Fragilità, Storie, Diritti, Malati fisici, psichici -  Cendon Paolo - 2016-11-29

Psicofarmaci – Paolo Cendon

Sono stato ultimamente a una serie di convegni in cui si parlava, tra l"altro,  di psicofarmaci.

Mi hanno colpito le relazioni di alcuni psichiatri, soprattutto i discorsi di quelli che si schieravano frontalmente contro gli psicofarmaci, come grande deus ex machina moderno, buono per  tutto.

Mi riferisco in particolare ai farmaci contro la schizofrenia, che erano quelli di cui si parlava, ma  suppongo che la stessa cosa valga, in varia misura,  anche per farmaci relativi ad altri disturbi psichiatrici.

Sono discorsi – dico subito - abbastanza noti e risaputi,  che vanno avanti da  molto tempo con  alterne  sfumature, ma con concetti che tendono sempre a ripetersi:

  • vecchi o nuovi, rossi o gialli che siano, i farmaci contro i disturbi mentali fanno più male (ricordo ancora la poesiola di Ronald Laing: "Prendi questa pillola – e urlerai un po" meno – ti porta via la vita – senza, stai più sereno") che bene a chi li prende, poveretto!
  • ci sono libri e statistiche in quantità che lo comprovano, ci sino mille occasioni che lo confermano
  • il motore di tutto  il business mondiale sono le case farmaceutiche, che continuano a fare con  questi tipi di medicine una barca di soldi, più di Bill Gates, anzi sempre di più, grazie anche alla complicità di tanti medici
  • i quali  sanitari sia per pigrizia, sia per complicità  e venalità, sia per smarrimento di ragioni ideali varie, continuano a prescrivere psicofarmaci,  anche quando servono poco, senza fare praticamente altro.

Non è di questo che voglio parlare, comunque -  del resto su temi del genere (visto che non sono un medico) non potrei dare grandi contributi, se non di tipo personale-autobiografico; e  siccome, aggiungo,  non sono neanche  un cliente di psicofarmaci,  non ancora perlomeno, anche questa possibilità mi è oggi preclusa.

No,  quello che mi ha colpito nei discorsi di quei medici ai convegni era  la loro  convinzione secondo cui - tale sarebbe la situazione in Italia – una volta che il medico abbia deciso in un certo modo, il paziente  non potrebbe poi fare altro che obbedire.

Dicevano cioè, sconsolatamente, guardandomi mentre parlavano, sgridandomi con gli occhi: "Così non va bene, professore, ci vorrebbe  sempre un  accordo preventivo, un dialogo col paziente, che possa dire anche lui la sua, contro i farmaci, qualcosa del genere insomma".

Per un po" non ho capito  bene cosa volessero dire.

Ero d"accordo – ovviamente - sul fatto che sia  opportuno sempre un dialogo, col terapeuta,  uno scambio aperto e corretto in questo settore. Non potevo dire se ciò   fosse frequente, regolare, e a quanto loro dicevano non lo era affatto. Non potevo sapere se, nei casi di cui parlavano,  lo psichiatra accennasse di regola, nel momento in cui parlava di psicofarmaci, anche ad altre cure possibili, psicodinamiche ad esempio, in parallelo o in sostituzione degli stessi.

Quello che non mi tornava assolutamente – come giurista - era l"idea che per il paziente, in casi simili, non ci fosse, sulla carta,  che la possibilità dell"obbedienza cieca  e assoluta.

Quando l"ho capito bene, ho preso la parola e ho precisato tutto ciò che si può immaginare: art. 13 della Costituzione sulla libertà, art. 32  Cost. sul diritto alla salute, artt. 2 e 3, eccezionalità dei tso, necessità di una legge apposita, tipo di tso congegnato nella 180 (medici proponenti, sindaco che ordina, 7 giorni, giudice residuale), impossibilità di prescinderne volendo seguire la via della coattività, necessità per il medico anche in sede di effettuazione di tso di cercare il consenso del paziente,  sostanziale libertà del paziente di rifiutare quindi le cure e gli psicofarmaci, momenti  vari di sovranità  giuridica di un soggetto con ombre  mentali nel diritto italiano di oggi – eccezioni a tutto ciò solo in caso di "stato di necessità" effettivo e incontroverso.

Non ho detto poi cosa pensavo io, come "giurista-debolologo",  di tutto questo garbuglio normativo,  né c"è lo spazio per farlo qui:

  • ossia  (riassumo) il  fatto che  la disciplina di cui sopra è ormai invecchiata, cieca, burocratica, pericolosa, militaresca e  lassista insieme, portatrice di guai:
  • il fatto che  essa andrebbe in realtà ripensata, addolcita, modificata, cambiando  radicalmente sistemi, meccanismi, puntando sulla filosofia dell"amministrazione di sostegno anche per gestire le situazione di ingiustificato e insidioso rifiuto alle cure, da parte del paziente. Ne riparleremo presto.

No, quello che mi ha colpito a quei convegni  (ripeto) è il fatto che medici intelligenti, capaci, avanzati,  forse anche troppo non so, documentati comunque, affettuosi, con tutte le qualità del mondo, dessero per scontata, in modo stranamente rassegnato, non combattivo, semi-inerte, l"idea e la realtà di una psichiatria oggi paternalista, oppressiva, medicalistica, biologistica  - il che sarà anche vero in tanti casi, immagino -  una psichiatria, cioè, nei cui confronti il paziente non potrebbe fare assolutamente  nulla se non sottostare sempre, battere i tacchi, ingurgitare, chinare la testa – cosa che magari avverrà spesso,  di fatto, ma tecnicamente/legalmente non è affatto vera.

Cioè

  • non solo è vero che il paziente potrà  di fatto,  a casa sua, quando nessuno lo vede,  evitare di prendere i farmaci che gli sono stati prescritti;
  • è vero altresì può rifiutarsi di farlo,  ad alta voce, codice in mano, dicendo apertamente ed esplicitamente ai medici: "Voi, salvo il tso,  non avere il diritto di impormelo".

Ripeto ancora che non penso affatto che tutto ciò sia un bene al 100%; credo anzi che possa essere malissimo, a volte, e considero poco responsabili tutti coloro che fanno finta, oggigiorno,  in Italia, che i problemi non esistano (rovescio spesso della stessa medaglia, attenzione !: fare i grandi garantisti a parole, e di fatto imbottire di sole pillole chi sta male).

Dico solo che legalmente  oggi è così, ci si può opporre, ed è strano che tanti non sappiano.



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