Legislazione e Giurisprudenza, Patrimonio, economia -  Redazione P&D - 2013-09-10

QUANDO L'ESERCIZIO ARBITRARIO DELLE PROPRIE RAGIONI DIVIENE ESTORSIONE - Cass. pen. 21/6/2013 - Cristina FLOREAN

Si configura il delitto di estorsione ex art. 629 c.p. e non quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni ex art. 393 c.p. quando la condotta minacciosa, prevista da entrambe le norme, si estrinseca con una forza intimidatoria tale da andare oltre ad ogni ragionevole intento di far valere un proprio diritto.

Nel caso che ci si accinge ad esaminare, la ditta titolare di un diritto di credito derivante dalla fornitura di gasolio, sollecitava diverse volte la titolare dell'impresa debitrice, anche attraverso frasi velatamente intimidatorie. A fronte del persistente inadempimento veniva lasciato davanti al cancello del deposito camion dell'impresa debitrice un congegno incendiario; la presenza dell'ordigno veniva peraltro preannunciata da una telefonata dai toni minacciosi nella quale l'interlocutore asseriva che "avrebbe fatto un macello" in caso di mancato pagamento.

Le titolari della ditta creditrice e il dipendente, quale materiale esecutore dei diversi minacciosi avvertimenti, venivano sottoposti alla misura di custodia cautelare in carcere per il reato di cui all'art 629 c.p.. Gli indagati proponevano quindi ricorso per cassazione nel quale il motivo di doglianza principale era teso a dimostrare l'errata qualificazione del fatto da parte del Tribunale delle Libertà; a parare dei ricorrenti il fatto commesso avrebbe dovuto essere configurato nel reato di cui all'art. 393 c.p. e non nel più grave delitto di cui all'art. 629 c.p.

Nel caso di specie la Suprema Corte ha posto in evidenza il carattere di ingiustizia e prevaricazione posto in essere dagli indagati. La Cassazione, pur riconoscendo nella legittimità della pretesa il tradizionale il discrimen tra il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni e il delitto di estorsione, pone alcune considerazioni fattuali in merito alle modalità esecutive dei due diversi delitti. A parere del Giudice di Legittimità per ritenersi integrato il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni vengono a rilievo due distinti caratteri: l'elemento psicologico e le modalità d'azione. Il primo paramento viene ravvisato qualora l'agente persegua una finalità tutelata dall'ordinamento; il secondo, di contro, deve essere strettamente connesso alle finalità dell'agente di far valere il preteso diritto. Pertanto una coartazione così stringente assume in re ipsa i caratteri dell'ingiustizia, ed integra di conseguenza le fattezze di una condotta estorsiva. A fronte di tali considerazioni il riconoscimento giuridico del diritto preteso diviene irrilevante dovendo necessariamente valutarsi anche le modalità proprie della condotta anche se volta al perseguimento del fine riconosciuto dall'ordinamento.



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