Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Redazione P&D - 2014-07-16

REATO E CONSUMAZIONE PROLUNGATA E FIGURE AFFINI, CASS PEN 13916/2014 - Filippo LOMBARDI

Reato a consumazione prolungata e figure affini (Nota a Cass. pen., sez. II, 25 marzo 2014, n. 13916).

Con la sentenza n. 13916/2014, la Corte di Legittimità rammenta la compatibilità tra la natura giuridica del delitto di truffa, p. e p. ex art. 640 cod. pen. e la figura del reato a consumazione prolungata.

Il caso di specie riguarda un soggetto il quale, senza aver mai conseguito l'abilitazione all'esercizio della professione forense, prestava la propria opera in uno studio legale curando pratiche per conto dello stesso. In tali occasioni, e mediante una complessa attività mistificatrice, il predetto riusciva ad ottenere indebitamente varie somme di denaro e al contempo era in grado di celare alle parti offese gli ammanchi prodotti ai loro danni, con un congegnato intreccio di pratiche ed un'attività di dirottamento del denaro progressivamente ottenuto. Solo dopo molti anni (l'attività fraudolenta si estendeva temporalmente dal 1995 al 2003) i soggetti passivi, di concerto con l'impresa della quale procedura esecutiva il reo si occupava, riuscivano a svelare la truffa facendo emergere obbiettivamente le perdite subite, con consequenziale concretizzazione della lesione fino ad allora rimasta solo latente.

Quanto accaduto viene ricondotto dal Giudice della Nomofilachia non allo schema della continuazione di più ipotesi criminose (artt. 81 cpv, 640 c.p.), bensì alla truffa in senso unitario, sulla base dell'assunto per cui detto delitto, fondandosi sui segmenti strutturali degli artifizi/raggiri, dell'induzione in errore, dell'atto dispositivo, del danno e del profitto, è capace di estendersi temporalmente sicché la stessa estensione temporale diventa parte costitutiva dell'esecuzione criminosa, atteggiandosi come oggetto di rappresentazione anticipata funzionale ad aumentare il profitto.

Secondo un percorso ermeneutico che ha riguardato altre ipotesi note, quali l'usura o il furto, si evince in sintesi la configurabilità della truffa nei termini di reato ad esecuzione frazionata (anche detto "a consumazione prolungata"), figura criminosa che, oltre a rientrare nella categoria dei reati istantanei non unisussistenti (si dice "reato istantaneo" quello che consuma l'offesa nel momento del perfezionamento del fatto tipico), nello stesso tempo si specifica rispetto ad essa in quanto aggiunge alla struttura tipica del reato istantaneo il tempo come fattore ontologico, vale a dire la rilevante estensione temporale prodotta dallo "smembramento in fasi" del fatto tipico.

Nel caso di cui si discorre, evidentemente l'inganno ben orchestrato era ab initio volto a prolungarsi nel tempo, e sfociava in artifizi e raggiri che, lungi dall'avere valenza autonoma, rappresentavano frazioni di una condotta ingannatoria unica e perdurante, di volta in volta celata alle parti offese mediante un utilizzo ben orchestrato delle pratiche. Quanto detto trovava il proprio momento di "discovery" dopo molti anni dall'inizio dell'esecuzione criminosa, poiché solo nel periodo post-2003 le parti offese subivano concretamente la deminutio patrimonii.

L'occasione è dunque propizia per rammentare la distinzione tra i reati ad esecuzione frazionata e le altre figure criminose nelle quali lo "scorrere del tempo" assume un ruolo fondamentale.

Il reato è detto "ad esecuzione frazionata" quando, stando ai contenuti letterali del fatto tipico descritto dalla norma, può essere eseguito in frazioni, cioè in segmenti distanziati dal fattore tempo. Il reato è unico e si perfeziona col verificarsi di tutto quanto richiesto contenutisticamente dalla fattispecie incriminatrice, dunque il termine di prescrizione decorre dalla produzione dell'evento: es. Tizio sottrae un autoveicolo e lo pone nei pressi del luogo ove è avvenuta la sottrazione; il giorno dopo fa ivi ritorno e si impossessa definitivamente del bene (furto ad esecuzione frazionata). L'esempio più attuale è però quello dell'usura, reato ad esecuzione frazionata per antonomasia (nonostante tesi avverse pur autorevolmente sostenute) poiché coinvolge più pagamenti parziali realizzati dalla vittima nei confronti dell'usuraio e finalizzati alla restituzione del capitale e degli interessi usurari.

E' evidente che il reato ad esecuzione frazionata deve in primo luogo atteggiarsi come istantaneo, in quanto comunque il perfezionamento della fattispecie coinciderà con la consumazione (il perfezionamento è l'integrazione degli elementi del fatto tipico; la consumazione è il raggiungimento della lesione massima per poi far ritorno, la condotta del reo, in un alveo di liceità). In secondo luogo, il reato può atteggiarsi "ad esecuzione frazionata" solo se non è strutturato dal legislatore in modo da essere "unisussistente", cioè compatibile soltanto con il perfezionamento mediante singolo atto (es. ingiuria).

Il reato ad esecuzione frazionata si distingue dal reato permanente, in quanto in questa seconda figura il lasso temporale non riguarda il perfezionamento, inserendosi al contrario nella divaricazione tra perfezionamento e consumazione del reato. Ciò - si rammenta - può avvenire solo quando il bene giuridico oggetto di tutela è suscettibile di compressione (al momento del perfezionamento) e di riespansione (al momento della consumazione), così come accade per il sequestro di persona, che coinvolge la libertà personale dell'individuo. Anche in questo caso, il reato è unico e il termine di prescrizione decorre dal momento della consumazione (il momento del perfezionamento è utile ai fini dell'individuazione del locus commissi delicti).

Figura diversa è quella del reato abituale, che si sostanzia nelle incursioni reiterate al bene giuridico protetto, le quali, sedimentandosi, generano l'offesa complessivamente punibile.

Le singole condotte avvengono a distanza di tempo (c.d. pause di normalità) e costruiscono un sistema comportamentale stigmatizzato dall'ordinamento: ogni condotta è un tassello del mosaico considerato illecito dal Legislatore, sicché dopo un numero minimo di episodi si raggiunge la soglia di offensività che merita sanzione penale.

Si deve dare atto che nella categoria del reato abituale si inserisce la particolare ipotesi del reato abituale "improprio", la quale aggiunge ai caratteri suindicati il connotato dell'autonoma illiceità del singolo episodio offensivo: detto altrimenti, il Legislatore punisce una determinata condotta reputata ex se offensiva e, qualora al fatto già autonomamente illecito facciano seguito ulteriori episodi della medesima natura, tutti gli episodi verificatisi verranno assorbiti dal reato abituale nella logica del ne bis in idem sostanziale, in modo da dare origine ad un'unica fattispecie punibile.

Il momento consumativo del reato abituale "proprio" è riscontrato quando le condotte raggiungono la soglia minima di offensività (in concreto: una consistenza numerica minima) vietata dal Legislatore. Di regola non è la norma, ma l'interpretazione che di questa viene data dalla giurisprudenza, ad esprimere il numero di episodi richiesto per la sussunzione dei fatti nel reato abituale, generalmente consistendo in due o al massimo tre vicende fattuali.

Si nota altresì come nel reato abituale proprio possa parlarsi di "offese intermedie atipiche": infatti, se il Legislatore punisce un quantum di stress cui il bene giuridico è sottoposto, ciò presuppone implicitamente che le vessazioni intermedie debbano ontologicamente essere cariche di offensività (la somma di addendi inoffensivi è anch'essa inoffensiva). Tale offensività è però considerata irrilevante penalmente finché venga raggiunto l'apice intollerabile per l'ordinamento. Ciò peraltro non deve sorprendere in quanto, secondo le più moderne ricostruzioni, è vero che la tipicità del fatto deve fare il paio con l'offensività (ogni fatto tipico deve essere anche offensivo), ma non è detto il contrario (non ogni fatto offensivo deve considerarsi tipico, ad esempio perché l'offesa è blanda o comunque tollerabile). Quanto detto pare trovare conforto nella figura del reato abituale proprio, poiché gli episodi generano offensività punibile solo cumulandosi tra loro, ma l'offesa di cui ciascuno è portatore è reputata medio tempore irrilevante dall'ordinamento penale.

Spostando la visuale verso il reato abituale improprio, è evidente che per la sua configurazione saranno già sufficienti due episodi criminosi, in quanto lo stadio della "offensività" è sicuramente già raggiunto dopo il primo episodio, dunque è sufficiente che avvenga un secondo fatto illecito per considerare configurate non solo l'offensività ma anche l'abitualità intesa come reiterazione.

Dal punto di vista del coefficiente psichico, di regola è richiesto il dolo, ma esso non viene inteso come rappresentazione anticipata dei molteplici attacchi al bene tutelato: piuttosto, durante l'espletamento di ciascun atto vessatorio, l'agente deve rappresentarsi lo stesso in termini di condotta che, cumulata alle precedenti, sia idonea a generare un quadro complessivo di atti offensivi nei confronti della vittima.

Ultima figura da menzionare - senza pretesa di esaustività poiché non è questa la sede per sviscerarne ogni carattere strutturale - è senza dubbio l'istituto della continuazione (anche detto "reato continuato") ex art. 81 cpv c.p.: qualora il soggetto agente commetta più reati (anche offensivi di beni giuridici diversi) retti dal medesimo disegno criminoso, la pena da applicare non si ottiene col ricorso al cumulo materiale (criterio del "tot crimina tot poenae") bensì col ricorso al cumulo giuridico (pena prevista per il reato più grave, aumentata fino al triplo, nel rispetto dei limiti dettati dagli artt. 72 e ss. c.p.).

Si assiste dunque, a differenza di quanto accade per il reato a consumazione prolungata (che è e resta un illecito unico), ad una pluralità di reati puniti con l'ausilio di un trattamento sanzionatorio benevolo giustificato dalla sussistenza di un progetto criminoso a monte effettuato dal reo, e che avvince gli episodi fattualmente verificatisi. La conseguenza è evidente: ogni reato mantiene la propria autonomia in punto di perfezionamento, consumazione, termine iniziale per il decorso della prescrizione; ecco perché taluno in dottrina rende meglio il concetto di continuazione mettendo al bando la locuzione "reato continuato" e preferendo utilizzare quella di "continuazione di reati", potendo tutt'al più la prima dicitura rendere al meglio il fenomeno solo qualora, per specifici effetti giuridici, il Legislatore consideri i reati posti in continuazione come unico reato.



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