Legislazione e Giurisprudenza, Licenziamento -  Cardani Valentina - 2014-09-05

QUALE RISARCIMENTO IN CASO DI RITARDO NEL PAGAMENTO DELL'INDENNITA' SOSTITUTIVA? - S.U. 18353/14 – V. CARDANI

Il caso. La vicenda presa in esame dalla pronuncia a Sezioni Unite della Suprema Corte n. 18353/14 affronta un punto controverso della disciplina in materia di licenziamenti ante Riforma Fornero: il lavoratore illegittimamente licenziato che abbia optato per l"indennità sostitutiva della reintegra a norma dell"art. 18 St. Lav., può chiedere ed ottenere il pagamento delle retribuzioni dalla data del licenziamento sino al giorno dell"effettivo pagamento dell"indennità?

Ebbene, nel caso di specie, il lavoratore con ricorso per decreto ingiuntivo chiedeva alla società convenuta il pagamento, a titolo di risarcimento del danno per ritardo, di tutte le retribuzioni sino al giorno del pagamento dell"indennità. Questi, infatti, pur avendo ottenuto il riconoscimento dell"illegittimità del proprio licenziamento e del diritto ad essere integrato nel posto di lavoro, aveva optato (conformemente al disposto di cui all"art. 18 St. Lav.) per il pagamento dell"indennità sostitutiva della reintegra. Tale pagamento, tuttavia, veniva effettuato con grave ritardo soltanto due anni dopo.

La questio iuris. La diatriba, sorta a seguito dell"introduzione dell"istituto dell"indennità sostitutiva della reintegra con lg. n. 108/1990,verteva, principalmente, su due aspetti:

  1. il momento in cui il rapporto di lavoro dovesse ritenersi risolto nel caso di scelta dell"indennità sostitutiva della reintegra (deve considerarsi tale il momento il cui viene effettuata la scelta oppure quando viene effettivamente pagata l"indennità?);
  2. la misura del risarcimento del danno spettante al lavoratore (quante retribuzioni?).

La disciplina dell"art. 18 St. Lav. prima della lg. 92/12. A dare adito ad incertezze era proprio il testo dell'art. 18 St. Lav. nella sua formulazione precedente alla Riforma Fornero.

Tale norma prevedeva che, in caso di licenziamento illegittimo il lavoratore potesse chiedere (sussistendo il requisito dimensionale della società datrice di lavoro) la reintegra nel posto di lavoro. In questo caso, il datore di lavoro condannato a riammettere in servizio il dipendente, doveva invitare il lavoratore a riprendere l'attività; se il lavoratore non avesse ottemperato all"invito nel termine di 30 giorni, il rapporto di lavoro avrebbe dovuto considerarsi risolto, senza diritto per questi ad alcuna indennità.

Nulla era però previsto per il caso in cui il lavoratore avesse optato appunto per l"indennità sostitutiva della reintegra, con conseguente incertezza sul dies ad quem decorso il quale il rapporto di lavoro doveva ritenersi risolto.

Ulteriori perplessità poi derivavano dalla possibilità per il lavoratore di dichiarare già prima del giudizio o nel corso di esso la propria volontà, in caso di esito favorevole, a rinunciare alla reintegrazione in favore dell"indennità sostitutiva: in questo caso il giudice provvedeva a condannare direttamente al pagamento dell'indennità, così sciogliendo il rapporto e determinando la misura del risarcimento.

Giurisprudenza di legittimità. Per ciò che concerne la prima questione, pare evidente che laddove si ritenga che il rapporto di lavoro cessi soltanto con il pagamento dell"indennità sostitutiva della reintegrazione, allora, va da sé che il datore di lavoro è tenuto al pagamento di tutte le retribuzioni sino al giorno dell"effettiva corresponsione dell"indennità predetta. Tale è stato a lungo l"orientamento della Suprema Corte (in conformità con la ricostruzione della Corte Costituzionale n. 81 del 1992).

Nel 2009 una serie di sentenze della Corte di Cassazione ha però scardinato l"orientamento tradizionale, ritenendo che la cessazione del rapporto di lavoro dovesse farsi risalire al momento in cui è intervenuta la dichiarazione del lavoratore di beneficiare dell"indennità sostitutiva. Ciononostante, si riteneva che il risarcimento del danno dovesse comprendere le retribuzioni sino alla data dell'effettivo pagamento dell'indennità, anche nell'ottica dell'"effettività dei rimedi", e cioè come incentivo al puntuale adempimento dell'obbligazione.

Infine, nel 2012 la Suprema Corte giungeva alla svolta, affermando, da un lato, che il rapporto di lavoro si risolveva con la dichiarazione di rinuncia alle reintegrazione in favore dell'indennità; al contempo però la Corte osservava che non vi era alcuna norma che prevedeva una sanzione più rigida per il ritardo nel pagamento dell'indennità sostitutiva, con la conseguenza che avrebbero dovuto trovare applicazione i principi generali in materia di obbligazioni pecuniarie: pertanto, al lavoratore, creditore dell'indennità, dalla dichiarazione sarebbero spettati interessi e rivalutazione e niente più.

La pronuncia delle Sezioni Unite. A quest'ultimo orientamento ha aderito la pronuncia a Sezioni Unite in commento, rilevando altresì come alla definitiva cessazione del rapporto di lavoro non poteva conseguire il perdurare dell'obbligo di pagare la retribuzione al lavoratore, dal momento che questi nessuna prestazione offriva né avrebbe potuto offrire all'impresa ex datrice di lavoro. Inoltre, come già era emerso nelle sentenze del 2012, non vi era alcuna ragione per non applicare la disciplina generale che prevedeva unicamente la maggiorazione del capitale di interessi e rivalutazione.

La disciplina riformata dalla Legge n. 92/2012 (lg. "Fornero"). Ad ogni modo, la nuova disciplina ha superato l'impasse, chiarendo espressamente che la dichiarazione di optare per l'indennità sostitutiva "determina la risoluzione del rapporto di lavoro". Inoltre la nuova disciplina predetermina l'ammontare del risarcimento in un numero variabile di mensilità della retribuzione, ciò che, di fatto, risolve anche il problema dell'individuazione della sanzione per l'eventuale ritardo nell'adempimento dell'obbligo di pagamento dell'indennità.



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