Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Caporale Sabrina - 2014-03-12

QUANDO ANCHE UN ABBRACCIO PUO INTEGRARE LABUSO SESSUALE – Cass. 10248/2014 – Sabrina CAPORALE.

Con sentenza del Tribunale di Agrigento veniva dichiarata la responsabilità penale in ordine al reato di cui agli artt. 81 cpv, 609-bis commi 1 e 3, 609-septies, comma 4 nn. 2 e 3 cod. pen., di un uomo, che nella sua qualità di preside di un istituto scientifico e, in diverse circostanze di tempo e di luogo, "costringeva una minore, alunna dell'istituto e quindi a lui affidata per ragioni di istruzione, a subire diversi atti sessuali, sia chiamandola ripetutamente presso il suo ufficio ed ivi abbracciandola e baciandola, nonché chiedendole di baciarlo, sia baciandola ed abbracciandola nei locali dell'istituto, sia trattenendola al suo corpo, così impedendole di allontanarsi, sia facendole diversi complimenti (…)".

Così condannato alla pena ivi prevista per il reato sopra ascritto, proponeva ricorso dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione, denunciando con un primo motivo di impugnazione, la violazione dell'art. 609-bis cod. pen. e l'insussistenza del reato per carenza degli elementi costitutivi, rappresentando che, "diversamente da quanto ritenuto dai giudici di merito, le condotte poste in essere non avrebbero la connotazione di atti sessuali, non avendo coinvolto alcuna zona erogena, né essendo tali atteggiamenti, caratterizzati dalla finalità di soddisfare la propria concupiscenza o l'istinto sessuale, trattandosi, semmai, di comportamenti inopportuni, peraltro posti in essere nel momento del saluto secondo le abitudini locali".

Aggiungeva, inoltre, la difesa dell"imputato "che le azioni poste in essere non [avevano] mai coinvolto oggettivamente ed univocamente la corporeità sessuale della giovane alunna né, tanto meno, avrebbero inciso sulla sua libertà sessuale (…) oltre al fatto che la persona offesa – come, poi, emerso nei giudizi di merito – non avrebbe mai manifestato il proprio dissenso alle attenzioni rivoltele dal preside dell'istituto da lei frequentato, né che questi avesse comunque percepito un implicito rifiuto di tale atteggiamento".

Sul punto, è interessante la pronuncia della Cassazione che ripercorre in estrema sintesi le sentenze già in precedenza espresse dalla stessa Corte in tema di "zone erogene" e abusi sessuali, intendendo per queste ultime, "quelle parti del corpo umano che, se stimolate, sono in grado di determinare piacere sessuale ed eccitazione".

Sul punto, in particolare, comincia col richiamare quanto già in precedenza espresso dalla stessa Sezione (Sez. III, n. 7059, 23 febbraio 2012; Sez. III n.27762, 8 luglio 2008; Sez. III n.27469, 7 luglio 2008. V. anche Sez. III n. 6653, 5 giugno 1998), ove "dette zone sono state individuate nei genitali e nelle parti del corpo che la scienza medica, psicologica e antropologica qualifica come zone erogene ed in quelle considerate tali dall'agente, al fine di distinguere il reato consumato dalle ipotesi di tentativo, ritenuto configurabile allorquando, per la pronta reazione della vittima o per altre ragioni, l'agente non riesca a toccare la parte corporea presa di mira ed il contatto corporeo sia solo superficiale e fugace, fermo restando lo scopo libidinoso, che deve comunque sussistere". «In dette decisioni la condotta oggetto di valutazione era consistita, in un caso, nell'avere toccato le spalle della vittima, allo scopo di slacciarle il reggiseno senza riuscire nell'intento per la sua pronta reazione mentre, nell'altro, il toccamento indirizzato alla coscia e alla zona genitale, aveva attinto la gamba, sempre a causa della opposizione del soggetto passivo. In altra occasione (Sez. III n.28815, 11 luglio 2008) è stata definita zona erogena "l'area della pelle o delle mucose, la cui stimolazione produce sensazioni piacevoli ed eccitazione sessuale" indicando, quali "principali zone erogene", le aree genitali, la zona perianale, i capezzoli e la mucosa orale, precisando, tuttavia, che esse non esauriscono le potenzialità erogene del corpo umano, variabili da individuo ad individuo, collocando poi, tra queste, la bocca, cui è attribuita una rilevante funzione di stimolo ed eccitazione sessuale in quanto normalmente adoperata per esplicare la sessualità, dal bacio al coito orale. (…) Precedentemente, [invece] – continuano i giudici ermellini - il richiamo alla individuazione della nozione in esame comprendeva tutte quelle zone "ritenute dalla scienza non solo medica, ma anche psicologica ed antropologico-sociologica erogene, tali da dimostrare l'istinto sessuale con esclusione di quelle espressioni di libido connotate da una sessualità particolare (ex. Gr. bacio delle scarpe)" (Sez. III n.7772, 4 luglio 2000)».

La questione relativa all'individuazione della condotta di rilievo penale è stata, poi, diffusamente trattata in altra pronuncia (Sez. III n.33464, 5 ottobre 2006), nella quale si è affermato che essa "comprende, oltre ad ogni forma di congiunzione carnale, qualsiasi atto che, risolvendosi in un contatto corporeo, ancorché fugace ed estemporaneo, tra soggetto attivo e soggetto passivo, o comunque coinvolgendo la corporeità sessuale di quest'ultimo, sia finalizzato ed idoneo a porre in pericolo la libertà di autodeterminazione del soggetto passivo nella sua sfera sessuale, non avendo rilievo determinante, ai fini del perfezionamento del reato, la finalità dell'agente e l'eventuale soddisfacimento del proprio piacere sessuale (V. anche Sez. III n. 45950; Sez. III n.41096, 11 novembre 2011; Sez. III n.12506, 28 marzo 2011; Sez. III n.21840, 1 giugno 2011; Sez. III n. 21336, 4 giugno 2010; Sez. IV n. 3447, 23 gennaio 2008; Sez. III n.35365, 27 settembre 2007)".

E ancora. «Una formulazione maggiormente convincente della nozione è quella che ricomprende negli atti sessuali tutti quegli atti oggettivamente idonei a compromettere la libertà sessuale del soggetto passivo, invadendo la sua sfera sessuale, mediante un rapporto corpore corpori, non riguardante, necessariamente, le zone genitali e che può estendersi anche a tutte le altre zone ritenute erogene prevenendo, così, ad una nozione definita "oggettiva" di atto sessuale, rispetto alla quale il dolo (generico) del reato si rinviene nella coscienza e volontà di compiere un atto lesivo della libertà sessuale della persona offesa, senza che assuma rilevanza l'ulteriore fine dell'agente, che è in genere quello di soddisfare la sua concupiscenza, ma può anche essere un fine ludico o di umiliazione della vittima (Sez. III n.25112, 2 luglio 2007),».

Venendo, poi, al caso oggetto della fattispecie esaminata concernente, ossia, un'ipotesi di bacio sulla bocca, si è altresì chiarito che il riferimento alle zone erogene va integrato anche con un'attenta valutazione del contesto sociale e culturale in cui la condotta è realizzata (…)». Senza con ciò escludere che esso, anche nel caso in cui si risolva nel semplice contatto delle labbra, possa essere valutato alla stregua di un "atto sessuale" vero e proprio. (Sez. III n. 41536, 29 ottobre 2009, relativa a fattispecie in cui l'imputato, afferrandola per il collo, aveva tentato di baciare il viso della parte lesa senza assicurarsi il suo previo consenso). Nella stessa decisione appena citata – ricorda la Corte – "si precisava anche che, ai fini della configurabilità del reato, non può essere operata alcuna distinzione con riferimento all'intensità del bacio, tale da escludere la natura sessuale per i baci caratterizzati soltanto dal contatto delle labbra e riservare la nozione di atto sessuale solo quelli più penetranti, considerando che entrambe le tipologie sono idonee a ledere la libertà e integrità sessuale del soggetto passivo, concretandosi in un atto idoneo a invadere la sua sfera intima ed integrare, pertanto, uno degli elementi materiali del reato di violenza sessuale, tranne nel caso in cui si tratti di baci leggeri scambiati in contesti non erotici che ne escludano la connotazione sessuale (si richiamava, in quell'occasione, anche Sez. III, n. 25112/2007 cit.)».

«A conclusioni non dissimili – aggiunge - deve peraltro pervenirsi con riferimento all'abbraccio, condotta che, in determinate situazioni, può dimostrarsi maggiormente invasiva rispetto al bacio, potendo coinvolgere l'intero corpo del soggetto passivo e comportare un contatto anche con zone indubbiamente erogene, ma che, in altre circostanze, si risolve in una condivisa manifestazione di affetto e confidenza del tutto avulsa da connotazioni tipicamente sessuali».

Come si è visto, manca«, in ipotesi quali quelle in precedenza descritte, la certezza delle finalità dell'atto, che va pertanto ricercata attraverso l'analisi di altri dati fattuali significativi». Non essendo, dunque e in alcun modo «possibile classificare aprioristicamente come atti sessuali tutti quelli che, in quanto non direttamente indirizzati a zone chiaramente individuabili come erogene, possono essere rivolti al soggetto passivo con finalità diverse, come nel caso del bacio o dell'abbraccio, la loro valutazione deve essere attuata mediante accertamento in fatto da parte del giudice del merito, (…)valorizzando ogni (…) elemento fattuale significativo e, tenendo conto della condotta nel suo complesso, del contesto in cui l'azione si è svolta, dei rapporti intercorrenti tra le persone coinvolte ed ogni altro elemento eventualmente sintomatico di una indebita compromissione della libera determinazione della sessualità del soggetto passivo».

Alla luce di quanto sin ora descritto, la Cassazione ha ritenuto, nel caso di specie, corretta la valutazione operata dai giudici di merito. In vero, - conclude -non si richiede che l'atto sessuale sia finalizzato al soddisfacimento del piacere erotico, essendo necessario e sufficiente, a fronte del dolo generico del reato, che l'agente abbia la coscienza e volontà di realizzare gli elementi costitutivi del medesimo (Sez. III n. 21336, 4 giugno 2010; Sez. III n. 39718, 12 ottobre 2009; Sez. III n. 28815, 11 luglio 2008; Sez. III n. 4402, 10 aprile 2000) e la prova del dolo, quando difettino esplicite ammissioni del soggetto attivo del reato, può essere desunta da elementi esterni e, segnatamente, da quei dati della condotta che, per la loro offensività o per l'obiettivo disvalore sociale, siano i più idonei ad esprimere il fine perseguito dall'agente (Sez. III n. 11866, 26 marzo 2010). Tali elementi significativi sono agevolmente desumibili dai dati fattuali in precedenza richiamati, posto che le modalità degli incontri, le frasi ed i gesti rivolti all'indirizzo dell'alunna, le sue reazioni, il comportamento tenuto dal preside (...), manifestano la piena coscienza e volontà di compiere un atto invasivo e lesivo della libertà sessuale di una persona non consenziente». Il ricorso, è pertanto infondato e va rigettato.



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