Legislazione e Giurisprudenza, Procedura penale -  Redazione P&D - 2014-02-12

PROCESSO PENALE. LE DICHIARAZIONI SPONTANEE HANNO EFFICACIA INTERRUTTIVA – Cass. 5838/14 – Sabrina CAPORALE

Un"ampia e articolata pronuncia quella delle Sezioni Unite Penali della Cassazione, n. 5838 del 6 febbraio 2014. Oggetto del giudizio, l"effetto interruttivo della prescrizione, delle dichiarazioni spontanee rese dall"imputato ex art. 374 c.p.p. e, l"analisi di alcuni profili applicativi in materia di patteggiamento.

Ebbene, la vicenda nata dall"applicazione da parte del Giudice dell"udienza preliminare di Salerno, a sette coimputati, della pena prevista ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen., per i reati, da questi ultimi commessi, in materia di turbativa a gare pubbliche, seguiva con la contestazione da parte del difensore di uno degli stessi imputati, della violazione degli artt. 444 e 129 cod. proc. pen., sul rilievo "che fosse stata applicata una pena per fattispecie delittuose oramai prescritte, tenuto conto del nuovo termine prescrizionale e delle dichiarazioni confessorie del coimputato" (…). "L'omesso rilievo della prescrizione, - afferma il difensore - che non avrebbe potuto ritenersi rinunciata per effetto della richiesta di patteggiamento, era deducibile in sede di legittimità, sub specie del vizio di violazione dell'art. 129 del codice di rito, che imponeva al giudice l'immediato rilievo e, quindi, il rifiuto di un accordo negoziale riguardante reati ormai prescritti".

Cosicché, con ordinanza del 6 agosto 2013, la Sezione Feriale, "rilevato che nella giurisprudenza della Corte di cassazione vi era un contrasto interpretativo sulla rilevanza della richiesta di patteggiamento come rinunzia alla prescrizione" rimetteva i ricorsi all'esame delle Sezioni Unite, ai sensi dell'art. 618 cod. proc. pen., sul seguente quesito di diritto: "se la presentazione della richiesta di applicazione della pena da parte dell'imputato e il consenso a quella proposta dal pubblico ministero costituiscono una dichiarazione legale tipica di rinuncia alla prescrizione non più revocabile".

«La soluzione della quaestio iuris sottoposta alla cognizione del Supremo Collegio – affermano i giudici della Corte –, postula che sia acquisito in processo il presupposto fattuale della relativa enunciazione e cioè che, realmente si sia verificata la prescrizione rispetto alla richiesta di patteggiamento che abbia ottenuto l"assenso del PM, possa intendersi come tacita rinuncia a farla valere».

Ebbene, l"analisi della documentazione acquisita, suggeriva sin da subito due questioni decisive ai fini dell"indagine de quo: l"accertamento dell"efficacia interruttiva delle dichiarazioni spontanee e l"estensione di tale, eventuale, efficacia nei confronti dei coimputati.

"Il referente normativo d'inquadramento, in ordine alla prima questione, è rappresentato dall'art. 374 cod. proc. pen., recante la rubrica: "Presentazione spontanea", con riferimento alla fase procedimentale delle indagini preliminari: "Chi ha notizia che nei suoi confronti sono svolte indagini, ha facoltà di presentarsi al pubblico ministero e di rilasciare dichiarazioni. Quando il fatto per cui si procede è contestato a chi si presenta spontaneamente e questi è ammesso a esporre le sue discolpe, l'atto così compiuto equivale per ogni effetto ad interrogatorio. In tale ipotesi si applicano le disposizioni previste dagli articoli 64, 65 e 364".

Nulla quaestio, dunque, circa l"affermazione per cui in caso di spontanea presentazione dell'indagato, qualora gli siano contestati i fatti per cui si procede, le sue dichiarazioni equivalgono, ad ogni effetto, all'interrogatorio.

Ma allora, «considerato che l'interrogatorio reso davanti al pubblico ministero od al giudice rientra nell'elenco tassativo degli atti aventi efficacia interruttiva del corso della prescrizione, di cui all'art. 160 cod. pen., ne viene, in termini di immediata consequenzialità, che le dichiarazioni rese dall'indagato in sede di presentazione spontanea possono dispiegare efficacia interruttiva, al pari dell'ordinario interrogatorio, in costanza di una duplice condizione: che siano rese all'autorità giudiziaria (e non già, dunque, alla polizia giudiziaria) ed in esito a contestazione del fatto per cui si procede».

La stessa Cassazione in piena aderenza al disposto normativo, ha avuto modo di statuire che "le dichiarazioni spontanee rese all'autorità giudiziaria equivalgono "ad ogni effetto" all'interrogatorio - dunque anche ai fini dell'interruzione della prescrizione - ex art. 374, comma 2 cod. proc. pen. solo quando vi sia stata una contestazione chiara e precisa del fatto addebitato" (Sez. 1, n. 39352 del 31/10/2002; Sez. 5, n. 6054 del 22/04/1997).

Va da se, allora, che nel caso in esame, la risposta al "quesito riguardante la rilevanza delle anzidette dichiarazioni come atto interruttivo della prescrizione" avrà risposta affermativa. Ciò, peraltro, trova riscontro anche sul piano fattuale, dato che tali dichiarazioni sono state raccolte dal pubblico ministero proprio nell'ambito procedimentale previsto dall'art. 374 c.p.p.; e, "i fatti contestati erano tanto specifici che gli anzidetti propalanti hanno finito con il rendere piena confessione in merito e le relative propalazioni sono state, poi, apprezzate dal giudice a quo nella preliminare ricognizione delle risultanze investigative, ai fini della delibazione richiesta dall'art. 129 del codice di rito, nell'ambito della particolare sequenza procedimentale in esso prevista".

A siffatta opinione – continua la Corte - non potrebbe, di certo, obiettarsi che, in mancanza di previsione delle dichiarazioni spontanee nel novero degli atti interruttivi della prescrizione di cui all'art. 160 cod. pen., avente carattere tassativo (Sez. U, n. 21833 del 22/02/2007, Iordache, Rv. 236372), l'attribuzione ad esse di valenza interruttiva si risolverebbe in un'interpretazione estensiva in malam partem, posto che l'equiparazione delle stesse all'interrogatorio - che è atto, normativamente, dotato di capacità interruttiva -non è frutto di attività ermeneutica, essendo prevista ex lege dal menzionato art. 374, comma 2, del codice di rito".

Orbene, chiarito questo profilo, la Cassazione sposta l"attenzione all"analisi del secondo motivo di indagine, quello cioè relativo all"estensione dell" efficacia interruttiva di tali dichiarazioni agli altri imputati.

Anche questa volta, la risposta va ricercata nell'impianto codicistico, e più precisamente nell'art. 161, comma primo, cod. pen., secondo cui "la sospensione e la interruzione della prescrizione hanno effetto per tutti coloro che hanno commesso il reato". È pacifico nella giurisprudenza di legittimità - aggiunge la Corte -, che siffatto effetto "estensivo" prescinda dalla contestuale valutazione procedimentale delle posizioni dei concorrenti, al punto da estendersi anche a coloro che vengano imputati del reato in un momento successivo (Sez. 6, n. 3977 del 14/01/2010; Sez. 5, n. 31695 del 07/06/2001).

L'applicazione di tale principio, "postula, comunque, l'individuazione delle specifiche posizioni concorsuali in relazione a ciascun reato, posto che l'estensione prevista dall'art. 161, comma primo, cod. pen., riguarda i concorrenti di un determinato reato e non può, quindi, indiscriminatamente applicarsi a quanti, per ragioni di connessione, siano imputati nello stesso procedimento per fatti diversamente qualificati e contestualizzati".

Come anticipato, la presente sentenza delle Sezioni Unite Penali, pone altresì alcuni chiarimenti in materia di patteggiamento.

Tre i principali motivi affrontati.

Primo punto, tratto dal motivo di ricorso di uno dei ricorrenti, la mancata concessione dell'indulto da parte del giudice dell"udienza preliminare. Ebbene, "la richiesta del beneficio – dice la Corte - non faceva parte della piattaforma negoziale sulla quale si è perfezionato il consenso delle parti e, anche se così fosse stato, avrebbe dovuto considerarsi tamquam non esset, trattandosi di materia sottratta alla disponibilità delle stesse parti, secondo consolidato insegnamento di questa Corte (Sez. 3, n. 41875 del 09/10/2008, secondo cui "in tema di applicazione della pena su richiesta delle parti, l'applicazione dell'indulto è sottratta alla disponibilità delle stesse, con la conseguenza che la pattuizione avente ad oggetto l'applicazione di tale beneficio, se inserita nell'accordo, è da considerare come mai apposta"; Sez. 2, n. 25923 del 10/06/2008; Sez. 5, n. 4132 del 20/09/1999)".

Secondo punto, la censura relativa alla determinazione del calcolo della pena (peraltro, stimata corretta dal giudice di merito) e all"erronea individuazione del reato più grave.

Tale questione, come è noto, non può essere dedotta in sede di legittimità al di fuori dell'ipotesi di determinazione contra legem.

Terzo e ultimo punto, l"erronea qualificazione giuridica del fatto. E" risaputo che, "per indiscusso insegnamento giurisprudenziale di legittimità, in tema di patteggiamento, il ricorso per cassazione può denunciare anche l'erronea qualificazione giuridica del fatto, così come prospettata nell'accordo negoziale e recepita dal giudice, in quanto la qualificazione giuridica è materia sottratta alla disponibilità delle parti e l'errore su di essa costituisce errore di diritto rilevante ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. b) cod. proc. pen. (Sez. U, n. 5 del 19.1.2000; Sez. U, n. 18374 del 31/01/2013). Nondimeno, l'errore sul nomen iuris deve essere manifesto, secondo l'anzidetto insegnamento, che ne ammette la deducibilità nei soli casi in cui sussista l'eventualità che l'accordo sulla pena si trasformi in accordo sui reati, mentre deve essere esclusa tutte le volte in cui la diversa qualificazione presenti margini di opinabilità" (Sez. 4, n. 10692 del 11/03/2010).



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