Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Redazione P&D - 2016-01-04

RAPINA O FURTO CON STRAPPO? A PROPOSITO DELLA VIOLENZA INDIRETTA – Cass. pen. 50295/2015 – Chiara MENICATTI

- rapina

- furto con strappo

- violenza indiretta

A fronte della lettura della sentenza di seguito riportata preme fare delle osservazioni circa la natura giuridica e il correlativo confronto degli istituti della rapina e del furto con strappo, rispettivamente ai sensi degli artt. 628 c.p. e 624 bis, comma 2 c.p.

I fatti, in breve, coinvolgono un soggetto, condannato in primo grado (e  conferma in Corte di Appello) per il delitto di rapina e di lesioni personali per essersi impossessato della borsa della persona offesa mentre andava in bicicletta, utilizzando violenza verso la medesima (in specie, mediante strattonamento).

Tale azione determinava nella vittima la reazione di inseguirlo, provocandole uno scompenso cardiaco; anche quest'ultimo evento è stato attribuito all'agente quale conseguenza dell'azione delittuosa.

Al fine di comprenderne la portata applicativa, vale la pena evidenziare, alla luce di quanto sopra sommariamente descritto, l'eventuale ma non esaustiva linea di demarcazione degli istituti coinvolti. Ciò a prescindere dalla scelta interpretativa adottata dalla S.C nel caso riportato.

Per farlo, quindi, occorre considerare l'elemento cardine comune ad entrambi ovvero la violenza verso le persone o le cose, comprenderne la portata e calarlo nei fatti, in quanto si tratta di un elemento che ha diverse sfumature.

Secondo una visione neutra delle varie questioni, nel delitto di rapina, la violenza è diretta ed è un elemento costitutivo, che viene, quindi, esercitato necessariamente verso persone o cose al fine di trarre un ingiusto profitto per sè o per altri, il possesso della cosa sottratta o assicurarsi l'impunità.

E' proprio mediante questo elemento - che lede più beni giuridici - che il legislatore punisce più marcatamente la condotta dell'agente (rispetto alle varie ipotesi di furto) prevedendo così una pena della reclusione da tre a dieci anni (con sanzioni pecuniarie annesse).

Diversa è la natura della violenza insita nel furto con strappo.

Tale elemento fa parte di un'unica azione, ove la modalità esecutiva coinvolge solo ed esclusivamente il bene mobile che l'agente intende sottrarre illegittimamente; si tratta di una modalità di azione che nulla ha a che vedere con l'ipotesi di un coinvolgimento della persona offesa, se non indirettamente; difatti il verbo strappare significa togliere qualcosa con una energia violenta tale da superare le capacità di resistenza della vittima.

Alla luce del breve chiarimento sopra evidenziato può dirsi che l'elemento differenziale tra il reato di furto con strappo e quello della rapina risiede nella direzione della violenza posta in essere dal soggetto agente che, se rivolta verso la cosa e solo in via del tutto indiretta verso la persona, integra il reato di furto con strappo, al contrario se coinvolge ed è diretta verso la persona configura rapina.

Alla luce di quanto sopra descritto, ci si chiede quindi se il fatto sentenziato potesse essere inserito nelle maglie applicative della disciplina del furto con strappo o addirittura del furto aggravato dalla destrezza (ex art. 625 comma I n.4), anzichè della rapina, con la conseguenza logico deduttiva dell'irrogabilità di una pena più mite.

A parere di chi scrive, la risposta è affermativa, e ciò emerge proprio dalla comprensione del fatto storico, che è la pietra miliare dalla quale, scomposto nel modo corretto, deriva la corretta traslazione giuridica.

Difatti, nel fatto de quo, l'agente "spintonava la persona offesa e si impossessava della borsa custodita nel cestino porta oggetti anteriore alla bicicletta".

Da queste poche righe si potrebbe sostenere che la violenza adottata verso la persona era senza dubbio indiretta ed anche, oserei dire, legata all'approfittamento di una situazione per la quale la vittima potesse avere un abbassamento dell'attenzione verso la res (la borsa era deposta nel porta oggetti anteriore alla bicicletta), e come tale confluibile nel furto con strappo o addirittura nel furto aggravato dalla destrezza.

In conclusione, potrebbe sostenersi l'integrazione del reato di furto con strappo laddove la condotta di violenza viene rivolta immediatamente verso la cosa e solo in via del tutto indiretta verso la persona che la detiene (come nel caso di specie).

Mentre ricorre il delitto di rapina quando la res sia particolarmente aderente la corpo del possessore e la violenza si estende necessariamente alla persona, dovendo il soggetto attinto vincerne la resistenza e non solo superare la forza di coesione inerente alla normale relazione fisica tra il possessore e la cosa sottratta (Cass. pen. 34206/2006; Cass. 17348/2014; 41464/2010).

La S.C. ha aderito ad un'interpretazione diversa, confermando la configurabilità del delitto di rapina, a fronte di una evidente violenza rivolta verso la persona offesa, senza considerare ed anzi ritenendo del tutto pretestuose le tesi emerse dalla difesa del ricorrente, anche se, a parere di chi scrive, alla luce dei rilievi sopra esposti, più conferenti.

In merito ai reati di cui sono vittime gli anziani, volendo, su questa Rivista (20.12.2015), "ANZIANI VITTIME DI REATO: DEBOLEZZA FISICA=AGGRAVANTE MINORATA DIFESA" - Cass. pen. 49360/15

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 10 novembre – 22 dicembre 2015, n. 50295 Presidente Fiandanese – Relatore Rago

Fatto

1. Con sentenza del 10/07/2012, la Corte di Appello di Ancona confermava la sentenza con la quale, in data 12/02/2009, il giudice dell'udienza preliminare del tribunale di Pesaro aveva ritenuto B.D. colpevole del delitto di rapina e lesioni a danno di B.L.

2. Contro la suddetta sentenza, l'imputato, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione deducendo i seguenti motivi:

2.1. VIOLAZIONE DELL'ART. 628 COD. PEN.: la difesa sostiene che, nella condotta tenuta dall'imputato sarebbe ravvisabile il solo furto con strappo e non la rapina in quanto nessuna violenza era stata esercitata sulla persona.

2.2. VIOLAZIONE DELL'ART. 582 COD. PEN.: ad avviso della difesa la malattia (scompenso cardiaco) riconosciuta alla parte offesa non era ricollegabile sotto il profilo eziologico alla condotta tenuta dal ricorrente, ma alla sola parte offesa che, nonostante l'età (anni 70) aveva tentato di inseguirlo.

Diritto

1. VIOLAZIONE DELL'ART. 628 COD. PEN.: la censura è manifestamente infondata. La medesima doglianza era stata dedotta in sede di appello ma la Corte l'aveva disattesa, in punto di fatto, sulla base delle dichiarazioni della parte offesa che aveva riferito che, mentre andava in bicicletta, era stata affiancata da un giovane che, dopo averla spintonata, s'impossessava della borsa che custodiva nel cestino porta oggetti anteriore: ella, però, non era caduta perché era riuscita a controbilanciare la bicicletta con un opposto movimento. La Corte ha rilevato che la condotta tenuta dal ricorrente era rivolta contro la persona fisica al fine di annullarne la capacità di reazione e, quindi, impossessarsi della borsa. Si tratta di una motivazione incensurabile che ha correttamente applicato il consolidato principio di diritto enunciato da questa Corte di legittimità secondo il quale si ha rapina quando la violenza viene rivolta contro la persona: il che è proprio quanto avvenuto nella fattispecie in esame in cui l'imputato, prima spintonò la B. (con il chiaro intento di farla cadere) e, poi, s'impossessò della borsa. La censura dedotta in questa sede, meramente reiterativa di quella dedotta in grado di appello, e che si basa su una diversa prospettazione dei fatti (nessuna violenza sulla persona era stata commessa), va quindi, ritenuta inammissibile non essendo consentita, in sede di legittimità, la rivalutazione dei fatti così come ricostruiti, in modo conforme da entrambi i giudici di merito.

2. VIOLAZIONE DELL'ART. 582 COD. PEN.: manifestamente infondata è anche la seconda censura sia perché la patologia riscontrata alla B. a seguito della rapina deve ritenersi una malattia ai sensi dell'art. 582 cod. pen., sia perché è da ricollegare alla condotta dell'imputato e non può certo essere addebitata, secondo la singolare tesi difensiva, alla stessa parte offesa che aveva solo tentato di inseguire il rapinatore. In conclusione, l'impugnazione deve ritenersi inammissibile a norma dell'art. 606/3 c.p.p, per manifesta infondatezza: alla relativa declaratoria consegue, per il disposto dell'art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al versamento in favore della Cassa delle Ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in € 1.000,00.

P.Q.M.

DICHIARA inammissibile il ricorso e CONDANNA il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.



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