Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Gasparre Annalisa - 2014-07-28

REATI TRA CONIUGI: POTREBBERO NON ESSERE PUNIBILI - Cass. pen. n. 46153/2013 – Annalisa GASPARRE

I reati contro il patrimonio, in generale, non sono punibili se commessi tra membri della famiglia conviventi.

Nel caso di specie, la Cassazione si è occupata di un coniuge accusato dalla moglie di aver asportato mobili e suppellettili di casa prima della separazione e di aver sostituito la serratura, lasciando l'immobile inabitabile per moglie e figlia. L'uomo avrebbe agito spinto da un preteso diritto a prendersi ciò che riteneva essere di sua proprietà e senza le procedura previste dalla legge.

In un primo momento l'uomo era stato condannato per esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici di Cassazione, invece, hanno dato credito alla tesi difensiva e hanno annullato la sentenza. Si è rilevato che non vi era stata violenza sulle cose, come prevede l'art. 392 c.p., in quanto l'asportazione dei mobili dall'appartamento non aveva danneggiato o trasformato o mutato la destinazione economica dei beni, né si può dire, secondo la Corte, che era stata alterata la struttura o le caratteristiche dell'immobile o che era mutata la destinazione economica, atteso che l'appartamento conservava intatte le proprie connotazioni funzionali  nonché la destinazione ad uso di civile abitazione.

Violenza, nel senso richiesto dalla norma, si ha "allorché la cosa venga danneggiata o trasformata o ne sia mutata la destinazione economica", mentre si parla di danneggiamento quando "la cosa abbia subito un deterioramento di una certa consistenza (Sez. V, 5-4-2000, Ferreri, Cass. pen. 2001, 1203; Sez. II 31-1-2005 n. 4229, rv. 230700), in modo tale da rendere necessaria una non agevole attività di ripristino (Sez. II 23-9-2009, n. 41284, rv. n. 245245). Ma, anche laddove non siano stati arrecati danni materiali, può ricorrere il requisito della violenza sulle cose, qualora la condotta dell'agente si manifesti come esercizio di un preteso diritto sulla cosa trasformandola o modificandone arbitrariamente la destinazione (Sez. VI, 29-11-99, Cerzosimo, in Cass. pen. 2001, 2088), come nel caso in cui vengano rimossi i paletti che recingano un posto auto (Sez. VI, 1-7-02, Fusari, rv. n. 30021)".

Nel caso di specie, nell'alloggio erano rimasti i divani, la camera da letto e qualche altra cosa e, per quanto la scarsità degli arredi costituisse una difficoltà, si trattava solo di difficoltà di mero fatto, che esula dalla nozione di destinazione economica di un bene, invece connessa alla struttura e alle caratteristiche intrinseche del bene nonché al regime giuridico che lo connota.

La Suprema Corte evidenzia che, nel caso di specie, scartata la sussistenza del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, neppure è configurabile il reato di furto. Infatti, la moglie dell'imputato aveva lasciato a quest'ultimo l'appartamento, luogo dove l'uomo era rimasto ad abitarvi con il possesso degli arredi. Questa circostanza di fatto – il possesso – è elemento costitutivo di un altro reato contro il patrimonio (e che lo distingue dal furto): l'appropriazione indebita. Quando il possessore ecceda le facoltà inerenti al possesso sussiste il reato di appropriazione indebita, vale a dire quando l'agente si comporta uti dominus.

Come noto, tanto il furto che l'appropriazione indebita non sono punibili, a norma dell'art. 649 co. 1 n. 1 c.p., se commessi tra familiari. Nella fattispecie, i coniugi non erano legalmente separati e, pertanto, il fatto-reato non è punibile.

Corte di Cassazione, sez. Feriale Penale, sentenza 29 agosto - 18 novembre 2013, n. 46153

Presidente Marasca- Relatore Di Salvo

Ritenuto in fatto

1. M.D. ricorre per cassazione, tramite il difensore, avverso la sentenza della Corte d'appello di Palermo, in data 22-1-13, con la quale, in riforma della sentenza assolutoria emessa in primo grado, l'imputato è stato dichiarato responsabile del reato di cui all'art. 392 cp per essersi fatto arbitrariamente ragione da sé medesimo, al fine di esercitare un preteso diritto e potendo ricorrere al giudice, svuotando la casa coniugale di gran parte dei mobili e suppellettili e lasciandola, inabitabile ; alla moglie C.A.M. e alla figlia minore V. , dopo aver sostituito la serratura della porta d'ingresso. In (omissis) .

2. Il ricorrente deduce, con unico ; articolato motivo, violazione degli artt. 392 e 649 cp e vizio di motivazione della sentenza impugnata, poiché la Corte d'appello ha escluso la responsabilità dell'imputato in relazione alla sostituzione della serratura, avendo il M. consegnato le chiavi alla moglie, mentre ha ritenuto la sussistenza del reato di ragion fattasi limitatamente alla sottrazione di mobili in comunione dei beni, antecedentemente alla richiesta di separazione giudiziale ed al relativo provvedimento del giudice civile. Dunque non vi è mai stata alcuna violenza sulle cose, nell'accezione di cui al co 2 dell'art. 392 cp e oggetto della querela è soltanto l'appropriazione di beni coniugali prima del provvedimento di separazione dei coniugi. Il nomen iuris da ascriversi alla fattispecie concreta in disamina è pertanto quello ex art. 624 cp. Ne deriva che il fatto è non punibile ex art. 649 cp.

Si chiede pertanto annullamento della sentenza impugnata.

Considerato in diritto

3. Il ricorso è fondato. Occorre infatti richiamare l'attenzione sulla norma d'interpretazione autentica di cui all'art. 392 co 2 cp, secondo la quale si ha violenza sulle cose allorché la cosa venga danneggiata o trasformata o ne sia mutata la destinazione economica. La nozione di danneggiamento è stata delineata con precisione dalla giurisprudenza di questa Corte, che ha ripetutamente affermato che essa ricorre allorquando la cosa abbia subito un deterioramento di una certa consistenza (Sez. V, 5-4-2000, Ferreri, Cass. pen. 2001, 1203; Sez. II 31-1-2005 n. 4229, rv. 230700), in modo tale da rendere necessaria una non agevole attività di ripristino (Sez. II 23-9-2009, n. 41284, rv. n. 245245). Ma, anche laddove non siano stati arrecati danni materiali, può ricorrere il requisito della violenza sulle cose, qualora la condotta dell'agente si manifesti come esercizio di un preteso diritto sulla cosa trasformandola o modificandone arbitrariamente la destinazione (Sez. VI, 29-11-99, Cerzosimo, in Cass. pen. 2001, 2088), come nel caso in cui vengano rimossi i paletti che recingano un posto auto (Sez. VI, 1-7-02, Fusari, rv. n. 30021). Orbene, nel caso in disamina, non può dirsi che l'asportazione dei mobili dall'appartamento abbia danneggiato o trasformato o mutato la destinazione economica dei beni. Nulla risulta infatti dalla motivazione della sentenza impugnata circa la causazione di danni materiali agli arredi o all'immobile. Non può, d'altronde, certamente ritenersi che quest'ultimo sia stato trasformato, essendo incontroverso che la struttura e le caratteristiche dell'immobile siano rimaste inalterate. Non può nemmeno sostenersi che ne sia stata mutata la destinazione economica poiché l'appartamento ha conservato intatte le proprie connotazioni funzionali nonché la destinazione ad uso di civile abitazione, che aveva in precedenza. Né possono rilevare, nell'ottica della disposizione in disamina, difficoltà estrinseche rispetto alla configurazione materiale e giuridica dell'immobile, come la scarsità del mobilio rimasto, risultando dalla sentenza d'appello che comunque nell'alloggio erano rimasti i divani, la camera da letto e qualche altra cosa. Trattasi infatti di difficoltà di mero fatto, che rimangono estranee alla nozione di destinazione economica di un bene, che è connessa alla struttura e alle caratteristiche intrinseche di esso nonché al regime giuridico che lo connota.

4. Non può neanche però attribuirsi alla fattispecie concreta sub iudice il nomen iuris ex art. 624 cp. È infatti incontroverso, in linea di fatto, che sia stata la moglie a lasciare l'appartamento onde il M. , che era rimasto ad abitarvi, aveva il possesso degli arredi. Il possesso è, come è noto, elemento costitutivo del reato di appropriazione indebita. Quest'ultimo delitto sussiste ogniqualvolta l'agente ponga in essere atti di qualsiasi genere che eccedano comunque le facoltà inerenti al possesso (Cass. 29-3-1966, Malis, rv. n. 101455). E non può esservi dubbio che il trasporto dei mobili in località nota soltanto al M. ma non alla moglie esulasse dall'ambito delle facoltà inerenti al titolo del possesso, essendosi l'imputato comportato uti dominus nei confronti dei beni. L'asportazione del mobilio integra pertanto gli estremi del reato di cui all'art. 646 cp. Ne consegue l'applicabilità della causa di non punibilità di cui all'art. 649 co. 1 n. 1 cp, poiché il fatto è stato commesso in danno della moglie non legalmente separata, essendo pacifico che fra i coniugi non fosse ancora intervenuta la separazione legale.

La sentenza impugnata va dunque annullata senza rinvio poiché il fatto, qualificato come violazione dell'art. 646 cp, è non punibile ex art. 649 cp.

P.Q.M.

Qualificato il fatto come violazione dell'art. 646 c.p., annulla senza rinvio la sentenza impugnata per essere il fatto non punibile ex art. 649 cod. pen..



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