Articoli, saggi, Intersezioni -  Costanzo Sara - 2015-02-16

PSICOTERAPIA E CAMBIAMENTI SOCIALI - Sara COSTANZO

Noi terapeuti abbiamo spesso qualche difficoltà ad affrontare discussioni che riguardano i "grandi temi della vita". Preferiamo evitare l' argomento o semplicemente lasciare ad altre "scienze" questo compito. Eppure, non esiste seduta in cui non ci troviamo di fronte a questioni come la libertà, la speranza, il senso e i percorsi del dolore. E non esiste "tecnica" o indirizzo terapeutico che può prescindere dalla nostra personale posizione di fronte a questi temi.

Se ci pensiamo bene, ogni criterio che definisce la salute mentale ha alla base una certa idea di quali sono i bisogni dell'uomo che essa tende a soddisfare. Pertanto, che si voglia o no, ogni volta che noi definiamo la patologia o promuoviamo la guarigione, operiamo sempre una valutazione che tocca l'uomo in quanto tale e dunque temi molto vicini alla ricerca di forme di verità per cosi dire "etiche"e dunque molto meno relative di quanto spesso pensiamo.

Non è difficile accorgersi che i criteri di cui parliamo, lungi dall'essere realtà lontane e astratte paiono ruotare intorno ad elementi molto comuni come il bisogno di senso, la libertà, la consapevolezza, la partecipazione e la vicinanza a se stessi e ad altri. In ogni caso essi sembrano restituire al paziente una maggiore corrispondenza con quella che egli sente come una vita più autentica, con le proprie "appartenenze" e la propria originalità.

E questo anche se il concetto di salute mentale non può essere equiparato tout court a quello di guarigione dal momento che chi ha vissuto un disagio psichico ha toccato aspetti della vita molto particolari e il tipo di "salute mentale" che sperimenta alla fine di una terapia è per forza di cose diverso da quello raggiunto attraverso un "normale" percorso di crescita.

Nel campo della psicoterapia, il discorso dell'esistenza di attribuzioni di significato "etiche" ha una particolare importanza in tutte quelle situazioni in cui il confine tra ciò che è sintomo di disagio mentale e ciò che non lo è, appare tutt'altro che chiaro. Com'è facile immaginare, il discorso è relativamente facile quando si toccano valori cosi essenziali che il ragionamento (e la diagnosi) risulta relativamente "semplice". Ma le cose non sono sempre cosi "facili".

Facciamo un esempio: supponiamo di dover valutare il caso di una persona che liberamente, e con un compagno consenziente, sceglie di praticare scambi di coppia. Per amore di completezza immaginiamo che tale comportamento non impedisce al soggetto di avere una vita piena sia da un punto affettivo sia lavorativo. In questo caso il confine tra ciò che è sintomo di disagio mentale e ciò che non lo è molto più sfumato. Innanzi tutto ci sono modi di vivere la sessualità che il contesto sociale sta ormai riconoscendo in quanto tali e che trovano il loro parallelo legale nella libertà che il diritto riconosce a ognuno di vivere (entro certi limiti) come desidera. Esse dunque sono realtà diffuse, accettate da una parte della popolazione ma che soprattutto, in quanto tali, rispondono a esigenze che il contesto stesso riconosce possano essere appagate in modi diversi. Detto in altri termini, anche laddove il comportamento non è condiviso o praticato è ammessa la possibilità che si possa vivere anche in questo modo. Riassumendo possiamo dire che ci troviamo alla presenza di comportamenti:

1. liberamente scelti (dove per "liberamente" intendiamo che non sono presenti elementi riconducibili a patologie psichiche particolari);

2. che non incidono in modo significativo sulla possibilità per il soggetto di avere una vita che ritiene soddisfacente sia da un punto affettivo sia lavorativo;

3. espressione di realtà più o meno diffuse ma la cui esistenza è sentita come un dato di fatto con cui confrontarsi. Il comportamento può essere quindi non condiviso o praticato ma è ammessa (o è generalmente ammessa) la possibilità che la "normalità" possa manifestarsi anche in questo modo. Ma non solo. Spesso trattasi di realtà talmente diffuse che è possibile evitarle del tutto solo a prezzo di sentirsi tagliati fuori da una parte importante della società;

4. che hanno una sorta di duplice natura: da una parte sono "solo" modi diversi di esprimere le stesse esigenze "umane" di sempre, dall'altra stanno cambiando profondamente la forma e la natura di tali bisogni.

D'altro canto le stesse teorie psicologiche che definiscono la patologia si trovano davanti al medesimo dilemma di altre scienze sociali: se una delle esigenze dell'uomo che la salute mentale tende a soddisfare è la libertà di scelta, entro quali limiti deve interessarmi il modo di vivere del soggetto? Trattasi ovviamente d'interrogativi che esulano dalla portata di questo saggio ma che ci rimandano ad una questione più ampia e interessante. Il processo terapeutico (e il terapeuta dunque) si pone, infatti, sia come realtà gioco forza immersa nel cambiamento sia come strumento per superare l'eventuale disagio che da quello stesso cambiamento nasce. In questo senso dobbiamo interrogarci sul modo con cui l'esperienza terapeutica deve collocarsi all'interno delle inevitabili trasformazioni che accadono a "livello sociale". Se c'è un aspetto che deve poter sopravvivere al tempo e quale natura esso deve avere. Ovviamente, con questo termine non intendo una continuità di forma (che peraltro è variabile anche all'interno della stessa epoca storica da indirizzo a indirizzo, oltre che da relazione a relazione) quanto di funzione. Se c'è dunque un aspetto del processo terapeutico che, al di là della specifica società in cui ci si trova a operare, continua nel tempo a rispondere in modo adeguato a una determinata esigenza dell'uomo.



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