Articoli, saggi, Generalità, varie -  Redazione P&D - 2017-01-13

Recensione: L'orco in canonica di Paolo Cendon - Paolo Risi

Recensione de L"orco in canonica di Paolo Cendon, Marsilio editori, di Paolo Risi, tratta dal portale di letteratura Zest Letteratura Sostenibile

Paolo Cendon (docente universitario e fautore della figura giuridica del "danno esistenziale") con il romanzo "L"orco in canonica" tratta un tema delicatissimo e lo espone in modo adeguato, senza omettere le crudeltà e lasciando che i fatti strutturino essi stessi la narrazione. La materia (l"abuso su minori) è a parole e nelle intenzioni discussa, trattata, rientra nei palinsesti che modellano la pubblica opinione. Ma Cendon va oltre, non si accontenta della superficie, delle interpretazioni; affidandosi alla verità, alla sensibilità del lettore, dà corpo e sostanza al racconto e lo eleva sulle fondamenta di un sapere specialistico, giuridico e psicologico. Immagina un percorso che vede come protagonisti Anna, una studentessa che ha subito terribili violenze sessuali e psicologiche, e il suo professore di diritto, testimone a cui la ragazza vuole affidare una storia per lungo tempo sottaciuta. La storia di Anna diventerà una tesi di laurea e un memoriale che rappresentano la linea di confine tra ciò che è stato e un futuro da accogliere ed elaborare.

L"orco in canonica è don Fulvio, diacono di ventisei anni, ritenuto dalla comunità un personaggio speciale, carismatico, dotato di forte autorità. Sullo sfondo una città del nord Italia, in primo piano e nel dettaglio una parrocchia, una stanza appartata dove si compiono gli abusi, calvario architettato quasi con modalità scientifiche ai danni di una bambina di 9 anni. Il prete agisce circospetto, insinua il suo volere perverso attraverso suggestioni attraenti, che promettono di diradare i misteri, le insicurezze annidate nel cuore della piccola Anna. Il gioco delle parti ben presto rivela le intenzioni del diacono: non un percorso di approfondimento disinteressato ma una strategia di circuizione diabolica, dagli effetti devastanti: "Sempre più lo schema maestro discepola mostrava di scivolare, con il tempo, verso articolazioni miste, paritarie […] Anna fra sorpresa e inquietudine, metà dei gesti le sfuggivano; sembrava un"altra persona il cappellano, non era più come all"inizio, aveva senso continuare?".

Il disagio e la sofferenza si manifestano, ma Anna non trova il coraggio per esprimerli. Non esterna, rimane invischiata, teme la reazione dei genitori, di assommare ulteriore patimento. L"azione del religioso, il suo modo di operare, contempla l"arma del ricatto e le violenze psicologiche si intrecciano ai soprusi fisici in un crescendo disturbante. Anna non ha parole, il corpo prova a rimpiazzarle: "Anna a fine quarta elementare, dunque, nove anni e mezzo d"età. A scuola era stata promossa con bei voti. Qualche malessere si era accentuato in quel periodo, sul piano fisico: nausee, difficoltà a addormentarsi, piccole orticarie; non era più in forma come un tempo… Coliche, insonnie, erano loro a decidere se e quando affacciarsi. L"eventualità del suicidio, più volte l"aveva considerata".

Uno spiraglio nelle tenebre illude Anna, ovvero la possibilità di chiedere aiuto a due figure adulte che gravitano attorno al mondo della comunità religiosa: il parroco e confessore don Crispino, superiore di don Fulvio in linea gerarchica, e l"insegnante di religione Marisa Arneri. Il loro intervento, i loro tentativi di "ammorbidire" i fatti, si riveleranno deleteri e in grado di affossare ogni tentativo di emancipazione dal giogo criminale dal diacono. Emergono ulteriori episodi ad inquinare il quadro già contaminato e ristagna la complicità, l"egoismo brutale, la necessità di mantenere, nonostante l"orrore, il buon nome e la presunta incorruttibilità del sistema ecclesiale.

Le violenze si protraggono ancora per molti anni, fino a quando Anna non comincia ad opporsi con maggiore fermezza e il diacono avverte attorno a sé il dissolversi dell"impunità che lo aveva fino ad allora protetto. La stretta morbosa si allenta permettendo ad Anna di liberarsi dalla sottomissione, ma è una salvezza soltanto ipotetica, infestata dalle atrocità commesse: nella psiche della bambina, diventata ormai ragazza, si instaura progressivamente un processo di rimozione: "a inizio autunno molte le immagini già sfocate; tutto pian piano del prete scompariva". Il disagio incancrenito assume toni parossistici: crisi psicotiche, gravi difficoltà relazionali in famiglia e nella cerchia amicale, sofferenze che non le permettono di condurre un"esistenza appagante. Occorrerà un"impegnativa terapia psicologica a sciogliere i nodi del passato, un percorso che Paolo Cendon registra senza tralasciare i particolari e dando conto degli intralci, delle riluttanze che frenano l"emersione del materiale inconscio.

La nuova Anna, che intanto si è iscritta a giurisprudenza, decide infine di denunciare il suo aguzzino; viene avviata l"istruttoria, a cui seguirà un lungo processo che porterà, dopo una sconcertante assoluzione in primo grado, alla condanna definitiva di don Fulvio.

Al di là della pena inflitta al sacerdote e del risarcimento ottenuto dalla vittima e dai suoi genitori, la trafila dibattimentale (e per osmosi il romanzo-testimonianza di Paolo Cendon) realizzeranno l"intendimento più intimo della giovane donna, quello di dare visibilità a fatti troppo spesso travisati, riadattati per risultare più "fruibili" e diventare parte di una rappresentazione mediatica: "Ciò che la interessava in episodi simili, non erano tanto i passaggi del castigo per i colpevoli. Piuttosto le attenzioni da prestare ai dolori sofferti dalla vittima; trovava che nei giornali, alla televisione, troppo spesso ci si limitava a dire: «Cosi il reprobo, vedete qual e la sua personalità; ecco cosa cercava, quali tare mentali nascondeva». Troppo di rado ci si occupava dell"altra parte: «Quella è la vittima, vedete quali oltraggi ha subito; ecco cosa le succederà, come hanno vissuto le offese i suoi cari, quali saranno le relazioni con gli altri»".



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