Legislazione e Giurisprudenza, Persona, famiglia -  Pittaro Paolo - 2014-09-29

QUANDO I MASS MEDIA TRAVISANO LA CASSAZIONE – Cass. pen., sez. III, n. 39445/14 – Paolo PITTARO

Non è certo la prima volta che i mezzi di comunicazione riportano una decisione della Cassazione a titoli di scatola, esprimendo riprovazione e suscitando una forte eco negativa nella pubblica opinione.

È successo anche nei giorni scorsi, in riferimento ad una sentenza della Suprema Corte (Cass. pen., sez.III, 1° luglio – 25 settembre 2014, Pres. Fiale, Rel. Andreazza, P.G. Gaeta, n. 39445), che avrebbe – sempre nella visione dei mass media – concesso un'attenuante allo stupro del marito effettuato nei confronti della moglie, in quanto ubriaco al momento del fatto.

Non solo la carta stampata con i suoi titoli strillati (v., ad esempio: Ultima trovata della Cassazione sconti di pena per gli stupratori. Sentenza da brivido. I giudici scatenano l'ennesima bufera. L'uomo accusato di violenza della moglie si difende spiegando di aver commesso l'abuso da ubriaco. «Può essere un'attenuante», in Il Giornale, 26 settembre 2014, p. 18), ma perfino in una trasmissione televisiva di notevole rilievo e di grande audience, quale Che tempo che fa, quando ieri sera, dopo il seguitissimo intervento del Presidente del Consiglio, ospite di Fabio Fazio, l'attrice Luciana Littizzetto ha concluso la sua consueta, apprezzabile performance, ironica sulle notizie correnti, in modo estremamente serio, riferendosi alla citata sentenza della Cassazione, ed affermando che mai, una situazione del genere dovrebbe costituire un'attenuante per lo stupro, esecrabile sempre e richiamando le donne ad una costante attenzione e denuncia.

Tutto da condividere in assoluto, se non ci fosse un "ma"...

Il punto è che la Cassazione non ha affatto sostenuto quello che i media le attribuiscono. Non è la prima volta (v., ad esempio, su questo stesso sito, il nostro Stupro di gruppo e mass media) e, come sempre, è da chiedersi se quella sentenza, peraltro molto breve e concisa, sia stata letta in originale dai vari giornalisti.

Andiamo con ordine.

L'imputato era stato condannato per i reati di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) e violenza sessuale (art. 609–bis c.p.) e la Corte d'Appello aveva confermato la sentenza di primo grado.

Egli presentava ricorso per Cassazione lamentando che i giudici di merito avevano escluso l'ipotesi attenuata di cui l'art. 609-bis, ultimo comma (il quale afferma che "nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi"), "sulla base della mera considerazione che un rapporto sessuale completo non consentirebbe di configurare l'attenuante in oggetto. Al contrario, sulla base della giurisprudenza richiamata, il ricorrente deduce come debba assumere rilevanza la qualità dell'atto compiuto (e segnatamente il grado di coartazione, il danno arrecato e l'entità della compressione più che la quantità di violenza fisica esercitata): e nella specie è mancata ogni valutazione globale del fatto. In particolare in relazione al fatto che le violenze sarebbero sempre state commesse sotto l'influenza dell'alcool".

Ora, la Cassazione censura – e del tutto correttamente – quanto affermato dai giudici di merito, ossia che l'assenza di un rapporto sessuale "completo" possa, per ciò solo, consentire di configurare l'attenuante. Non è affatto vero, così come, simmetricamente, la presenza di un rapporto sessuale completo non può, per ciò solo, escludere che l'attenuante sia concedibile, dovendo effettuarsi una valutazione del fatto nella sua complessità.

Ragionare diversamente - e questo è il clou del ragionamento della Corte – significherebbe riprodurre la vecchia distinzione, operata dalla abrogata disciplina e ripudiata da quella nuova, fra "violenza carnale" e "atti di libidine", che lo stesso legislatore ha ritenuto di non focalizzare preferendo attestarsi sulla generale clausola di "casi di minore gravità". Tale ultima ipotesi, pertanto, non attiene alla compiutezza o meno dell'atto sessuale (come ritengono i giudici di merito), in quanto l'ipotesi attenuata di cui all'art. 609-bis, comma 4 c.p., "deve ritenersi applicabile in tutte quelle fattispecie in cui – avuto riguardo ai mezzi, alle modalità esecutive ed alle circostanze dell'azione – sia possibile ritenere che la libertà sessuale personale della vittima sia stata compressa in maniera non grave" (conforme: Cass., Sez. 4, n. 18662 del 12/4/2013, A., Rv 255930).

In definitiva, la Cassazione contesta la decisione della Corte d'Appello, la quale ha escluso l'invocata attenuante di cui all'art. 609-bis, u.co., c.p., proprio facendo fondamentalmente leva sulla considerazione che "in ogni caso la consumazione di una violenza carnale completa, al di là delle condizioni soggettive nelle quali versi l'autore, resta un fatto non sussumibile fra le violenze carnali di minore gravità". Peraltro, "è inoltre mancata, quanto alle caratteristiche del fatto, una disamina complessiva dello stesso in particolare con riferimento alla valutazione delle ripercussioni della condotta, anche sul piano psichico, sulla persona della vittima essendosi i giudici d'appello limitati, nel fare riferimento a "plurimi rapporti sessuali ottenuti con violenza e senza il minimo rispetto della dignità e libertà di autodeterminazione della donna", a descrivere il fatto contestato, necessariamente comprensivo, per stessa definizione normativa, di violenza, senza tuttavia analizzarne, come necessario, gli effetti".

La Cassazione, pertanto, non può far altro che annullare la sentenza, per la censurata motivazione del giudice di merito che insiste sull'inammissibile distinzione fra rapporto sessuale completo e non completo, da considerarsi di per sé senza possibili attenuanti il primo ed attenuato il secondo. Ma si deve ricordare che la Suprema Corte è giudice del diritto e non del fatto (cfr., per una similare questione, sempre su questo sito, il nostro Quando si dimentica che la Cassazione è giudice di legittimità e non di merito) e, pertanto, non può valutare nel merito la fondatezza della richiesta dell'attenuante posta dall'imputato (insistendo, magari, sul fatto di essere stato ubriaco nel momento del fatto): deve, pertanto, annullare "la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte d'Appello limitatamente alla ravvisabilità dell'ipotesi attenuata".

Spetterà, adunque, alla Corte di appello, tenendo conto dei princìpi enunciati dalla Cassazione, valutare se la modalità del fatto commesso possa raffigurare la circostanza attenuante dei "casi di minore gravità", specie se richiamata con riferimento allo stato di ubriachezza del reo.

Un futuro accoglimento da parte della Corte d'Appello che ci sembra, invero, molto improbabile, non solo per il fatto che l'art. 92 c.p .dispone che "l'ubriachezza non derivata da caso fortuito o da forza maggiore non esclude né diminuisce l'imputabilità", ma - e soprattutto – in riferimento ai cennati princìpi esposti dalla Cassazione stessa, laddove questa ha insistito nitidamente nell'affermare che la circostanza attenuante "deve considerarsi applicabile in tutte quelle fattispecie in cui – avuto riguardo ai mezzi, alle modalità esecutive ed alle circostanza dell'azione - sia possibile ritenere che la libertà sessuale personale della vittima sia stata compressa in maniera non grave". Il che nulla ha a che vedere con il fatto che il reo fosse ubriaco o meno.

In ultima istanza, la Cassazione non ha mai affermato che lo stupro effettuato da un ubriaco possa essere ritenuto meritevole di uno sconto di pena, come certi ed importanti mass media hanno ritenuto di evidenziare.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati