Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Caporale Sabrina - 2014-03-07

RAPINA DI LIEVE ENTITA: LEGITTIMA LA RICHIESTA DI RIDUZIONE DELLA PENA- Cass. pen. 10264/2014 – S. CAPORALE

Interessante pronuncia quella pronunciata della V Sezione Penale della Cassazione, con la sentenza n. 10264 dello scorso 4 marzo 2014.

Il ricorrente, imputato e già condannato in primo e secondo grado di giudizio per i reati di cui agli artt. 630, 628, 582, 614 cod. pen., proponeva ricorso per Cassazione, ivi denunciando la non corretta applicazione della legge così operata dai giudici di merito nella vicenda de quo.

Egli, accusato del reato di sequestro di persona a scopo di rapina, nonché del reato di lesioni personali e violazione di domicilio, "si era introdotto di notte nell'abitazione della vittima, attraverso una finestra che la propria convivente, nonché collaboratrice domestica di quest"ultimo, aveva lasciato appositamente aperta; quindi aveva picchiato e minacciato la persona offesa, prima con una pistola finta e poi con alcuni fucili di sua proprietà. La vittima, al quale l"uomo aveva chiesto la somma di euro 10.000,00 per la sua liberazione era stata legata al letto. Egli tuttavia, dichiarava di non disporre di contanti in misura così elevata e, chiedeva pertanto all"aggressore di attendere il mattino seguente in vista della possibilità di reperire la metà della cifra rivolgendosi ad alcuni amici. Cosicché, raggiunto l"accordo, il mattino seguente, quest"ultimo veniva ritrovato, da alcuni conoscenti, ancora a letto, con il volto tumefatto, presentando lesioni poi giudicate guaribili in trenta giorni (…)".

In verità, come più volte ribadito dalla difesa l"uomo avrebbe agito non già al fine di perseguire un ingiusto profitto, ma "nella convinzione «di attivare, seppure in maniera violenta ed arbitraria, una legittima pretesa, derivante da un pregresso credito della sua compagna di vita » nei confronti della vittima".

La difesa, peraltro, insisteva sul fatto che lo stesso "imputato, avrebbe [in tal modo] dimostrato una scarsa capacità a delinquere, avendo commesso il reato de quo con mezzi estemporanei e senza alcuna preorganizzazione, con la successiva limitazione della libertà della persona offesa solo per poche ore (rimanendo questi, peraltro, in compagnia della propria convivente e in grado di effettuare telefonate): inoltre, una volta resosi conto dell'impossibilità di raggiungere lo scopo che si era prefissato, lo stesso imputato aveva volontariamente abbandonato la scena del crimine".

È su questi presupposti ed in relazione "all"analisi della sopravvenuta pronuncia del giudice delle leggi, che il ricorrente presentava il proprio ricorso.

La citata sentenza n. 68 del 23/03/2012 C. Cost. - afferma - "recante la parziale declaratoria di illegittimità costituzionale dell'art. 630 cod. pen. nella parte in cui non prevede che la pena ivi stabilita sia diminuita nei casi di lieve entità, ha previsto, altresì, che siffatta valutazione dipenda da elementi quali la natura, la specie, i mezzi, le modalità o circostanze dell'azione, ovvero dalla particolare tenuità del danno o del pericolo cagionati. Ebbene, alla luce di quanto premesso, posto che la fattispecie de quo presenta caratteristiche riconducibili alla nozione indicata e facendo "particolare attenzione allo ius superveniens derivante dalla citata pronuncia della Corte Costituzionale, applicabile ex art. 2 cod. pen. in quanto normativa di maggior favore, si rende necessaria una ulteriore analisi degli elementi di fatto da parte dei giudici di merito".

Sul punto l"intervento della Cassazione.

« (…) E" Doveroso - dichiara -un nuovo esame della fattispecie da parte del giudice di merito, tenendo conto della portata della sentenza n. 68 del 23/03/2012 della Corte Costituzionale, di cui la pronuncia oggetto di ricorso non poté ovviamente tenere conto, essendo stata emessa esattamente in pari data. La possibilità che il caso in esame venga ritenuto di lieve entità, alla luce dei parametri indicati dal giudice delle leggi, può del resto desumersi sia dalla non particolare entità del lucro perseguito dall'imputato (…)».

Così deciso la Cassazione annulla la sentenza impugnata, limitatamente alle statuizioni coinvolte da Corte Cost. n. 68/2012 citata.



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