Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Chiarini Giulia - 2015-03-18

REATO OMISSIVO: MONITORAGGIO CONTINUO E MORTE DEL PAZIENTE Cass. Pen. 10972/2015- Giulia CHIARINI

- "macro" omissione

- verificazione dell'evento lesivo

- conferma dei principi espressi nella sentenza "Franzese"

Un medico veniva condannato per aver dimesso un paziente senza disporre i necessari accertamenti cardiologici che, ove tempestivamente eseguiti, avrebbero consentito di diagnosticare la sindrome coronarica acuta a causa della quale il giorno successivo lo stesso paziente era giunto in altro ospedale in condizioni gravissime, decedendo immediatamente dopo il ricovero.

La Corte d'Appello confermava la sentenza di condanna di primo grado.

La difesa ricorreva per Cassazione adducendo il difetto di motivazione in ordine alla colpa e al nesso di causalità.

La Cassazione, non accogliendo il ricorso, definisce la condotta tenuta dal medico come una "macro" omissione in quanto lo stesso avrebbe dovuto procedere ad una più approfondita valutazione dell'apparato cardiovascolare mediante l'esecuzione di esami elettrocardiografici e di controlli enzimatici ripetuti da effettuarsi nell'ambito del ricovero del paziente, che per le condizioni in cui si trovava (ipertensione, ipoglicemia) avrebbe dovuto essere tenuto in osservazione per almeno 24 ore con esecuzioni di esame elettrocardiografico e di controlli degli enzimi di necrosi cardiaca ogni 6 ore, volti ad accertare l'evoluzione della situazione e a consentire un tempestivo intervento. Inoltre, il dolore addominale lamentato dal paziente da alcuni giorni doveva far sorgere nell'imputato il sospetto di una possibile patologia coronarica, sia pure manifestatasi in forma atipica.

La necessità di operare il cd. monitoraggio continuo del paziente, per poter intervenire tempestivamente con cardiologia interventistica, a parer della Suprema Corte, è regola di comportamento comunemente seguita nei pronto soccorso e che avrebbe dovuto seguire anche l'odierno imputato.

In relazione al nesso causale, la Cassazione rileva che la Corte d'Appello aveva preso atto che la morte del paziente si era verificata per shock cardiogeno irreversibile secondario ad infarto miocardico acuto complicato da grave aritmia cardiaca, ed aveva osservato che doveva ritenersi una ipotesi lontana dalla realtà quella secondo cui la sindrome coronarica non fosse già presente al momento in cui il medico prese in carico il paziente.

Inoltre la Corte d'Appello aveva rilevato che una condotta rispettosa delle norme tecniche e delle migliori prassi del caso, sarebbe stata idonea, sia pure sulla base di un percorso causale ipotetico, ad evitare l'evento o a ritardarne significativamente la sopravvenienza.

La Cassazione accoglie pienamente questa ricostruzione della Corte territoriale perché conforme alla giurisprudenza inaugurata dalle Sezioni Unite con la famosa sentenza Franzese e ne ribadisce i principi ispiratori ("la causalità omissiva è sostenuta non solo in presenza di leggi scientifiche universali o di leggi statistiche che esprimono un coefficiente prossimo alla certezza, ma che pur sempre impongono di accertare la irrilevanza di eventuali spiegazioni diverse eventualmente dedotte, ma può esserlo altresì quando ricorrano criteri medio bassi di probabilità cd. frequentista, nulla escludendo che "anch'essi, se corroborati dal positivo riscontro probatorio... circa la sicura non incidenza nel caso di specie di altri fattori interagenti in via alternativa, possano essere utilizzati per il riconoscimento giudiziale del necessario nesso di condizionamento").

La Suprema Corte conferma il principio espresso dalle Sezioni Unite in virtù del quale in tema di causalità omissiva il Giudice è chiamato a raggiungere quel grado di "certezza processuale" che, all'esito del ragionamento probatorio, sia in grado di giustificare la logica conclusione che, tenendosi l'azione doverosa omessa, il singolo evento lesivo non si sarebbe verificato o si sarebbe inevitabilmente verificato, ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva.

Nel caso in esame la motivazione della Corte di merito risulta conforme alle linee interpretative della giurisprudenza di legittimità e pertanto il ricorso non risulta ammissibile.

Infatti la Corte d'Appello, spiega la Cassazione, non riteneva certa la sopravvivenza del paziente ma esprimeva un giudizio che trovava fondamento in una consolidata acquisizione della scienza medica, ormai divenuta massima di esperienza, secondo cui le possibilità di superare o contenere i danni dell'infarto sono legate alla tempestività dell'intervento, tempestività che ben era sussistente in concreto se solo l'imputato si fosse comportato secondo le linee guida.



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