ai danni lamentati iure proprio, anche quelli iure successionis, il cui diritto al risarcimento sarebbe maturato nel patrimonio della vittima prima della morte: in questo modo "uccidere sarebbe sempre economicamente più vantaggioso che ferire" (Monateri, La Babele delle vittime di rimbalzo: i limiti strutturali dell"illecito e il "lavoro del lutto", in www.jus.unitn.it/cardozo/review/Torts/Monateri-1995/17.html, 1995).

Le Sezioni Unite, con le celeberrime pronunce del novembre 2008 (Cass. Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26972-3-4-5-6), hanno tentato il riordino dell"intero universo del danno non patrimoniale, sollevando non poche critiche per le scelte compiute (in primis aver attribuito alle diverse voci di danno non patrimoniale valenza meramente descrittiva, negandone la natura prettamente composita ed eterogenea). In una di queste pronunce si è cercato anche di porre fine alle problematiche connesse alla risarcibilità dei danni da morte, attribuendo maggior risalto alla sofferenza interiore patita dalla vittima che avverta il sopraggiungere della fine (il c.d. danno morale terminale o catastrofico, cfr. Cass. 13 dicembre 2012, n. 22896; Cass. 20 aprile 2012, n. 6273), indipendentemente dal mero decorso temporale. Il problema è che proprio un simile pensiero ha ingenerato problemi ancor più complessi di quelli che si era tentato di arginare: richiedendo infatti che, ai fini della ristorabilità del danno subìto, il danneggiato versi in "lucida" attesa del trapasso, il risarcimento dovrebbe essere negato in tutti gli altri casi in cui la percezione della perdita della vita risulti impossibile per le conseguenze dell"illecito stesso sulla propria persona: quando, ad esempio, la vittima versi in stato comatoso a seguito dell"offesa (Cass., 25 febbraio - 24 marzo 2011, n. 6754).

Risarcire il danno che comporti la morte della vittima sarebbe possibile, allora, solo qualora tra evento e decesso intercorra un apprezzabile spatium vivendi, o quando, escluso il fattore cronologico, il danneggiato avverta, anche solo per pochi istanti, il dissolversi della vita. In definitiva, un triste calcolo dell"agonia, appunto.

Tanto basta per effettuare alcune necessarie osservazioni: innanzitutto negare il ristoro nei casi in cui la morte sopraggiunga contestualmente all"evento dannoso significa operare una forzatura sillogistica di dubbia valenza. Basta considerare che la coincidenza temporale tra danno e decesso della vittima non sia affatto un parametro idoneo a valutare il pregiudizio, nella sua complessità, subìto dalla persona: non è possibile valutare su un piano temporale le sofferenze patite dalla vittima ai fini risarcitori, a fronte della lesione del primario diritto della persona.

In questo modo, il giudice sarebbe chiamato ad una complessa e raccapricciante funzione di "cronometrista della morte" (cfr. Trib. Ravenna, sez. civ., 23 giugno 2011; in dottrina si segnala Riverso, Il diritto alla vita appeso al ramo, in Pers. e danno, 2014).

Sarebbe, invece, fondamentale separare i due momenti, quello della verificazione del danno e quello del decesso anche immediato della vittima, su di un piano meramente logico, in guisa da individuare l"uno come conseguenza immediata e diretta dell"altro, come termini di un rapporto causa-effetto, come anelli di una concatenazione eziologica che vede, necessariamente, il fatto illecito come causa dell"effetto morte, anche quando cronologicamente i due momenti siano tanto intimamente collegati da non poter essere individuati se non unitariamente. Soltanto in questo modo sarebbe possibile riconoscere un diritto al risarcimento a favore della vittima trasmissibile agli eredi nel momento stesso in cui si verifichi la lesione dagli esiti infausti. Orbene, non si tratta di un danno in re ipsa: tali pregiudizi vanno sempre valutati in base alle conseguenze in concreto che derivino dall"ingiusta offesa subita, il risarcimento spetta alla vittima non già "al verificarsi" della lesione, ma "per la fatale conseguenza" della lesione (su tutti, si rimanda a Ziviz, "Perdita della vita come danno conseguenza", in Altalex, 2014; nonché "Riflessioni sulla perdita di chances di sopravvivenza", in Resp. civ. prev., 2014, p. 242 ss.).

A seguito della morte del soggetto beneficiario del diritto al risarcimento, subentrano gli eredi. In questo modo viene trasmesso ai congiunti un diritto a carattere patrimoniale, non già una posizione soggettiva, di per sé già esistente nel patrimonio della vittima: la morte, difatti, non ne pregiudica la trasmissibilità, al pari di altri diritti personali del de cuius.

Ciò tuttavia non comporta uno sviamento funzionale del sistema della responsabilità civile, attribuendole una funzione meramente punitiva e sanzionatoria, come invece è stato pur paventato (Cass., 24 marzo 2011, n. 6754), poiché il risarcimento non spetterebbe agli eredi della vittima per il disvalore della condotta del danneggiante e per la lesione in sé di un diritto inviolabile del danneggiato: il danneggiante è tenuto al risarcimento del pregiudizio, gravissimo, cagionato alla vittima, di talché, venuto meno il titolare, tale diritto spetta ai congiunti, ai familiari, agli eredi testamentari o legittimi, ovvero quei soggetti che la vittima aveva interesse a beneficiare in vita. Soltanto in rare e remote ipotesi succede lo Stato, come ricorda autorevole dottrina, ma ciò non implica che il risarcimento assuma il carattere di una pena privata soltanto perché non sia devoluto direttamente a chi abbia subito gli effetti dell"illecito (cfr. Bianca C.M., Il danno da perdita della vita, in Vita not., 2012, p. 1498 ss.). In questo modo viene, anzi, garantita quella funzione tipicamente compensativa ed in parte deterrente agli strumenti della responsabilità civile (cfr. Busnelli, La liquidazione del danno alla persona nella R.C.A. tra legge, giurisprudenza e tabelle valutative,in Ass., 2011, p. 590 ss.).

A nulla serve asserire che il bene vita non sia suscettibile di stime per equivalente: la contraddittorietà di simili spunti si evince da una analisi dei criteri che a partire dagli anni "70 la dottrina e la giurisprudenza hanno formulato per la valutazione e liquidazione delle complesse fattispecie di danno non patrimoniale, afferenti anche questi a beni immateriali della persona (l"onore, la reputazione, il nome, la famiglia, l"associazionismo, le relazioni sociali, etc.). Ed anzi negare il risarcimento dei danni da morte contrasterebbe con le logiche risarcitorie comunemente accolte. Del resto, se è stato possibile ammettere il risarcimento anche per la lieve compromissione dell"integrità psicofisica della persona (il c.d. danno biologico di lieve entità e le micro-permanenti), è del tutto scontato che simile criterio deve muovere l"interprete nell"assicurare adeguata tutela risarcitoria nei casi in cui ad essere leso sia il diritto alla vita, da cui trae la propria legittimazione il diritto, costituzionalmente garantito, alla salute.

Rebus sic stantibus, nel mese di gennaio del 2014, la S.C., nuovamente investita dell"arduo compito di dirimere le problematiche che sinteticamente si è cercato di esporre, si è espressa, finalmente, a favore di una piena tutela, anche nel vasto ambito della r.c., del bene supremo vita, con una pronuncia, la n. 1361 del 23 gennaio, destinata, ci auguriamo, a rivoluzionare l"intera materia del danno risarcibile. La necessità, avvertita dai giudici della III sezione civile, è proprio quella di non lasciare sguarnito di adeguata protezione il bene (rectius, diritto) primario della persona quale è la vita umana, liberando la strada da criteri estimativi, finora utilizzati dalla stragrande maggioranza della giurisprudenza di merito quanto di legittimità, ed ammettendo la risarcibilità del danno c.d. tanatologico iure successionis indipendentemente dal mero decorso temporale tra lesione e decesso ed a prescindere dalla percettibilità e dalla intensità delle sofferenze patite dal danneggiato.

L"opportunità fornita all"interprete è altresì fondamentale per porre fine alle incertezze ermeneutiche venute inesorabilmente a galla: del resto se da una parte numerose pronunce hanno negato la risarcibilità del danno biologico terminale iure hereditatis, non solo in caso di morte immediata, ma anche di morte sopraggiunta a distanza di giorni dall"evento dannoso (cfr. Trib. Modena, 9 agosto 2005; Trib. Roma, 17 aprile 2005; Trib. Napoli, 16 gennaio 1995),  viceversa non sono stati pochi i casi in cui il risarcimento è stato ammesso anche a fronte di decesso della vittima avvenuto in tempi molto ridotti (Cass. 21 marzo 2013, n. 7126; Cass. 22 marzo 2007, n. 6946). Per non parlare delle problematiche emerse in sede di liquidazione del danno, allorché la relativa valutazione in termini economici dei pregiudizi è stata rimessa interamente alla discrezionalità del giudice, con evidenti differenze tra stime liquidatorie: ciò che tristemente è stata definita la  lotteria risarcitoria (cfr. BONA, Danni da morte iure successionis: la Cassazione valorizza il «danno biologico terminale» mentre la giurisprudenza di merito mantiene aperta la questione del «danno da perdita di vita», in Giur. it., 2004, p. 3 ss).

Con questa sentenza, la Cassazione aderisce, oltretutto, ai più moderni orientamenti europei che da tempo premono per il riconoscimento di una efficace salvaguardia della vita umana anche mediante i tipici strumenti della responsabilità civile (CEDU, 14 dicembre 2000, Gül v. Turkey - appl. N. 22676/93).

Va ricordato, tuttavia, che siamo tutt"ora in attesa di conoscere i futuri sviluppi dell"annosa questione: la III sezione, avvertito il profondo contrasto con i consolidati orientamenti di cui si è trattato, ha preferito rimettere la vexata quaestio alle Sezioni Unite.

Un nuovo passo falso dei giudici di legittimità riproporrebbe, giocoforza, il quadro di assoluta incertezza venutosi a delineare negli ultimi decenni; e riproporrebbe, similmente, uno scenario surreale, dovendoci, ancora, chiedere se sia opportuno far dipendere la tutela anche in ambito risarcitorio del bene supremo vita dall"individuazione dell"esatto momento della morte; se questa sopraggiunga contestualmente alla lesione o se si verifichi un secondo, un minuto, un"ora dopo.

Se sia logico risarcire anche lesioni di minima entità al bene salute e se si debba, invero, escludere che possa essere tutelato in ambito aquiliano il diritto alla vita.

Se, infine, sia ragionevole prevedere un rimedio risarcitorio solo qualora la vittima sia capace di avvertire l"imminenza della morte ed escluderlo quando questa, anche nei casi in cui lo stato di incoscienza sia conseguenza diretta dell"illecito, non possa percepire lo shock del trapasso.



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