Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Mastronardi Viola - 2015-05-11

REATI CONTRO I MINORI: LA VIRTUALITA NON ESCLUDE LA PERVERSIONE – Cass. pen. n. 16616/15 – V. MASTRONARDI

- corruzione e adescamento di minorenni

- quando riconoscere l"attenuante dell"art. 609-quater, comma quarto, c.p.

- il mezzo dei social network non attenua il turbamento psichico determinato nel minore

"I social network, che piaccia o no, costituiscono una forma di socializzazione che si è affiancata, quando non li ha patologicamente sostituiti, ai tradizionali strumenti con cui si allacciavano e si intrattenevano i rapporti interpersonali".

La terza sezione penale della Suprema Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sui reati contro la persona commessi nei confronti di soggetti minori di età. Nel caso di specie, l"imputato era stato condannato ad anni dodici di reclusione per i reati di cui agli artt. 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-undicies cp. per aver compiuto, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, atti sessuali, mediante l'utilizzo di social network e collegandosi in videochiamata col proprio computer: condotte poste in essere nei confronti di fanciulle di età compresa tra gli anni 9 e gli anni 15. La sentenza della Corte d"Appello, oggetto dell"atto di gravame sottoposto al vaglio del Supremo Collegio, imputava al predetto anche l"organizzazione di esibizioni pornografiche, sempre svoltasi durante conversazioni telematiche intercorse con soggetti minori di sesso femminile.

Con il ricorso per Cassazione, il ricorrente deduceva la nullità della sentenza, ex art. 606 c.p.p., lett. a), per aver erroneamente disapplicato la fattispecie attenuata prevista dal quarto comma dell'art. 609-quater c.p; nonché la nullità, p. e p. ex art. 606 c.p.p., lett. c), per non aver assorbito due delle condotte contestate, accomunate dall"atto dell"induzione, nel medesimo capo d"imputazione: a fondamento dell"atto d"impugnazione, il ricorrente evidenziava che l'induzione oggetto della prima condotta contestata non è altro che l"antecedente storico del secondo reato in cui andrebbe necessariamente inglobata.

Altro motivo di ricorso è l"errata qualificazione giuridica del fatto poiché, a dire della difesa, se si vuole distinguere l'atto dell"adescamento, inteso come "qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce", da quello dell"esibizione in webcam, allora la condotta dell'imputato andrebbe più correttamente inquadrata nella fattispecie penale di cui all'art. 609-undecies c.p., introdotto con la L. 1 ottobre 2012, n. 172 (che ha dato esecuzione alla Convenzione del Consiglio d'Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale, stipulata a Lanzarote nel 2007).

La Suprema Corte ha ritenuto infondati i motivi.

In effetti, la difesa ha introdotto una tesi non scevra di suggestioni, secondo cui per i sempre più ricorrenti episodi di violenza sessuale realizzati con l'utilizzo di strumenti virtuali quali il computer, il tablet o lo smartphone non potrebbe non avere un valore pregnante, ai fini della valutazione della minore gravità, la circostanza che tra il reo e la vittima non ci sia stato contatto fisico.

Purtuttavia, occorre ribadire che la mancanza del contatto fisico non può, ex se, portare al riconoscimento dell'ipotesi di minore gravità. Se, da un lato, è vero che la violenza o gli atti sessuali con minorenne "virtuali" producono meno danni da un punto di vista strettamente fisico, dall"altro, non può giungersi ad analoga conclusione per quanto riguarda i danni alla psiche dei soggetti minorenni coinvolti.

La Suprema Corte ha annullato la sentenza impugnata limitatamente al capo e) dell'imputazione rinviando ad altra sezione della Corte d"Appello e ha rigettato il ricorso nel resto.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati