Legislazione e Giurisprudenza, Servizi sociosanitari, volontariato -  Santuari Alceste - 2015-08-21

REGIONE VENETO: PDL DI RIFORMA DELLE IPAB (SESTA PARTE) – Alceste SANTUARI

La legge 328/2000 e il d.lgs. 207/2001 avevano delegato le Regioni ad attuare la riforma delle IPAB

Molte regioni in questo decennio hanno legiferato in materia

La Regione Veneto, dopo molti tentativi, ri-avvia il percorso di trasformazione

Con il progetto di legge n. 25 presentato alla Presidenza del Consiglio Regione del Veneto in data 26 giugno 2015, dal consigliere Luca Zaia (Presidente della Giunta Regionale), la Regione riprende l"iniziativa legislativa in materia di trasformazione delle IPAB. Persona e Danno intende seguire l"iter di discussione e di approvazione del progetto di legge in parola, continuando con l"analisi dell"articolo 6 della proposta.

L"art. 6 è rubricato "Gestione dei servizi propri dell"APSP e disposizioni riguardanti le attività strumentali" ed è composto da due commi.

Il primo comma stabilisce che l"erogazione dei servizi sociali e socio-sanitari deve essere gestita in forma diretta dalle Aziende. Il secondo comma ammette l"utilizzo di soggetti terzi al ricorrere delle seguenti circostanze:

  1. soltanto per il periodo necessario ad organizzare o ripristinare la regolare erogazione diretta dei servizi alla persona;
  2. comunque, entro e non oltre il termine massimo di sei mesi,
  3. nel rispetto della programmazione regionale e locale,
  4. nei casi di gestione di attività istituzionali, in misura non prevalente con riferimento alle entrate della gestione caratteristica e riferite all"ultimo conto consuntivo approvato;
  5. per il raggiungimento di economie di costi o riduzione di spese.

Il comma si chiude – sembra di poter inferire – allargando anche alle APSP che erogano prevalentemente servizi ai minori la possibilità di ricorrere, alle condizioni sopra descritte, all"utilizzo di soggetti terzi.

La proposta intende evidentemente valorizzare le risorse interne delle APSP affinché siano queste ultime in "via diretta" a provvedere all"erogazione dei servizi oggetto della loro attività istituzionale dedotta in statuto. Benché il dettato contenuto nella previsione non risulti del tutto chiaro, si presume che esso abbia inteso distinguere – lo si potrebbe evincere dalla rubrica dell"articolo in parola – tra attività istituzionali e attività strumentali. Mentre per le prime, il comma 2 stabilisce a) un parametro di riferimento di carattere quantitativo (non prevalenza rispetto alle entrate della gestione caratteristica, b) un raffronto temporale (ultimo conto consuntivo) e la condizione per la quale il ricorso a soggetti terzi è legittimata (realizzazione di economie di costi o riduzione di spese), per le seconde sembra essere fissato a) un lasso temporale entro cui esse possono essere affidate a soggetti terzi (massimo sei mesi) e b) la ragione legittimante tale ricorso, ossia l"organizzazione ovvero il ripristino della "regolare erogazione diretta" dei servizi alla persona.

Muovendo dall"assunto che una simile interpretazione risulti corretta, occorre verificare la coerenza delle previsioni contenute nei due commi dell"art. 6 con l"ampia autonomia di cui le APSP, secondo la proposta, godono. Al riguardo, infatti, risulta difficile circoscrivere la capacità che caratterizza l"azione delle APSP in virtù dell"art. 5 della proposta in esame. Come è ipotizzabile impedire, per esempio, che una azienda si rivolga ad un soggetto non profit (si pensi ad un"associazione di volontariato ovvero ad una cooperativa sociale) per organizzare un servizio ad alto contenuto innovativo coerente con le finalità istituzionali dell"APSP e la programmazione regionale e locale che valorizzano la costruzione di partnership virtuose sul territorio in ossequio al principio di sussidiarietà ex art. 118 u.c. Cost. e ai contenuti di un piano di zona? Si tratta, peraltro, di partnership che non necessariamente si definiscono in una logica di economie di costi o di riduzione di spese. Al contrario, l"esperienza maturata sui territori insegna che quando simili collaborazioni tra enti pubblici e soggetti non profit prendono corpo meramente con un"ottica di risparmio i risultati sui servizi erogati, nonché sull"organizzazione dei servizi stessi non sono incoraggianti.

Al riguardo, si aggiunga che il comma 2 prevede una (eventuale) durata dei rapporti con soggetti terzi non superiore a sei mesi: anche in questo caso, sembra opportuno evidenziare che trattasi di una durata eccessivamente contenuta, se si pone mente ai servizi oggetto delle collaborazioni sopra richiamate. Qualora poi dovesse presentarsi una situazione in cui i sei mesi non fossero sufficienti a perfezionare il ripristino e quel servizio oggetto di affidamento esterno non può essere interrotto, cosa dovrebbe fare l"APSP? Si troverebbe nella condizione di prolungare la durata del contratto di affidamento a fronte di un divieto (quali sanzioni sarebbero collegate ad un simile inadempimento?). Oppure, dovrebbe terminare l"affidamento, decisione che lascerebbe comunque immutata la condizione organizzativa in cui verrebbe a trovarsi l"APSP che non è stato in grado in quel lasso di tempo di organizzare o ripristinare l"erogazione dei servizi.

Alla luce delle riflessioni sopra esposte, forse sarebbe opportuna una revisione dell"art. 6, che potrebbe, invece, contenere previsioni volte a favorire e valorizzare il rapporto tra APSP e soggetti non profit del territorio (si pensi che l"art 4, della Regione Veneto 1 settembre 1993, n. 45 prevedeva la possibilità per le IPAB di costituire esse stesse cooperative sociali), pur nel rispetto della piena responsabilità istituzionale spettante alle APSP per l"erogazione dei servizi.



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