Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Caporale Sabrina - 2014-02-21

RECESSO ATTIVO O DESISTENZA VOLONTARIA? LA CASSAZIONE FA IL PUNTO – Cass. pen. 6695/2014 – Sabrina CAPORALE.

"Anni sette, mesi uno e giorni dieci di reclusione". Questa la pena inflitta all"uomo che ha tentato di uccidere la propria moglie "che non voleva più veder soffrire, in quanto affetta da emiparesi e, a cui non era più in grado di assistervi per problemi economici".

L"ennesimo episodio di sangue perpetrato all"interno delle mura domestiche!

Dopo aver colpito la donna con un martello da carpentiere e con ripetuti e violenti colpi alla testa nel mentre si trovava seduta sul letto, intenta a guardare la televisione, l"uomo attendeva 20 minuti prima di allertare i soccorsi.

A giudizio del Tribunale, dinanzi al quale si celebrava il procedimento di rito, era ravvisabile l"ipotesi del tentato omicidio, in quanto "la donna era stata sorpresa da tergo e colpita con tre colpi di martello nella zona temporo parietale sinistra, cadendo dal letto in una pozza di sangue. L'imputato, nel frattempo, era rimasto in attesa che la moglie decedesse, ma vedendo dopo circa venti minuti che la stessa era ancora in vita, aveva allertato il 118".

Di diverso avviso i giudici della Corte d"Appello, i quali, al contrario, ritenevano sussistere l"ipotesi del recesso attivo dell"imputato. Lo stato dell"azione – dicevano – "si è spinto ben al di là della piena integrazione del tentato omicidio, avendo l'agente posto in essere tutto quanto necessario per condurre all'evento morte, (come da lui stesso ammesso). Si tratta dunque, di recesso attivo e non di desistenza, visto che l"uomo aveva chiamato il 118, in modo tale da evitare che la donna, senza le cure ospedaliere, andasse incontro a sicura morte".

Avverso la predetta sentenza proponeva ricorso dinanzi alla Suprema Corte romana, l"imputato, insistendo per la qualificazione del fatto quale desistenza volontaria dalla propria azione, "nel senso che [egli] decise autonomamente e volontariamente di non proseguire nell'azione criminosa di colpire ulteriormente la moglie e di impedire l'evento".

Sul punto la pronuncia della Cassazione.

«Corretto è stato l'operato delle Corti di merito che hanno ravvisato nel comportamento tenuto dall'imputato, spinto al gesto più estremo per ragioni di disperazione avverso la moglie gravemente malata, il recesso attivo e non già la desistenza. Corretta è stata l'interpretazione dei due istituti, che come è noto si distinguono in funzione della tempistica dell'intervento interruttivo dell'evento: infatti secondo le linee interpretative offerte da questa Corte (Sez. I, 28.2.2012, n. 11746) la desistenza può aver luogo solo nella fase del tentativo incompiuto e non è configurabile se siano stati posti in essere atti da cui trae origine il meccanismo causale che produce l'evento, rispetto ai quali può operare al massimo il recesso attivo, laddove il soggetto abbia tenuto una condotta attiva che valga a scongiurare l'evento».

«Orbene, nel caso di specie è di solare evidenza che l'imputato nel chiamare il soccorso medico intervenne in una fase di intervenuto esaurimento della condotta tipica (circa venti minuti dopo aver infierito), tanto è vero che disse che dopo averla colpita attese che la donna morisse ma, vedendo che ciò non avveniva, chiamò l'autoambulanza, mettendo in atto un'azione che nessuno gli impose, quindi volontaria, che consentì di portare i soccorsi che fronteggiarono l'emergenza e misero in salvo la donna.»

«Dunque l'imputato dopo aver esaurito il suo proposito di morte, ritornò sui suoi passi e si riattivò, interrompendo il processo di causazione dell'evento, chiamando i soccorsi che si profilarono provvidenziali per la vita dell'offesa. Non vi è, dunque, spazio alcuno per poter ritenere che [questi] abbia operato in una fase più anticipata, poiché l'azione fu da lui portata ad uno stadio talmente avanzato, da non rendere più possibile un arretramento apprezzabile in termini di desistenza».

Queste le ragioni del rigetto del ricorso !



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