Articoli, saggi, Rapporti patrimoniali fra coniugi -  Gasparre Annalisa - 2014-06-17

REGIME PATRIMONIALE DELLA FAMIGLIA - Annalisa GASPARRE

Per "regime patrimoniale" si intende il complesso delle norme che regolano la gestione delle risorse all'interno di un consesso. In linea generale, nell'ambito dell'unione familiare possono essere distinti un regime primario (che caratterizza, in verità, qualsiasi convivenza, anche temporanea e occasionale) riguardante il contributo dei membri e un regime secondario che regola la ridistribuzione delle risorse all'interno della famiglia fondata sul matrimonio.

Il regime primario trova collocazione codicistica, nel contesto in esame, nelle norme sull'obbligo dei coniugi di contribuire al sostentamento e ai bisogni della famiglia (art. 143 c.c., espressione della norma costituzionale dell'art. 30 che afferma il dovere e il diritto dei coniugi di mantenere, educare ed istruire i figli) e, ancora, sullo stesso livello della scala gerarchica della disposizione da ultima citata, nell'art. 29 Cost. che sancisce l'uguaglianza dei coniugi; infine, ma non per importanza, va menzionato l'art. 2 Cost. che esprime il valore della solidarietà quale dovere inderogabile. Parimenti inderogabile è, pertanto, il regime patrimoniale primario, come espressamente afferma l'art. 160 c.c. Il principio, peraltro, trova conferma nella sanzione penale della violazione degli obblighi familiari (art. 590 c.p.).

E' da segnalare, invece, la derogabilità della scelta legale del regime patrimoniale secondario che il legislatore ha voluto essere quello della "comunione immediata degli acquisti" compiuti dai coniugi durante il matrimonio.

Il regime patrimoniale secondario può avere diverse finalità: assistenziale, compensatrice, indennitaria. Il legislatore italiano della riforma, nel 1975, ha ribaltato il modello legale allora vigente e, quindi, nello stabilire che, in mancanza di diversa convenzione o di scelta per la separazione dei beni (un "non regime" in quanto ciascun coniuge rimane titolare, indistintamente, e ciascuno per sé, di tutti i diritti anche se sorti durante il matrimonio), il regime legale è quello della comunione dei beni, ha perseguito la strada che rintraccia il fondamento razionale dell'istituto nella funzione compensatrice. Questa si fonda sull'assunto che pari è il contributo dei coniugi, avendo il lavoro domestico e professionale pari dignità. Ne deriva che si deve compensare la scelta di dedicare tempo alla famiglia che sacrifica le potenzialità professionali. Le altre due funzioni sono "recuperate" dall'ordinamento statale in un momento successivo e del tutto eventuale, vale a dire al momento della crisi del rapporto coniugale. L'assegno di mantenimento o gli alimenti (a seconda dei casi) persegue una finalità assistenziale mentre l'addebito della crisi è provvedimento funzionale ad un'esigenza indennitario-risarcitoria.

Con il regime legale (dove per "legale" si intende il modello di riferimento in assenza di scelta diversa dei coniugi che, come detto, possono derogare quanto al "modo" di ridistribuire la ricchezza e di contribuire, pur mantenendo il dovere di sostenere la famiglia) si possono individuare tre tipologie di beni che subiscono una sorte differente. Vi sono i beni personali dei coniugi (art. 179 c.c.) che non confluiscono nella comunione, i beni che rientrano nella comunione immediata (e che, quindi, sono utilizzati nella famiglia e amministrati disgiuntamente dai coniugi) e, infine, i beni che confluiscono nella comunione in modo differito, cioè al momento dello scioglimento della comunione, purché siano ancora esistenti e non consumati (sono gli incrementi patrimoniali dei coniugi, quali i proventi e i frutti di attività personale).

L'oggetto della comunione è indicato espressamente dalla legge all'art. 177 c.c. che differenzia, come accennato, tra appartenenza alla comunione di un bene immediatamente oppure "de residuo". Gli acquisti, anche separatamente effettuati durante il matrimonio confluiscono immediatamente nella comunione, così come le aziende costituite dopo il matrimonio e gestite da entrambi. Al contrario, i frutti percepiti di beni propri di ciascuno e i proventi dell'attività separata di ciascuno confluiscono nella comunione in via differita, se non sono stati consumati al momento dello scioglimento della comunione.

La scelta operata dal legislatore di "cambio di rotta" (da separazione a comunione) ha risentito della condizione della donna, coniuge debole all'epoca in cui è maturata la riforma, nonché della spinta epocale data dal perseguimento della parità dei diritti proveniente dalla Costituzione e dalle pronunce della Corte costituzionale, particolarmente feconde nella materia del diritto di famiglia. Tralasciando, però, questa interessante radice storica, pare opportuno segnalare che il modello prescelto ricalca quello analogo del codice civile francese ma con l'elemento spurio - mutuato dall'esperienza tedesca - della comunione differita (o de residuo). E' evidente che l'istituto, così concepito, si presenta come un ibrido di due concezioni opposte. Ne derivano, a cascata, incertezze sul piano dell'elaborazione dogmatica e dell'interpretazione giurisprudenziale.

Per lungo tempo si è, infatti, ritenuto che nella comunione potessero rientrare i soli diritti reati, sulla base di un'accezione della locuzione "acquisti compiuti" che faceva leva sulla materialità della res e sull'equiparazione (acritica) del concetto di "bene" a quello di "cosa", nonché utilizzando quale argomento anche quello dell'analogia con la comunione ordinaria (di soli diritti reali) e la sussistenza di un diverso istituto per la condivisione della titolarità di diritti di credito.

Con il tempo si è evidenziata la mutata composizione del patrimonio in cui, accanto a beni materiali, sono andati ad affiancarsi - anche in modo preponderante - fonti di ricchezza diverse, quali il denaro e i titoli di credito. così ha preso avvio un'elaborazione che ha destrutturato il monolitico orientamento, finendo poi per consolidarsi nel senso che i diritti di credito possono rientrare nella comunione nella misura in cui rappresentano un investimento, suscettibile, pertanto, di valutazione economica e dotato di valore di scambio (quali sono i titoli di credito di massa, ad esempio). Esclusi dalla comunione rimangono i titoli di credito c.d. strumentali, quali gli assegni.

Un dibattito giurisprudenziale ha avuto ad oggetto l'appartenenza alla comunione di quote di fondi comuni di investimento il cui acquisto sia stato effettuato da uno dei coniugi durante la convivenza matrimoniale.

Il problema si è posto in tanto perché si tratta di titoli di credito e, in secondo luogo, perché l'acquisto delle quote avviene mediante lo strumento fungibile per antonomasia, cioè il denaro transitante su un conto corrente. Tale conto, già di per sé espressione di un rapporto creditizio correntista-banca, può costituire il "luogo" di deposito dei proventi dell'attività separata di uno dei coniugi e, pertanto, destinato all'operare della regola della c.d. comunione de residuo.

Il punto di frizione è dato dal fatto che il credito sul conto corrente appartiene alla comunione solo se esistente al momento dello scioglimento della comunione, senza alcun potere/diritto dell'altro coniuge di controllare o sindacare circa l'utilizzo del denaro (anche se si registrano opinioni differenti). Quando però quel denaro viene utilizzato si trasforma in qualcos'altro e, quindi, sia nell'ipotesi in cui il coniuge con quel denaro acquisti un bene "classico", sia che acquisti un investimento (vale a dire un'utilità futura) l'acquisto - secondo i moderni approdi giurisprudenziali - appartiene "immediatamente" alla comunione.



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