Articoli, saggi, Intersezioni -  Costanzo Sara - 2014-07-21

QUID ANIMO SATIS? -Sara COSTANZO

A partire dagli anni settanta del Novecento, molte discipline scientifiche hanno cominciato a condividere l"idea che i loro oggetti di studio fossero dei "sistemi". I sistemi sono "realtà" caratterizzate da una proprietà di base: le singole parti che li compongono non possono essere isolate l"una dall"altra senza che la loro modalità di funzionamento venga in un certo senso modificata se non addirittura annullata. Inoltre i collegamenti tra le singole parti e tra queste e il "tutto" sono troppo "complessi" per poter essere definiti in modo chiaro o spesso addirittura identificati.

Nel pensiero sistemico l" attenzione si sposta dunque dagli oggetti alle "connessioni" che esistono tra di essi e quindi sostanzialmente ai processi che esse sono in grado di generare. In quest"ottica il mondo è diviso non tanto in diverse tipologie di contenuti ma in diversi tipi di relazioni e comprendere la natura di ciascuna di esse diventa un aspetto di fondamentale importanza.

Uno dei capisaldi del pensiero sistemico è la convinzione che tutte le teorie, e dunque ogni tipo di percorso che utilizziamo per conoscere e valutare un determinato aspetto della realtà, sono una creazione della mente dell"uomo. Detto in altri termini, esse sono parte del nostro modo di vedere la realtà e non proprietà della realtà stessa. Al pari di molte altre scienze, anche la psicologia sistemica ha dunque considerato essenziale il ruolo che l"osservatore svolge nel momento in cui conosce la realtà al punto che si ritiene che esso in un certo senso contribuisca a "costruirla". Osservatori differenti delimiteranno in modo diverso il proprio oggetto di interesse, includendo o escludendo dalla propria osservazione alcuni aspetti, identificando dinamiche differenti e dandoci spiegazioni diverse dello stesso fenomeno. La teoria sistemica ci dice che ognuno di questi punti di vista contribuisce alla conoscenza di un determinato oggetto e che nessuno di questi è onnicomprensivo dal momento che chi conosce è parte del sistema che conosce.

Quid animo satis? Come abbiamo appena detto, il pensiero complesso considera essenziale il ruolo dell"osservatore nella costruzione della realtà osservata. Questa "scoperta" ci ha aiutato a distinguere due tipi di realtà o meglio due aspetti della stessa. Vorrei ripercorrerla nella parole di P. Watzlawick, che all"argomento ha dedicato uno dei primi libri in materia:

[…] il primo concerne le proprietà puramente fisiche, oggettivamente discernibili delle cose. Questo aspetto viene pertanto collegato strettamente alla corretta percezione sensoriale, alle questioni del c.d. senso comune, o alla verifica scientifica oggettiva, ripetibile. Il secondo aspetto consiste nella attribuzione di significato e di valore a queste cose (Paul Watzlawick, 1976).

Questa idea ha segnato una tappa molto importante del pensiero sistemico specie nel mondo della malattia mentale. Innanzi tutto si è sviluppata una crescente attenzione al modo in cui si formano molte delle nostre convinzioni sulla "follia" e in genere al modo in cui sono usate le categorie diagnostiche. Contemporaneamente essa ha portato l"attenzione ai significati presenti in qualunque tipo di comunicazione "scoprendo" nuovi modi di entrare in relazione e accostarsi alla cura. In un senso molto generale possiamo dire che chiunque abbia fatta propria questa idea non può non coglierne il valore profondamente "democratico" e cioè la convinzione che ognuno di noi è portatore di una visione delle cose che "ha" e "merita" la stessa dignità di quella di chiunque altro e che questa pluralità è in se un valore.

Ciò che mi interessa sottolineare è però un altro aspetto: in questa visione non esistono attribuzioni di significato per cosi dire assolute e dunque "realmente reali". Ad eccezione di quelle che derivano, come dice Watzlawick (la cui definizione, sebbene sia "datata", resta esemplificativa di certezze e difficoltà di una descrizione del genere) da una corretta e condivisa percezione sensoriale, dal senso comune e principalmente da verifica scientifica.

La prima cosa che vorrei osservare è che, benché Watzlawick stesso eviti di usare il termine "verità", a mio avviso, esso risuona ogni volta che si parla di realtà "reale". La sensazione che si ha è che, mentre le "attribuzioni di significato" sono "vere" nel senso di "esistenti", la realtà di "primo tipo" di cui ci parla l"Autore è tale proprio perché considerata in un certo senso "vera in se". Il fatto che esistano molte visioni della stessa cosa e tutte, come dicevamo, hanno pari dignità o sono portatrici di un significato che va esplorato, non esclude che alcune di esse sono più aderenti alla realtà "reale" e dunque più adeguate a rappresentarla, sebbene in un singolo aspetto. Detto in altri termini, benché nessuna idea sia per sua natura capace di cogliere e descrivere "tutta" la realtà, alcune di queste sono "vere" e altre semplicemente "esistenti" sebbene essenziali allo scorrere della vita esattamente come le prime.

Ma torniamo alla definizione di "realtà reale". La spiegazione di Watzlawick tende a svincolare la realtà reale da parametri soggettivi. Nel caso del "senso comune" e di una "corretta percezione sensoriale" questa cosa vuol dire, quasi in un paradosso linguistico, che è reale ciò che la totalità dei soggetti coglie nello stesso modo. Cioè è oggettiva una realtà che tutti soggettivamente percepiscono o sentono alla stessa maniera.

Facciamo un esempio molto semplice. Se guardo una bandiera italiana il "fatto" che essa sia di tre colori diversi è una "realtà reale" nel senso che tutti, se messi nelle giuste condizioni, percepiscono la stessa cosa. Questa precisazione della "giusta condizione" è di fondamentale importanza. Immaginiamo infatti di avere difetti di vista o di trovarci in condizioni ambientali sfavorevoli (ad esempio una luce accecante o il buio). In tali casi la nostra capacità di cogliere la realtà reale è condizionata o compromessa. Se andiamo un po" più a fondo del discorso iniziato da Watzlawick possiamo dire che la "realtà reale" può essere colta da chiunque si trovi nella "giusta posizione" per farlo, cosa che in questo caso coincide con il pieno utilizzo di alcuni strumenti (quelli sensoriali appunto) di cui ogni uomo è dotato più o meno nello stesso modo. Il discorso è già più complicato se parliamo di senso comune. Questo aspetto tira infatti in gioco realtà che nascono dal fatto che una serie di individui attribuisce ad un evento uno stesso significato. Definizione che a ben vedere è molto simile a quella di realtà di secondo tipo. Ciò premesso, viene da chiedersi quali caratteristiche debba avere questo senso comune e quanto generale debba essere per poter segnare lo spartiacque tra i due tipi di realtà. La sensazione è che Watzlawick intuisca che esista una sorta di "senso" comune a tutti gli uomini e dunque al di sopra di qualunque attribuzione di significato che derivi da regole sociali. E questo indipendentemente (o meglio su un altro piano logico) dal fatto che alcune regole sociali possono recepirlo, rispecchiarlo, addirittura promuoverlo. In sintesi possiamo dire che, anche qui, la possibilità di cogliere la realtà reale è subordinata al fatto di trovarci in una giusta posizione per farlo, cosa che in questo caso vuol dire saper cogliere dentro di se e dunque fuori, quel qualcosa che accomuna tutti gli uomini in quanto tali indipendentemente dal fatto che possa realizzarsi in forme diverse da contesto a contesto.

Questo ultimo punto ci porta dritti all"altro parametro che Watzlawick utilizza per definire la realtà reale e cioè il metodo scientifico. Se guardiamo bene, il tentativo di definire in questi termini l"oggettività della realtà tradisce un pensiero non raro nel mondo "scientifico" e cioè l"idea che razionalità e metodo scientifico siano in un certo senso sinonimi. Detto in altri termini, la scienza (e dunque i suoi parametri) sono assimilati al concetto stesso di ragione al punto che ciò che non è scientifico (nel senso di raggiunto attraverso tale metodo) appare sostanzialmente "irrazionale", dunque se non "contro" ragione  almeno al di fuori della sua portata. E dunque in un certo senso al di fuori di una verità oggettiva. La scienza (e il suo metodo) hanno dunque finito per essere non tanto uno degli strumenti (al pari di altri) che la ragione dell"uomo può e deve utilizzare per conoscere il mondo ma l"essenza stessa della "razionalità". E la razionalità intesa in questo modo ha finito per essere sinonimo di verità.

Questa visione non esclude che l"uomo possa conoscere il mondo anche attraverso altri strumenti (sentimenti, emozioni, intuizioni) ma, considera questo tipo di conoscenza (in se stessa, e dunque al di la del fatto che possa poi essere oggetto di verifica scientifica) un"attribuzione di significato e dunque soggettiva, variabile da individuo ad individuo.

Questa parentesi ci serve per chiederci una cosa importante e cioè se esista per l"uomo la possibilità di cogliere la "realtà reale" anche attraverso metodi diversi da quello scientifico, cosa che implica la possibilità che di raggiungere delle "certezze" anche attraverso metodi diversi da questo.

La ragione e la realtà. Una delle più belle definizioni che mi sia capitato di leggere è di don Luigi Giussani, sacerdote e teologo italiano:

Per ragione intendo il fattore distintivo di quel livello di natura che chiamiamo uomo, e cioè la capacità di rendersi conto del reale secondo la totalità dei suoi fattori. […] per me la ragione è apertura alla realtà, capacità di affermarla nella totalità dei suoi fattori. Secondo Giussani, la ragione  implica "diversi metodi o procedimenti o processi secondo il tipo degli oggetti". "Allora la ragione […] per conoscere certi valori o tipi di verità segue un certo metodo, per un altro tipo di verità segue un altro metodo. […] non ha un metodo unico, è polivalente, ricca, agile e mobile.  Un metodo porta certezza matematica, un metodo porta certezza scientifica, un metodo certezza filosofica; il quarto metodo porta certezze sull"umano comportamento, certezze morali (Giussani L., 1997).

Le parole di Giussani sono quanto mai presenti nel nostro lavoro. Curare attraverso la relazione, ci porta per lo più a fare i conti con "realtà" che non solo non sono percepibili con i sensi comuni ma che neanche possono essere osservate e studiate con un metodo di tipo scientifico. Un esempio molto semplice è quello della fiducia. Benché essa non sia visibile o misurabile scientificamente nessuno di noi ha dubbi sul fatto che in un certo momento della relazione terapeutica essa sia presente, "reale", "vera". Al punto che su questa "certezza", in merito al "se" e alla "qualità" del suo essere presente, si basa gran parte del nostro intervento. Detto in altri termini, questa convinzione, pur non essendo frutto di procedimenti logici o ripetibili, non ci appare meno certa o meno evidente di altre. E tale convinzione non è irrazionale o al di fuori del campo di azione della ragione. Tutt"altro. Essa cioè ci appare qualcosa di evidente, frutto di quello che sempre Giussani definisce un "complesso di indizi il cui unico senso adeguato, la cui unica lettura ragionevole è quella certezza". Se consideriamo la ragione al modo di Giussani e cioè come capacità di "rendersi conto della realtà in tutti i suoi fattori", tale certezza è raggiunta "solo" attraverso un metodo diverso, metodo che la ragione usa quando sono in gioco fenomeni che hanno a che fare con "l"umano comportamento".

Anche qui la capacità di cogliere questa realtà implica che la ragione si trovi nella giusta posizione, cosa che in questo caso vuol dire utilizzare il procedimento più adeguato al tipo di oggetto che intendo conoscere. Detto in altri termini, se cercassi di utilizzare il metodo scientifico per cogliere la realtà della fiducia, essa mi apparirebbe inesistente. Ma ciò non avrebbe a che fare con l"esistenza o meno della fiducia ma con il fatto che, al pari di chi voglia cogliere i colori della bandiera con il tatto, non sto utilizzando in modo adeguato gli strumenti di conoscenza che possiedo.

Se ciò è abbastanza chiaro, resta da chiedersi se tale realtà possa essere considerata "realmente tale" e cioè tra quelle che Watzlawick definisce di primo tipo. Il fatto che questo tipo di legame sia proprio "solo" di quella particolare relazione (nel senso che il paziente si fida di un certo terapeuta in un certo momento) non vuol dire che esso sia frutto di una attribuzione di significato "soggettiva". Facciamo un altro esempio con un oggetto diverso: che l"acqua sia formata di idrogeno e ossigeno è una verità chimica. Chi osserva questa cosa ha gli strumenti scientifici e di pensiero (e dunque è nella giusta posizione) per riconoscere tale composizione e tale scoperta gli appare un"evidenza, una verità. Questa certezza non scompare anche se tanti altri, che non sono in quella posizione scientifica e di pensiero, possono dubitare di ciò che lui ha visto. Di fronte a tali dubbi, il nostro scienziato e la comunità tutta, non dicono che la scoperta sia "soggettivamente reale" ma solo che alcuni non hanno gli strumenti per rendersene conto, per coglierla. La stessa cosa accade per la fiducia. Essa può essere colta da chiunque osservi quella relazione purché sia nella giusta posizione e cioè capace di cogliere quel "complesso di indizi il cui unico senso adeguato, la cui unica lettura ragionevole è quella certezza".

Nell"ambito del discorso sulla "realtà" quanto detto apre il campo ad una riflessione importante: il discorso sulla realtà reale è ampio e complesso. Essa non può essere ridotta a quella percepibile con i sensi o dimostrata scientificamente ma è anche quella relativamente alla quale la certezza della sua esistenza è qualcosa che si pone all"uomo come evidenza, anche se singoli uomini possono non trovarsi nella condizione di poterla cogliere. E tale conclusione non è lontana dalla ragione ma piuttosto realizza un"idea di ragione più completa e capace di afferrare la realtà nella sua totalità.

L"ultima considerazione da fare riguarda la "viabilità" della conoscenza. L"idea che in linea di massima non ci siano attribuzioni di significato assolute ha portato nella psicologia sistemica un"altra grande rivoluzione: in quest"ottica "conoscere" non ha dunque più a che fare con la ricerca di una "verità" in se quanto con la possibilità di sapere e potere operare nel mondo in modo adeguato.

Benché questa visione sia utile in molti casi, mette però da parte una importante riflessione sulla natura profonda dell"uomo. Conoscere il mondo non ha infatti solo a che fare solo con un sapersi muovere nella realtà in modo adeguato ma anche (e soprattutto) con la ricerca di qualcosa di totale ed assoluto e con la certezza che, anche se non immediatamente visibile, "da qualche parte" tutto questo possa esistere. Quando noi pensiamo o agiamo, non solo non escludiamo che una verità del mondo e delle cose possa esistere ma ci muoviamo proprio sulla base di questa certezza, di questo desiderio di scoprirla, di possederla, di sentire che il nostro pezzetto di verità è parte di una verità più ampia. Non è la viabilità in se (pur essenziale) che muove l"uomo ma il desiderio di questa corrispondenza del suo essere e della sua visione del mondo con qualcosa di "altro" da se stesso che da al suo operato un senso e una consistenza. In questo senso una strada è tanto più viabile ed efficace a farci vivere adeguatamente nel mondo (in assoluto e non solo in quella specifica circostanza) quanto più essa appaga questo desiderio. Detto in altri termini, cosi come la visione del tutto ci aiuta ad operare meglio nel particolare, una conoscenza che anela, aspira, cerca il vero è molto più viabile di una che non fa perché tiene in conto un aspetto della vita che ci appartiene (al genere umano, non a tutti i singoli uomini) profondamente.

TRATTO DA: DI SISTEMA IN SISTEMA – NUOVE PROSPETTIVE NEL MONDO DELLA PSICOLOGIA SISTEMICO-RELAZIONALE http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1083401



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