Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2015-09-28

RAPPORTI DI VICINATO+CANI+ATTI PERSECUTORI: UN MIX ESPLOSIVO - Trib. Firenze, 5.6.2014 - Annalisa GASPARRE

La persona offesa aveva dichiarato di avere, nel corso degli anni, presentato numerose denunce-querele nei confronti del suo vicino, concernenti, da un lato, gli atti persecutori di cui lei e la madre erano vittime, e, dall'altro, le lesioni da lei stessa subite. Riferiva di sistematiche aggressioni, minacce e offese, sempre per futili motivi di natura condominiale, riguardanti la siepe posta sul confine tra le due proprietà e, soprattutto, l'abbaiare dei cani della madre.

In un episodio la vittima veniva insultata dall'imputato che inveiva che avrebbe squartato lei e la madre e brandendo un bastone colpiva uno dei cani che gli stava abbaiando contro e percuotendo la madre della persona offesa.

Intuibili le conseguenze derivanti da un clima di vero e proprio terrore. Per il giudice si realizzavano tutti e tre gli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice.

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Trib. Firenze Sez. I, Sent., 05-06-2014

Il Tribunale di Firenze in composizione monocratica nella persona del Giudice dr. Lisa Gatto ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei confronti di :

S.G. nato

​___. il (...) res. in VIA ​___ elettivamente dom.to in ​___ presso - detenuto p.a.c. assente rinunciante - difeso dall'avv. di ufficio ​___

V.V. nata a P. il (...) res. i

​___. -libera contumace​ - difeso dall'avv. di ufficio

​ ____​

IMPUTATI

S. (568/11) imputato

A) del reato p. e p. dall'art. 612 bis c.p. perché reiteratamente minacciava e molestava E.B. e A.M.L., in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia e di paura, tale da ingenerare un fondato timore per la loro incolumità. In particolare:

- il 4 giugno 2009 lanciava delle pietre contro A.M.L.;

- nel giugno del 2009 minacciava entrambe;

nell'agosto 2009 ripetutamente lanciava con la fionda sassi contro la loro abitazione;

- nel settembre 2009, con una sorta di lancia da lui fabbricata cercava di arpionare loro e i loro cani e ripetutamente minacciava di avvelenare i loro cani;

- il 2 ottobre 2009 scagliava contro E.B. una pietra che la colpiva al volto.

In ___nel periodo maggio-ottobre 2009

B) del reato p. e p. dall'art. 582 c.p. perché volontariamente cagionava ad E.B. colpendola con una pietra al volto lesioni personali consistite in un trauma cranico facciale dalle quali derivò una malattia guarita entro gg. 20

In​___il 2 ottobre 2009

Recidiva specifica e infraquinquennale

S. + V. (655/12) imputati per i delitti di​ ​artt. 81 cpv e 612 bis, commi 1 e 3 c.p., per avere, in esecuzione del medesimo disegno criminoso-S. come autore materiale e V. come concorrente morale e partecipe al rafforzamento dell'altrui proposito criminoso- reiteratamente molestato e minacciato A.L. per futili motivi di vicinato, mediante ingiurie quali "PUTTANA, TROIA, BUCAIOLA, BRUTTA STRONZA, SCHIFOSA, PUTTANA, MAIALA", intimidazioni- estese anche alla figlia della stessa E.B.-quali "VI SI AMMAZZA TUTTE E DUE, VI SI SQUARTA TUTTE E DUE" e "LA FAREMO FINITA, CI STATE FACENDO IMPAZZIRE CON QUESTA STRORIA, TROVEREMO IL MODO DI FARLA FINITA", nonché brandendo in un'occasione un bastone contro la donna e tentando di colpirla, in tal modo procurandole un perdurante e grave stato di ansia e paura, tanto da indurla ad intraprendere una terapia psicologica e farmacologica, e costringendola a uscire sempre accompagnata, a non invitare ospiti nella propria abitazione e a non utilizzare il giardino esterno della casa perché adiacente alla proprietà dei coniugi S. e V.. (al punto che, in data 13 ottobre 2010 il S., dopo aver incontrato la L. in prossimità dell'abitazione la colpiva ripetutamente con un coltello procurandole lesioni tali da determinarne il decesso, fatto per il quale si procede separatamente)

Con recidiva infraquinquennale

In​___, da novembre 2009 al 13 ottobre 2010

PARTI CIVILI

B.E. e B.A., in proprio e nella qualità di eredi di L.A.M.

Svolgimento del processo

Con decreto emesso in data 11 agosto 2010, S.G. è stato tratto al giudizio di questo tribunale nel procedimento penale n. 568/11 Rg. dib, con citazione a comparire all'udienza del 18 febbraio 2011, per rispondere del reato di atti persecutori in danno di B.E. ed A.M.L., commesso con condotte poste in essere nel periodo da maggio a ottobre 2009, e del reato di lesioni personali commesso in danno della predetta B. il 2 ottobre 2009. In riferimento al reato di cui all'art. 612 bis c.p., l'imputato risultava sottoposto alla misura cautelare del divieto di avvicinamento alle persone offese e di comunicazione con le stesse, in virtù di ordinanza emessa dal Gip di Firenze il 30 novembre 2009 e notificata il 2 dicembre 2009.

Tempestivamente si sono costituiti parti civili E. e A.B., in proprio e nella qualità di figli della defunta L.A.M..

Alla successiva udienza del 25 novembre 2011, assente l'imputato, detenuto per altra causa, rinunciante a comparire, il Tribunale ha accolto la richiesta di rinvio formulata dal difensore delle parti civili, il quale ha comunicato la pendenza di un altro procedimento (Rg. dib. n. 655/12), avviato con decreto di citazione diretta a giudizio emesso dal Pm in data 19 settembre 2011, a carico del predetto S. e dell'imputata V.V., moglie del S., sempre per il reato di atti persecutori, persona offesa A.M.L., riferito a condotte poste in essere tra il novembre 2009 e l'ottobre 2010.

All'udienza dell'11 maggio 2012, presente l'imputato, preliminarmente il Tribunale ha dato atto di aver depositato, l'8 maggio 2012, ordinanza con la quale era stata dichiarata la perdita di efficacia della misura cautelare precedentemente emessa a carico dell'imputato S.G., per scadenza dei termini di fase. Quindi, ha disposto la riunione del procedimento Rg. dib. n. 655/12 al procedimento Rg. Dib. n. 568/11, data la loro connessione oggettiva e soggettiva.

Nel corso del dibattimento, svoltosi in assenza del S. e nella dichiarata contumacia della V., sono state ammesse le prove richieste dalle parti, nei termini di cui all'ordinanza in atti che qui si intende integralmente richiamata; è stata, inoltre, acquisita documentazione prodotta dalla parte civile (verbale di pronto soccorso del 2.10.2009 relativo a B.E., cartella clinica di pronto soccorso della Sig.ra L.A.M. del 31.05.2010).

All'odierna udienza, sono stati sentiti, quali testimoni indicati dal pm, B.E., persona offesa, B.M., medico curante della persona offesa A.M.L., il Mar. D.A., già Comandante della Stazione Carabinieri di Signa, e, quali testimoni indicati dalla parte civile, A.A., collega della persona offesa A.M.L., il Mar. F.A., in servizio presso il Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri di Signa, C.S., amica della persona offesa B.E., M.D., vicino di casa delle persone offese e degli imputati. Sono, inoltre, stati acquisiti la certificazione medica prodotta dal pm ed, ex art. 512 c.p.p., i verbali di denuncia-querela presentati da L.A.M. il 10/10/07, il 5/6/09, il 9/6/10 e il 20/9/10.

A seguito della dichiarazione di chiusura dell'istruttoria dibattimentale e di utilizzabilità degli atti contenuti nel fascicolo del dibattimento, le parti hanno concluso come in epigrafe. Esaurita la discussione, il tribunale ha dato lettura del dispositivo della sentenza, indicando il termine di 60 giorni per il deposito della motivazione.

Motivi della decisione

I fatti per i quali si procede devono essere ricostruiti così come emersi nel corso dell'istruttoria dibattimentale.

In particolare, occorre fare riferimento alla testimonianza della persona offesa, E.B., la quale ha dichiarato di avere, nel corso degli anni, presentato numerose denunce-querele nei confronti del suo vicino, G.S., concernenti, da un lato, gli atti persecutori di cui lei e la madre, A.M.L., erano vittime, e, dall'altro, le lesioni da lei stessa subite il 2 ottobre 2009 (cfr. querela del 6 ottobre 2009, in atti).

In premessa, la teste ha riferito di essersi trasferita, nel gennaio 2007, a​___, in una villetta bifamiliare di nuova costruzione condivisa con il fratello, A.B., e affiancata alla palazzina, sempre bifamiliare, in cui abitava la loro madre, A.M.L.. Il giardino che circondava le due costruzioni confinava con il giardino prospiciente la palazzina in cui risiedeva la famiglia S.-V. e le due proprietà erano separate da una recinzione metallica sita sul confine.

Ciò detto, la teste ha ricordato che i primi problemi con l'imputato sorsero a causa della richiesta da lei formulata di allacciamento alla centralina Enel situata in una parte comune del condominio del S.. Infatti, a fronte del consenso espresso da tutti gli altri condomini, ella ricevette un deciso rifiuto dall'imputato, il quale, anzi, nell'occasione, senza motivo, la aggredì e minacciò, tanto da farla desistere dal suo proposito.

La teste ha riferito che, da allora, gli episodi, concretatisi in continue aggressioni e offese, si ripeterono sistematicamente, sempre per futili motivi di natura condominiale, riguardanti la siepe posta sul confine tra le due proprietà e, soprattutto, l'abbaiare dei cani della madre A.M..

Al solo fine di delineare compiutamente i rapporti intercorrenti tra i due nuclei familiari, non trattandosi di fatti in contestazione, la persona offesa ha ricordato che, nella primavera-estate 2007, dopo averla minacciata e offesa, il S., in preda ad una forte collera, corse in casa a prendere il fucile, che deteneva regolarmente, e soltanto l'intervento della di lui figlia, S., impedì che la situazione degenerasse. Tra l'altro, in quell'occasione, la figlia dell'imputato avvertì la Sig.ra B. che il padre avrebbe anche potuto mettere in atto le sue minacce.

Questo episodio è confermato dalla L. nella querela presentata in data 10 ottobre 2007, in atti ex art. 512 c.p.p., nella quale oltre alle predette minacce rivolte dal S. alla B., si fa riferimento a frasi ingiuriose rivolte dall'imputato alla stessa querelante, quali "mi hai rotto i coglioni, vai a fanculo, vi sistemo io", e alla figlia di lei, quali "ti rompo il culo, ti faccio vedere io, ammazzo te e i tuoi cani".

La teste B. ha, inoltre, riferito un ulteriore episodio di minaccia aggravata dall'uso delle armi del quale furono vittime, nell'ottobre 2007, il fratello A. e la cognata, C.D..

Per questi fatti, il S. fu sottoposto a procedimento penale, che si concluse con una sentenza di condanna ex artt. 444 e ss. c.p.p., e fu destinatario di un provvedimento prefettizio di divieto di detenere armi e di un provvedimento del questore di revoca del porto del fucile da caccia. Ciò è stato confermato dal teste D., il quale provvide personalmente, insieme agli altri militari intervenuti sul posto, a sequestrare il fucile utilizzato per minacciare A.B.. Il Luogotenente ha, altresì, ricordato che, in quell'occasione, l'imputato indicò l'abbaiare dei cani della famiglia B. quale causa scatenante della sua ira.

La persona offesa ha, altresì, dichiarato che l'anno 2008 scorse più tranquillamente del precedente, limitandosi l'imputato ad avanzare continue richieste, sempre respinte dal condominio, di innalzare la recinzione posta sul confine tra le due proprietà.

Al contrario, l'anno 2009 si caratterizzò per l'alto numero di episodi, concretatisi in aggressioni verbali ma anche fisiche, rivolte non soltanto nei confronti della teste, ma anche della di lei madre.

In particolare, la teste ha riferito di essere stata aggredita verbalmente dal S. nella primavera 2009, all'uscita dalla propria casa, con frasi offensive e minacciose quali "maiala, puttana, cosa fai, te la faccio vedere io, ora te lo dimostro io", che la intimorirono al punto da costringerla a rientrare precipitosamente nella propria abitazione.

La persona offesa ha, altresì, ricordato un episodio, avvenuto nella primavera-estate 2009, e precisamente il 4 giugno 2009, riguardante un'aggressione subita dalla propria madre, mentre era fuori in giardino. In quell'occasione, il S. cominciò a tirare pietre non solo contro la facciata della casa della Sig.ra L., ma anche contro quest'ultima, che, per non farsi colpire, fu costretta a rientrare di corsa nella propria abitazione, salvo dovere nuovamente uscire per mettere al riparo il proprio cane, mentre l'imputato continuava imperterrito a tirare sassi nella sua direzione.

Questo episodio è confermato dalla querela presentata dalla Sig.ra L. in data 5 giugno 2009 e acquisita in atti, dalla quale si evince, altresì, che l'imputato fece precedere il lancio dei sassi - uno dei quali sfiorò il braccio destro della donna - dalla frase "ora vi fo vedere io, ve le do belle belle".

Peraltro, a seguito di lettura in contestazione del pm, la Sig.ra B. ha dichiarato di essere stata lei stessa oggetto di lancio di sassi da parte del S., mentre si trovava in giardino.

Inoltre, la teste ha riferito altri due episodi avvenuti nello stesso giorno del settembre 2009. In particolare, la mattina, il fratello A. trovò, per terra in giardino, della cioccolata, che sembrava come macchiata. La sera, invece, le persone offese presero la macchina per andare ad un matrimonio e, nell'occasione, si accorsero che il mezzo aveva una ruota bucata. Il gommista, cui immediatamente si rivolsero, disse loro che era stato un atto voluto, poiché la gomma era stata squarciata dall'esterno e lateralmente con un chiodo.

La persona offesa ha, altresì, riferito che, sempre nel settembre 2009, il S. costruì una sorta di lancia, applicando un coltello alla sommità di un bastone, e la usò per cercare di arpionare, attraverso la rete divisoria, chiunque si trovasse dall'altra parte, in particolare la Sig.ra L. e i cani di lei.

Inoltre, la B. ha dichiarato che, nell'ottobre 2009, mentre si trovava in giardino con la propria madre ed era intenta ad agganciare i collari ai cani, vide con la coda dell'occhio il S. affacciato alla finestra, con qualcosa in mano, che successivamente realizzò essere una fionda; subito dopo venne colpita al volto da una pietra, che rimbalzò con forza dalla mandibola alla tempia.

L'impatto fu così violento da farla cadere per terra e farle perdere conoscenza, di talché fu necessario portarla al pronto soccorso, dal quale fu dimessa con una diagnosi di trauma cranio-facciale e distorsione del rachide cervicale e una prognosi di giorni 8, come attestato dal certificato medico in atti.

A seguito di questo fatto, il GIP di Firenze​ ​dispose a carico del S. la suindicata misura cautelare, con ordinanza del 30.11.2009, poi confermata dal Tribunale del Riesame, la cui violazione da parte dell'imputato venne denunciata dalla Sig.ra L. nella querela del 1 giugno 2010.

La teste ha, inoltre, riferito sul ruolo assunto dall'imputata V.V., moglie del S.G., a partire dall'anno 2009.

In particolare, la B. ha evidenziato che, se fino a quel momento la V. sembrava ricoprire un ruolo defilato rispetto al marito, autore materiale delle condotte lesive, successivamente si rivelò essere l'istigatrice del S., oltre a porre anch'essa in essere condotte offensive in svariate occasioni, apostrofando le vicine con ingiurie quali "puttane, maiale".

In particolare, la teste ha ricordato un'aggressione, subita dalla Sig.ra L. nel maggio 2010, che presentava le stesse modalità esecutive di quella che sarebbe stata posta in essere il giorno dell'omicidio e alla quale assistette anche la Sig.ra A.A., che si trovava a passare casualmente da lì a bordo della sua autovettura e che si fermò immediatamente per soccorrere la persona offesa.

Tra l'altro, del verificarsi di detto episodio ha fatto menzione anche il Dott. B. nella sua deposizione.

In particolare, la B. ha raccontato di aver sentito gridare la madre, uscita per buttare l'immondizia, e di essersi subito affacciata alla finestra per vedere cosa stesse accadendo; in quel frangente, la teste vide il S., che gesticolava con un braccio, mentre l'altro era piegato dietro la schiena, aggredire verbalmente la L. e, contemporaneamente, vide la V. affacciata alla finestra di casa e la udì sia offendere la L., sia incitare il marito a proseguire la sua aggressione, con frasi quali "spaccale, falla fuori".

La teste ha dichiarato che, in quell'occasione, la madre, terrorizzata, riuscì a scappare, mettendosi in salvo in casa, ove lei stessa la raggiunse unitamente alla Sig.ra A.; ha, inoltre, riferito di avere accompagnato, quel giorno stesso, la madre dai Carabinieri per presentare la denuncia, non potendosi tuttavia trattenere per pregresse esigenze di lavoro. Solo successivamente le fu riferito che la Sig.ra L. era svenuta in caserma.

A tal proposito, occorre richiamare la testimonianza del Maresciallo F., il quale ha riferito che la mattina del 31 maggio 2010, intorno alle ore 11.00, vide la Sig.ra L. nella sala di attesa della Caserma dei Carabinieri di Signa e, visto che la conosceva, anche per via delle precedenti denunce che la signora aveva sporto contro il vicino, si fermò a parlare con lei, che appariva particolarmente agitata e sconvolta. Il teste ha ricordato che la persona offesa ebbe un mancamento proprio mentre stava raccontandogli dell'ennesima aggressione subita dai vicini; visto che la signora non rinveniva, lui e i suoi colleghi chiamarono l'ambulanza e il figlio della L., A.. Dall'analisi della cartella clinica di pronto soccorso del 31.05.2010, acquisita in atti, è emerso che alla Sig.ra L. fu diagnosticato, in quell'occasione, uno stato acuto di ansia a seguito di un'aggressione verbale, da trattare con terapia farmacologica a base di calmanti (bromazepam per giorni 15).

Questo episodio è emerso, altresì, dalla querela proposta dalla Sig.ra L. contro i coniugi S., datata 1 giugno 2010 e acquisita in atti, nella quale si legge che, nel corso dell'aggressione, l'imputato proferì in direzione della persona offesa frasi quali "questa storia ha da finire, troveremo il modo per farla finita", riferite all'abbaiare dei cani della signora; dalla stessa querela è emerso, inoltre, che la Sig.ra L. sentì la moglie del S. che urlava "brutta stronza, schifosa, puttana, maiala, la faremo finita, ci state facendo impazzire con questa storia, troveremo il modo di farla finita".

La teste B. ha fatto, inoltre, riferimento ad un altro episodio simile, avvenuto nel settembre 2010, sempre sottolineando il ruolo della V., che, urlando, rivolgeva al marito frasi quali "falle fuori, puttane", incitandolo ad aggredirle, cosa che poi lui puntualmente faceva. In particolare, la teste ha riferito che, in quell'occasione, la Sig.ra L. venne aggredita prima verbalmente dalla V. e poi dal S., il quale, brandendo un bastone, prese a colpire ripetutamente la rete divisoria, contestualmente urlandole "ti spacco il culo, ti faccio vedere io cosa ti succede".

Questo episodio è emerso, altresì, dalla querela del 15 settembre 2010, presentata dalla Sig.ra L. contro i coniugi S. e acquisita in atti, dalla quale si evince che il 15 settembre 2010, alle ore 11,50 circa, la L. venne insultata e minacciata dagli imputati con frasi quali "puttana, troia, bucaiola, è sola la troia, la figlia non c'è, vi si ammazza tutte e due, vi si squarta tutte e due", mentre la V. diceva al S. "lascia fare, tanto manca poco, manca poco e vedranno".

Nella querela si legge, inoltre, che la persona offesa, molto spaventata, fu costretta a chiudersi in casa, potendo vedere dalla finestra il S. che, armato appunto di bastone, inveiva brandendo quest'ultimo e, successivamente, colpiva uno dei cani della L., che gli stava abbaiando contro; al ché la persona offesa si precipitò fuori per mettere in salvo il cane e fu a sua volta oggetto di un tentativo di percosse da parte dell'imputato.

Tra l'altro, sempre a questo episodio ha fatto riferimento la teste B. quando ha ricordato di aver ricevuto una telefonata dalla madre, poco prima che questa morisse, nel corso della quale la Sig.ra L. si raccomandò con la figlia, esortandola a fare attenzione, perché l'imputato l'aveva poco prima aggredita e le aveva detto che le avrebbe squartate tutte e due.

La teste ha, infine, riferito della grande sofferenza e del continuo malessere di cui lei e i propri familiari, L.A.M. e B.A., erano vittime a causa dell'escalation di violenza posta in essere congiuntamente dagli imputati. La Sig.ra B. ha, infatti, dichiarato che, in conseguenza di queste condotte, lei e la madre vivevano nella costante paura di essere aggredite, di talché furono costrette a modificare le loro abitudini di vita, non sentendosi più libere di uscire di casa o di farvi ritorno senza dovere essere accompagnate da qualcuno, di svolgere semplici attività in giardino, quali tagliare l'erba o farvi correre i can​i, e di invitare gli amici.

Ciò è confermato dal teste M., vicino di casa delle persone offese e degli imputati, il quale ha dichiarato che, a causa dei pessimi rapporti intrattenuti con i coniugi S., i membri della famiglia L.-B. erano costretti a non poter più uscire in giardino e a non poter più invitare gente a casa, perché ogni volta gli imputati li infastidivano e li provocavano con frasi ingiuriose.

A tal proposito, la B. ha ricordato che, nel 2010, una sua amica si recò a casa loro per mostrare il figlio neonato; tuttavia, dopo pochi minuti trascorsi in giardino, le donne furono costrette in tutta fretta a rientrare all'interno dell'abitazione, poiché l'imputato cominciò ad offenderle con frasi quali "vi spacco il culo, andate via maledette maiale, puttane". Tale episodio è confermato dalla testimonianza dell'amica in questione, S.C., la quale ha sottolineato che, da quando erano cominciati i problemi con i vicini, l'atteggiamento di E.B. e di A.M.L. era molto cambiato: erano, infatti, entrambe molto preoccupate, perennemente in ansia, tanto che lei stessa e la di lei madre avevano consigliato alle due di cambiare abitazione.

Anche la teste A., forte di una conoscenza ultraventennale, ha confermato che la Sig.ra L., a causa dei predetti accadimenti, cambiò completamente le proprie abitudini di vita, non potendo più uscire da sola e dovendo sempre essere riaccompagnata da qualcuno a casa; la teste ha, inoltre, riferito che tale cambiamento riguardava anche il carattere della L., che non era più la persona che gli amici conoscevano.

La B. ha, inoltre, sottolineato che, proprio in conseguenza della difficile situazione, il fratello A. decise di trasferirsi altrove, non potendo più sopportare le limitazioni e le angosce legate a quella vita, e che la stessa Sig.ra L. fu costretta a sottoporsi ad una terapia psicologica e farmacologica per lenire l'ansia che le derivava dalle continue aggressioni, che la induceva a chiamare in continuazione la figlia, per sincerarsi delle sue condizioni e a pregarla di fare attenzione, poiché l'imputato la minacciava dicendole che le avrebbe uccise entrambe.

A tal proposito, deve farsi riferimento alla testimonianza del Dott. B.M., il quale ha dichiarato di aver avuto in cura la Sig.ra A.M.L. nel periodo compreso tra la fine del 2008 e l'ottobre 2010.

Il teste ha riferito che la L. si rivolse a lui a causa della tensione emotiva e dell'ansia cagionate dalle continue aggressioni e minacce che la stessa subiva ad opera dei propri vicini di casa. In particolare, la persona offesa lamentava le limitazioni alla libertà personale propria e dei propri familiari che derivavano da tali comportamenti e viveva momenti di profonda rassegnazione e di vergogna, soprattutto nei confronti degli altri condomini. Il B. ha, altresì, confermato che, per ovviare a questa situazione di stress e ansia, la Sig.ra L. seguiva, oltre alla terapia psicologica, anche un cura farmacologica a base di ansiolitici, antidepressivi e stabilizzatori del tono dell'umore. Quanto detto è stato attestato dal B. nella relazione del 1.12.2010 (acquisita con la dichiarazione di utilizzabilità di tutti gli atti presenti nel fascicolo del dibattimento).

Infine, il teste ha sottolineato di aver conosciuto anche la Sig.ra E.B., la quale condivideva lo stato di ansia e tensione proprio della madre; stato che si è ulteriormente aggravato a seguito della tragica uccisione della Sig.ra L., che ha cagionato nella figlia un grave disturbo post-traumatico da stress, manifestatosi attraverso pensieri intrusivi, incubi e senso di colpa per esserle sopravvissuta; ciò è stato da lui attestato nella relazione del 27.11.2010, analogamente acquisita.

Operata tale ricostruzione in fatto, deve affermarsi, sulla base delle evidenze probatorie, la penale responsabilità degli odierni imputati per i reati loro rispettivamente ascritti. In particolare, è stato dimostrato che S.G. ha reiteratamente minacciato e molestato le persone offese B.E. e M.L.A., tra il maggio 2009 e l'ottobre 2009, in modo da cagionare loro un perdurante e grave stato di ansia e di paura, tale da ingenerare un fondato timore per la loro incolumità e avendo lo stesso volontariamente cagionato lesioni personali a B.E., colpendola con una pietra in volto e provocandole una malattia della durata di giorni otto (procedimento penale n. 568/11 Rg. Dib.).

E' stato del pari dimostrato che il S., quale autore materiale, e la V., quale concorrente morale, hanno reiteratamente minacciato e molestato A.M.L., con intimidazioni rivolte anche alla figlia, E.B., tra il novembre 2009 e l'ottobre 2010, in modo da cagionare alla persona offesa un perdurante e grave stato di ansia e paura, tanto da indurla ad intraprendere una terapia psicologica e farmacologica e da costringerla a uscire sempre accompagnata, a non invitare ospiti nella propria abitazione e a non utilizzare il giardino esterno della propria casa (procedimento penale n. 655/12 Rg. Dib.).

Dunque, sono configurabili un reato di atti persecutori commesso dal S. ai danni di B.E. nel periodo compreso tra il maggio e l'ottobre 2009, che concorre con il reato di lesioni commesso dall'imputato ai danni della medesima persona offesa, ed un secondo reato di atti persecutori realizzato dal S. ai danni di L.A.M. nel periodo compreso tra il maggio 2009 e il 13 ottobre 2010, compiuto con il concorso morale della moglie V.V. nel periodo compreso tra il novembre 2009 e il 13 ottobre 2010.

In particolare, con riferimento alle reiterate condotte minacciose e moleste poste in essere dal S. ai danni di E.B. nel periodo compreso tra il maggio e l'ottobre 2009, deve osservarsi come queste siano perfettamente sussumibili in quelle descritte dalla fattispecie di cui all'art. 612 bis c.p. ed attribuibili all'imputato al di là di ogni ragionevole dubbio.

Ai fini della prova della sussistenza dell'elemento oggettivo del reato, deve farsi prioritario riferimento alla testimonianza della persona offesa, rispetto alla quale il tribunale ha operato una valutazione di sicura credibilità e attendibilità, posta la logicità e la chiarezza del racconto della teste, peraltro sempre confermato da riscontri documentali e testimoniali.

Da tale testimonianza sono emerse tanto le condotte lesive estrinsecatesi nelle ingiurie e minacce rivolte dal S. alla B. nel giugno 2009 (quali "maiala, puttana, cosa fai, te la faccio vedere io, ora te lo dimostro io"), quanto quelle concretatesi nel sistematico lancio di sassi operato dall'imputato contro di lei, la sua proprietà e i suoi animali, anche avvalendosi di un'arma da getto, nello specifico una fionda.

Per quanto riguarda l'accertamento dell'effettiva sussistenza, nel caso di specie, dell'evento dannoso tipico del reato di atti persecutori, deve notarsi come si siano realizzati in concreto tutti e tre gli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice.

La persona offesa ha infatti riferito che, a causa delle reiterate condotte poste in essere dal S., viveva in uno stato di costante ansia e paura, che cercava di gestire anche attraverso la psicoterapia, che già seguiva per motivi di lavoro; dette condotte, inoltre, le cagionavano un fondato timore per la sua incolumità, anche considerato l'episodio di lesioni del quale era stata vittima, e per quella dei familiari, in particolare, della madre A.M..

Ciò è confermato dal teste B., che, nella relazione del 27.11.2010, in atti, riferendosi al periodo antecedente alla morte della L., ha riscontrato nella B. una persistente situazione di ansietà ed apprensione relativa alla condotta del vicino, con sentimento di violazione della propria sfera personale e familiare, di minaccia incombente, di timore di potere essere oggetto di altri atti violenti senza preavviso.

La diretta conseguenza di tali stati d'animo è stato il forzoso mutamento delle abitudini di vita della persona offesa, che, per paura delle continue aggressioni, non si sentiva più libera di uscire di casa e di utilizzare il giardino per farvi correre i​ ​cani o per invitare gli amici, così come confermato dai testi C. e M..Infine, sulla base delle evidenze probatorie, deve affermarsi la sussistenza dell'elemento soggettivo richiesto dall'art. 612 bis c.p.; ciò emerge sia dalle modalità con cui il S. ha consapevolmente e volontariamente posto in essere le reiterate condotte lesive, sia dalle gravi e plurime conseguenze dannose discendenti a carico della persona offesa. L'imputato, infatti, era consapevole che ciascuna condotta minacciosa e molesta si aggiungeva alle precedenti ed era idonea a cagionare gli eventi dannosi, da lui quindi previsti e voluti.

Con particolare riferimento al lancio della pietra che ha colpito la persona offesa in pieno viso il 2 ottobre 2009, deve sottolinearsi come anche tale condotta sia indubitabilmente attribuibile all'imputato. Dalla testimonianza della persona offesa, E.B., è emerso che, nell'occasione, la stessa, vide con la coda dell'occhio il S. affacciato alla finestra della sua abitazione con qualcosa in mano, e, subito dopo, fu colpita dalla pietra alla mandibola e di rimbalzo alla tempia. La teste ha, altresì, riferito di avere solo successivamente realizzato che lo strumento nelle mani dell'imputato era una fionda, posto che già altre volte aveva visto il S. utilizzarla per imprimere maggior forza alle pietre che era uso lanciare contro le persone offese, i loro cani e la loro abitazioni.

In questo caso occorre considerare la malattia del corpo subita dalla B. quale diretta conseguenza della condotta illecita, così come attestato dal certificato medico del 2 ottobre 2009, in atti, per cui la condotta in questione, oltre ad inserirsi nella serie reiterata di atti persecutori che connotano lo stalking, vale ad integrare anche gli estremi del reato di cui all'art. 582 c.p., oggetto di specifica contestazione e non assorbito nel reato di cui all'art. 612 bis c.p..

Deve ora farsi specifico riferimento al reato di atti persecutori commesso dal S. ai danni della Sig.ra A.M.L..

In particolare, deve sottolinearsi come, sulla base delle evidenze probatorie, sia stato possibile accertare l'effettiva sussistenza delle reiterate condotte collocatesi tra il maggio e l'ottobre 2009, anch'esse perfettamente sussumibili in quelle previste dalla fattispecie incriminatrice.

Infatti, dalla testimonianza di E.B., nonché dalla querela della L. del 5 giugno 2009, in atti, è emerso che il 4 giugno 2009 l'imputato, dopo aver minacciato la persona offesa, con frasi quali "ora vi fo vedere io, ve le do belle belle", le lanciò contro delle pietre, che solo per caso non la colpirono, posto che un sasso le sfiorò il braccio destro.

Inoltre, dalla testimonianza della B. sono emerse, oltre agli abituali lanci di sassi da parte dell'imputato, rivolti, in particolare, contro l'abitazione della Sig.ra L., anche ulteriori condotte minacciose e moleste estrinsecatesi nella costruzione da parte del S. di una sorta di lancia, con la quale cercava di arpionare e pungere chiunque si trovasse dall'altra parte della recinzione che separava le due proprietà, soprattutto la Signora L. e i cani di famiglia. Con riferimento a questi ultimi, individuati quali principale causa scatenante dell'acrimonia dell'imputato, la teste ha manifestato la costante preoccupazione sua e dei propri congiunti per la loro salute; ciò emerge dall'episodio, anch'esso avvenuto nel settembre 2009, del sospetto avvelenamento del cane della L., letto alla luce delle precedenti minacce del S. di uccidere i loro animali, così come risulta, ad esempio, dalla querela del 10/10/07, nonché dalla testimonianza del M., il quale ha raccontato che spesso il S. minacciava di uccidere i cani dei vicini a fucilate.

Con specifico riferimento alle condotte lesive poste in essere dal S. nel periodo novembre 2009 - 13 ottobre 2010, deve in primo luogo notarsi come queste si pongano in una relazione di strettissima continuità temporale con le precedenti, di tal ché si configura, a carico dell'imputato, un unico reato abituale di atti persecutori realizzato in danno di A.M.L..

In particolare, dalla testimonianza di E.B., di A.A. e del Maresciallo F., nonché dalla querela del 1 giugno 2010, in atti, si evince che, il 31 maggio 2010, l'imputato, istigato dalla moglie, aggredì violentemente la persona offesa, agitando il pugno davanti al viso di questa e proferendo le seguenti frasi minacciose "questa storia ha da finire, troveremo il modo per farla finita".

Dalla testimonianza della B. e dalla querela del 15 settembre 2010, in atti, emerge inoltre un ulteriore episodio, avvenuto nel settembre 2010, in occasione del quale il S., sempre istigato dalla moglie, brandendo un bastone, prese a colpire ripetutamente la rete divisoria e il cane della persona offesa, oltre a cercare di percuotere quest'ultima, intervenuta in difesa dell'animale. Contestualmente, l'imputato minacciava la L., urlandole "ti spacco il culo, ti faccio vedere io cosa ti succede", e, ancora, insieme alla moglie, "puttana, troia, bucaiola, è sola la troia, la figlia non c'è, vi si ammazza tutte e due, vi si squarta tutte e due, lascia fare, tanto manca poco, manca poco e vedranno".

E' evidente come anche queste condotte minacciose - solo genericamente estensibili alla figlia, nell'occasione non presente ai fatti - sono idonee ad integrare quelle previste dalla fattispecie incriminatrice, considerato il loro carattere reiterato, sistematico e abituale e la loro idoneità causale alla realizzazione degli eventi tipici.

A tale ultimo proposito deve sottolinearsi come, anche nel caso di specie, si siano realizzati tutti e tre gli eventi dannosi previsti, in via alternativa, dall'art. 612 bis c.p.

In particolare, dalle testimonianze della Sig.ra B. e del Dott. B. è emerso che dette reiterate e abituali condotte lesive poste in essere dall'imputato, con il concorso, a partire dal novembre 2009, della V., hanno cagionato alla persona offesa un perdurante e grave stato di ansia e paura che l'ha costretta a sottoporsi ad una terapia psicologica e farmacologica, a base di antidepressivi e ansiolitici, come attestato dalla relazione del Dott. B. del 1 dicembre 2010, in atti.

Inoltre, sulla base di tali testimonianze è stato possibile accertare che le predette condotte hanno ingenerato nella L. un timore per la propria incolumità più che fondato, se si considera che la stessa è stata uccisa dal S. nel corso dell'aggressione del 13 ottobre 2010; timore che riguardava anche l'incolumità della figlia E., come si evince dalla telefonata che la L. fece a quest'ultima poco prima di morire, nel corso della quale raccomandò alla figlia di fare attenzione, perché l'imputato l'aveva poco prima aggredita e le aveva detto che le avrebbe squartate tutte e due; tale preoccupazione per l'incolumità della figlia è documentata, altresì, dalla relazione del Dott. B., e viene fatta risalire all'aggressione subita dalla B. il 2 ottobre 2009.

Tra l'altro, proprio il costante timore di poter essere vittima di azioni offensive in qualsiasi momento ha determinato un'alterazione delle abitudini di vita della persona offesa, che si è tradotta nel non poter più liberamente uscire di casa, nel doversi sempre fare riaccompagnare da qualcuno e nel non poter più utilizzare il giardino. Ciò emerge, in particolare, dalle testimonianze dei Sig.ri B., A., M. e C..

Infine, per quanto attiene alla sussistenza dell'elemento soggettivo del reato, deve ritenersi che, anche in questo caso, sia provato il dolo generico richiesto dall'art. 612 bis c.p., volendo il S. porre in essere le reiterate condotte minacciose e moleste con la consapevolezza della loro idoneità a cagionare gli eventi lesivi, così come emerge dalle modalità ripetute della condotta persecutoria, attuata nonostante le plurime denunce e i ripetuti interventi delle forze dell'ordine, e dalle gravissime conseguenze che ne sono derivate alla persona offesa.

Passando ad esaminare la posizione dell'imputata V., deve osservarsi come sussistano, nel caso di specie, i requisiti previsti dall'art. 110 c.p. per la configurazione del concorso morale nel reato materialmente posto in essere da altri.

Infatti, in base alle risultanze istruttorie, deve ritenersi senz'altro raggiunta la piena prova circa la effettiva realizzazione delle condotte di istigazione poste in essere dall'imputata e causalmente efficienti a rafforzare il proposito criminoso del marito; dalle evidenze probatorie si ricava, altresì, la prova della sussistenza del dolo di concorso, inteso quale coscienza e volontà di dare un contributo causalmente orientato alla commissione del reato da parte di altri.

Ciò emerge, in particolare, dalle testimonianze della Sig.ra E.B. e del Sig. D.M., nonché dalle querele della L. del 1 giugno 2010 e del 15 settembre 2010, in atti.

Da tali fonti di prova si evince che, in data 31 maggio 2010, la V. ha effettivamente e causalmente rafforzato il proposito criminoso del S., incitandolo a proseguire nella sua condotta lesiva, attraverso la pronuncia di frasi quali "spaccale, falla fuori" e, oltre tutto, pronunciando lei stessa frasi ingiuriose quali "brutta stronza, schifosa, puttana, maiala, la faremo finita, ci state facendo impazzire con questa storia, troveremo il modo di farla finita".

La medesima condotta rafforzatrice dell'altrui proposito criminoso è stata posta in essere dall'imputata il 15 settembre 2010. Infatti, la teste B. ha riferito che la V. incitava il marito a proseguire nella sua condotta lesiva con frasi quali "falle fuori, puttane", all'esito delle quali il S. effettivamente agiva.

Tra l'altro, anche in questo caso, l'imputata non si è limitata a porre in essere le condotte di istigazione, ma ha concorso con il marito, principale autore delle stesse, nell'esecuzione delle condotte ingiuriose e minacciose (concretatesi nelle frasi "puttana, troia, bucaiola, è sola la troia, la figlia non c'è, vi si ammazza tutte e due, vi si squarta tutte e due", oltre a pronunciare, rivolta al S., la seguente frase "lascia fare, tanto manca poco, manca poco e vedranno").

Il ruolo non certo marginale, ma anzi rilevantissimo, della V. è, altresì, sottolineato dal teste M., il quale ha confermato che era l'imputata a istigare il marito, il quale, immediatamente dopo, poneva in essere le condotte minacciose.

Accertata la penale responsabilità degli imputati per i reati loro rispettivamente ascritti, deve essere determinata la pena.

Si ritiene di non concedere agli imputati le circostanze attenuanti generiche, ex art. 62 bis c.p., tenuto conto della gravità del fatto, soprattutto per quanto attiene alla reiterazione delle condotte lesive per un lungo lasso temporale e alle gravi conseguenze dannose che sono derivate in capo alle persone offese, che hanno subito per anni una vera e propria persecuzione, culminata con l'uccisione di A.M.L., nonché della spiccata capacità a delinquere degli imputati, desunta, in particolare, dalla futilità dei motivi che li hanno indotti ad agire. Per quanto riguarda il S., deve, oltretutto, considerarsi che non si tratta di soggetto incensurato.

Si ritiene di applicare al S. la contestata recidiva specifica e infraquinquennale, avendo egli commesso nei cinque anni dalla condanna precedente (che si riferiva ad un'ipotesi di minacce), un nuovo delitto non colposo della stessa indole del delitto precedentemente commesso.

Si riconosce il vincolo della continuazione, ex art. 81 c.p., poiché le condotte poste in essere dal S. risultano realizzate in attuazione del medesimo disegno criminoso. Il reato più grave sul quale determinare l'aumento di pena per la continuazione è quello di atti persecutori in danno di L.A.M. (in quanto culminato con l'eliminazione fisica della vittima).

Pertanto, pena equa, ai sensi dell'art. 133 c.p., è quantificata, per il S., in anni due di reclusione (p.b.: un anno di reclusione, aumentato, ex art. 99 c.p., 2 comma, numeri 1 e 2, ad anni uno e mesi sei di reclusione, ulteriormente aumentato, ex art. 81 c.p., di mesi cinque in riferimento al reato di atti persecutori in danno della B. e di mesi uno per il reato di lesioni in danno della stessa B.).

Per la V., si stima equa la pena di anni uno e mesi quattro di reclusione.

Si ritiene di non concedere agli imputati il beneficio della sospensione condizionale della pena, non sussistendone i requisiti di legge.

Deve infatti sottolinearsi come, avuto riguardo alle circostanze indicate dall'art. 133 c.p., debba propendersi per una prognosi negativa circa la loro futura astensione dalla commissione di ulteriori reati, considerate la capacità a delinquere e la pericolosità sociale degli imputati, che hanno pervicacemente insistito nelle loro condotte, fondate su motivi più che futili, nonostante i plurimi interventi delle forze di polizia, e nonostante il S. fosse già stato condannato per minacce aggravate poste in essere nei confronti di membri della famiglia B. e fosse stato destinatario di una misura cautelare proprio con riferimento ad alcuni dei fatti di cui si tratta.

Dalla pronuncia di condanna nei confronti degli odierni imputati discende, ex art. 535 c.p.p., per entrambi la condanna al pagamento delle spese processuali.

Infine, dalla pronuncia di condanna nei confronti di S.G. e V.V. discende, ex art. 538 c.p.p., la decisione sulla domanda di risarcimento danni ritualmente proposta dalle parti civili - B.E. e B.A., in proprio e quali eredi di L.A.M. - con l'atto di costituzione.

In particolare, le risultanze probatorie hanno consentito di accertare l'effettiva sussistenza di un danno patrimoniale patito dalla Sig.ra L​.. Tale danno consiste nelle spese mediche che la persona offesa ha dovuto sostenere per sottoporsi alle cure psicologiche resesi necessarie a fronte del grave stato di ansia e paura che le condotte lesive degli imputati le hanno causato. Peraltro deve osservarsi che, sebbene il danno patrimoniale risulti accertato nell'an, non ne è stato provato l'esatto ammontare; di conseguenza, questo verrà liquidato in via equitativa.

All'esito dell'istruttoria, è stato, altresì, possibile accertare la sussistenza di danni non patrimoniali.

In particolare, detti danni si sono senz'altro concretati nelle gravi sofferenze patite dalle persone offese, B.E. e L.A.M., in conseguenza dei reati di cui sono state vittime, le quali risultano particolarmente evidenti se si considera la gravissima lesione della libertà morale e della capacità di autodeterminazione delle stesse, direttamente e causalmente collegata alle reiterate e abituali condotte minacciose, moleste e lesive poste consapevolmente in essere dagli imputati.

A tal proposito, deve sottolinearsi come, in conseguenza di tali condotte lesive, la Sig.ra L. sia stata costretta a sottoporsi alla predetta terapia psicologica e farmacologica, che, finché è vissuta, non ha potuto interrompere. Tale ultimo dato è certamente idoneo ad esprimere la sussistenza di una vera e propria lesione provocata alla salute psichica della persona offesa dalle condotte suddette, come confermato dal Dott. B., medico curante della vittima e specialista in psichiatria.

Deve, inoltre, sottolinearsi come il delitto di lesioni personali di cui E.B. è stata vittima abbia comportato la lesione del suo diritto costituzionalmente tutelato alla salute, posto che, con la sua condotta, il S. le ha cagionato un trauma cranio-facciale con distorsione del rachide cervicale, guaribile in giorni 8. Tra l'altro deve osservarsi come le summenzionate condotte lesive, sebbene principalmente rivolte verso le predette persone offese, abbiano comportato conseguenze dannose anche nei confronti di A.B.. Quest'ultimo è, infatti, stato costretto a lasciare la propria abitazione e a trasferirsi altrove, non potendo più sopportare il continuo stillicidio di minacce, ingiurie, aggressioni fisiche imposto dagli imputati alla sua famiglia.

Ciò posto, si ritiene di liquidare, ex art. 1226 c.c., i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti dalle parti civili, in proprio e quali eredi di L.A.M., in complessivi Euro 50.000,00, così come richiesto nelle relative conclusioni.

Inoltre, per quanto attiene alla condanna degli imputati, in solido tra loro, al pagamento delle spese processuali a favore della parte civile, ex art. 541 c.p.p., si ritiene di liquidare queste ultime in Euro 3.000,00, oltre iva e cpa come per legge.

P.Q.M.

Visti gli artt. 533, 535 c.p.p.,

dichiara S.G. e V.V. responsabili dei reati loro rispettivamente ascritti e, applicata al S. la recidiva contestata, unificati i reati ascritti al S. sotto il vincolo della continuazione, condanna S.G. alla pena di anni due di reclusione e V.V. alla pena di anni uno e mesi quattro di reclusione, oltre entrambi al pagamento delle spese processuali.

Visti gli artt. 538 e ss. c.p.p.,

condanna gli imputati, in solido fra loro, al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali in favore delle parte civili costituite B.E. e B.A., in proprio e nella qualità di figli ed eredi di L.A.M., da liquidarsi in complessivi Euro 50.000,00, nonché li condanna, in solido fra loro, alla rifusione delle spese di costituzione di parte civile, che liquida in Euro 3.000,00, oltre iva e cpa come per legge.

Visto l'art. 544 c.p.p.,

indica in giorni 60 maggior termine per il deposito della motivazione.

Così deciso in Firenze, il 5 maggio 2014.

Depositata in Cancelleria il 5 giugno 2014.



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