Legislazione e Giurisprudenza, Animali -  Gasparre Annalisa - 2015-08-14

REATI CONTRO ANIMALI SOTTO SEQUESTRO - Cass. pen. 25942/15 - Annalisa GASPARRE

L'imputato nella qualità di custode giudiziario degli animali oggetto del sequestro, di occuparsi di questi ultimi, in particolare, non consentendo il pascolo. Il ricorrente è stato altresì dichiarato responsabile dei reati di cui agli artt. 544 bis e 544 ter c.p. per avere, con crudeltà e senza necessità, cagionato la morte di tre vitelli e di una vacca, per soffocamento, nonchè sottoposto a sevizie gli animali sequestrati, tenendoli ristretti, accalcati all'interno del paddock e privi di fieno.

Tuttavia il decreto di sequestro preventivo non concerneva i terreni o i beni strumentali di cui il ricorrente aveva la disponibilità. Dunque egli aveva senz'altro il diritto di non concederli per il pascolo e l'abbeveraggio degli animali sequestrati, affidati alla custodia della sorella. Le conseguenze dannose per questi ultimi derivano quindi dalle modalità del sequestro, che non hanno tenuto conto delle elementari esigenze di vita degli animali. La sentenza è stata annullata con rinvio.

Per una completa analisi dei reati contro gli animali, volendo, "Diritti degli animali. Antologia di casi giudiziari oltre la lente dei mass media", Key Editore, 2015

Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 31-03-2015) 19-06-2015, n. 25942

Svolgimento del processo

1. N.L. ricorre per cassazione avverso la sentenza della Corte d'appello di Caltanissetta, in data 18-3-2014, con la quale è stata confermata la sentenza di condanna in ordine al reato di cui all'art. 650 c.p. per non aver osservato, per due volte consecutive, le ordinanze sindacali con le quali si vietava al ricorrente la movimentazione di qualsiasi capo bovino e gli si ordinava la consegna immediata di una serie di documenti inerenti agli animali. Inoltre, in riforma della sentenza assolutoria emessa in primo grado, la Corte d'appello ha dichiarato il N. colpevole del delitto di cui all'art. 388 c.p., per avere compiuto atti diretti a eludere il provvedimento di sequestro preventivo adottato dal Gip del Tribunale di Caltanissetta, impedendo a N.D., nella qualità di custode giudiziario degli animali oggetto del sequestro, di occuparsi di questi ultimi, in particolare, non consentendo il pascolo. Il ricorrente è stato altresì dichiarato responsabile dei reati di cui agli artt. 544 bis e 544 ter c.p. per avere, con crudeltà e senza necessità, cagionato la morte di tre vitelli e di una vacca, per soffocamento, nonchè sottoposto a sevizie gli animali sequestrati, tenendoli ristretti, accalcati all'interno del paddock e privi di fieno.

2. Il ricorrente deduce, con il primo motivo, violazione di legge e vizio di motivazione, poichè l'ordinanza sindacale n. 336 del 16 dicembre 2009 era stata revocata, in autotutela, dal medesimo sindaco di Caltanissetta, con l'ordinanza sindacale numero 7 dell'11 gennaio 2010. Erroneamente pertanto la Corte d'appello ha ritenuto che la condanna non riguardi l'ordinanza n. 336, atteso che il capo d'imputazione la menziona espressamente, contestando anche la continuazione.

2.1. Con il secondo motivo, si rappresenta che l'imputato, a seguito dell'ordinanza sindacale n. 8 dell'11 gennaio 2010, emanata in sostituzione della 336, depositò, presso l'amministrazione, svariati documenti, regolarmente presentandosi all'Autorità, onde non può ritenersi integrato il reato di cui all'art. 650 c.p..

L'irregolarità o incompletezza della documentazione presentata esaurisce infatti la propria rilevanza sul piano amministrativo.

2.2. Il terzo motivo si incentra invece sui reati di cui agli artt. 544 bis e 544 ter c.p., da ritenersi insussistenti, in quanto il decreto di sequestro preventivo non concerneva i terreni o i beni strumentali di cui il ricorrente aveva la disponibilità. Dunque egli aveva senz'altro il diritto di non concederli per il pascolo e l'abbeveraggio degli animali sequestrati, affidati alla custodia della sorella. Le conseguenze dannose per questi ultimi derivano quindi dalle modalità del sequestro, che non hanno tenuto conto delle elementari esigenze di vita degli animali. Si chiede pertanto annullamento della sentenza impugnata.

Con "comparsa conclusionale" presentata il 31 marzo 2015, la parte civile N.D., ha chiesto declaratoria di inammissibilità o, comunque, rigetto del ricorso.

Motivi della decisione

La doglianza inerente alla configurabilità del reato di cui all'art. 388 c.p. è fondata, sia pure per ragioni diverse da quelle indicate dal ricorrente. E' infatti incontroverso che, nel caso di specie, si tratti di un sequestro preventivo,emanato dal giudice per le indagini preliminari. Si versa pertanto nell'ipotesi prevista non dall'art. 388 c.p., che riguarda provvedimenti di ablazione reale emessi in sede civile, ma dall'art. 334 c.p., che inerisce, per l'appunto, al sequestro disposto nel corso di un procedimento penale. Non è però ravvisabile l'elemento oggettivo di quest'ultimo reato, poichè la condotta contestata (avere compiuto atti diretti a eludere il provvedimento di sequestro preventivo, impedendo a N.D., nella qualità di custode giudiziario degli animali sequestrati, di occuparsi di questi ultimi, in particolare, non consentendo il loro pascolo) non può essere ricondotta a nessuna delle ipotesi contemplate dalla norma incriminatrice di cui all'art. 334 c.p., se non a prezzo di inammissibili estensioni analogiche in malam partem.

Si esula pertanto dall'ambito di applicabilità della predetta disposizione incriminatrice.

Il reato di cui all'art. 650 c.p. è estinto per prescrizione.

Il ricorrere di una causa di estinzione del reato preclude la disamina della questione relativa alla fondatezza o meno dei motivi di ricorso. Quand'anche infatti dovesse addivenirsi, al riguardo, ad una valutazione in senso positivo, essa comporterebbe l'annullamento con rinvio della sentenza impugnata,con conseguente prosecuzione del processo dinanzi al giudice del rinvio. Ma la prosecuzione del processo è incompatibile con l'obbligo di immediata declaratoria della causa estintiva del reato (Sez. U. 21-10-1992 Marino, Cass. pen. 1993, 1393; Cass 23-1-97, Bornigia, RV. Cass n. 208673; Cass 24- 6-96, Battaglia, Rv.205548; cfr anche Sez. U. 28-11-2001, Cremonese, Cass. pen 2002, 1308, secondo cui la sussistenza di una nullità di ordine generale non è rilevabile nel giudizio di legittimità, in quanto l'inevitabile rinvio al giudice del merito è incompatibile con il principio dell'immediata applicabilità della causa estintiva). Nè, d'altronde, è possibile, in questa sede, fare applicazione del disposto dell'art. 129 c.p.p., non risultando evidente il ricorrere di una delle cause di non punibilità di cui alla predetta norma, in considerazione delle ragioni espresse nell'ampio e approfondito apparato argomentativo a supporto della decisione impugnata, in particolare, in merito alla ravvisabilità del reato sotto il profilo della violazione del divieto di movimentazione dei bovini, essendone spariti 32.La valutazione afferente all'emergere, in termini di evidenza, di una delle situazioni previste dall'art. 129 c.p.p., comma 2 comporta comunque un apprezzamento di fatto precluso al giudice di legittimità.

Fondato è anche il terzo motivo di ricorso. In tema di motivazione della sentenza, il giudice di appello che, come nel caso in disamina, riformi totalmente la decisione di primo grado, sostituendo alla pronuncia di assoluzione quella di condanna dell'imputato, ha l'obbligo di delineare le linee portanti del proprio, alternativo, ragionamento probatorio e di confutare specificamente i più rilevanti argomenti della motivazione della prima sentenza, dimostrandone in modo rigoroso l'incompletezza o l'incoerenza (Sez. U. 12-7-2005, Mannino, Cass. pen. 2005, 3732).

Viceversa, la Corte territoriale non solo non ha confutato le argomentazioni della sentenza di primo grado, a sostegno dell'assoluzione, ma non le ha nemmeno analizzate, ribaltando l'epilogo decisorio sulla base di un iter logico-giuridico del tutto avulso dal percorso argomentativo esperito dal giudice di prime cure.

La pronuncia assolutoria si fondava infatti sulla mancanza, in capo all'imputato, dell'obbligo giuridico di consentire agli animali sequestrati il pascolo nei terreni condotti in affitto dalla srl "Omissis". A fronte di questo rilievo, incongruamente qualificato dal giudice a quo "mero dato astratto", la Corte d'appello si è limitata a ribadire che l'imputato aveva impedito agli animali di procurarsi il sostentamento necessario per sopravvivere pascolando sui predetti terreni, aggiungendo soltanto una generica considerazione circa il "particolare contesto familiare nel quale l'intera vicenda si colloca": argomentazione di cui non è dato comprendere l'attinenza alla problematica in disamina, connotata da precisi obblighi giuridici, connessi al provvedimento di nomina a custode di N.D., da parte degli organi procedenti. Tanto più che dalla motivazione della sentenza impugnata si evince che il pubblico ministero, con provvedimento in data 30 aprile 2010, aveva disposto che N.D. conducesse gli animali in terreni non nella disponibilità di N.L., proprio perchè quest'ultimo, in qualità di legale rappresentante della srl "Omissis", aveva avvertito i Carabinieri che non avrebbe permesso agli animali custoditi da N.D. di pascolare sui terreni in affitto alla predetta società. La Corte d'appello si è poi ampiamente soffermata sulle acquisizioni probatorie in merito alle pessime condizioni degli animali ma l'apparato giustificativo del decisum non può ridursi alla semplice riproduzione delle risultanze acquisite, dovendo il giudice trarre una sintesi logica da materiale probatorio disponibile e dare puntuale risposta alle argomentazioni difensive (Cass. Sez. 6 11-2-2008, n. 34042/07, Napolitano). Nel caso di specie, il giudice a quo avrebbe dovuto esporre le ragioni per le quali la responsabilità delle cattive condizioni degli animali dovesse essere addebitata non al custode ma ad un terzo soggetto, che non era gravato dagli obblighi di custodia, e cioè all'imputato.

La tematizzazione di tali profili è del tutto estranea al tessuto motivazionale della pronuncia impugnata, onde non può affermarsi che i giudici di secondo grado abbiano preso adeguatamente in esame le deduzioni difensive nè che siano pervenuti alla riforma della sentenza di prime cure attraverso un itinerario logico-giuridico immune da vizi, sotto il profilo della razionalità, e sulla base di apprezzamenti di fatto esenti da connotati di contraddittorietà o di manifesta illogicità e di un apparato logico coerente con una esauriente analisi delle risultanze agli atti (Sez. U. 25.11.1995, Facchini, rv. 203767).

4. La sentenza impugnata va dunque annullata senza rinvio relativamente al reato di cui all'art. 388 c.p., perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato, e in ordine alla contravvenzione di cui all'art. 650 c.p. perchè estinta per prescrizione. La medesima sentenza va inoltre annullata in ordine ai reati di cui agli artt. 544 bis e 544 ter c.p., con rinvio, per nuovo giudizio, in ordine a tali reati, ad altra sezione della Corte d'Appello di Caltanissetta.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata in ordine al capo D, cui all'art. 388 c.p. perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato e in ordine all'art. 650 c.p. perchè il reato è estinto per prescrizione; annulla la medesima sentenza in ordine al reato di cui agli artt. 544 bis e 544 ter c.p. e rinvia per nuovo giudizio in ordine a tali reati ad altra sezione della Corte d'Appello di Caltanissetta.

Così deciso in Roma, nella Udienza, il 31 marzo 2015.

Depositato in Cancelleria il 19 giugno 2015



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati