Legislazione e Giurisprudenza, Beni, diritti reali -  Mazzon Riccardo - 2014-01-08

REGOLAMENTO LOCALE CHE FISSA LE DISTANZE TRA COSTRUZIONI E PREVENZIONE: SENTENZE A CONFRONTO - RM

Le problematiche non mancano di certo nel caso in cui il regolamento locale si limiti a fissare la distanza minima tra costruzioni, ove, in prima analisi, sembrerebbe non trovare deroga alcuna il principio di prevenzione:

"in tema di costruzioni su fondi finitimi, il diritto di uno dei confinanti di edificare in prevenzione, e, correlativamente, il diritto dell'altro di realizzare il proprio fabbricato in appoggio od aderenza, secondo le previsioni degli art. 874-877 c.c., trovano deroga nelle norme dei regolamenti locali quando esse fissino un distacco rispetto al confine, non anche, pertanto, quando si limitino a stabilire la distanza minima "fra muri opposti" (nella specie, art. 36-42 del regolamento edilizio del comune di Empoli)" Cass. 16.5.91, n. 5474, GCM, 1991, 5: cfr. cfr., amplius, "I rapporti di vicinato e le distanze legali: tutela e risarcimento" - Riccardo Mazzon - CEDAM 2013, in Collana SapereDiritto, dove è dato conto della cospicua giurisprudenza, recentemente confermata, la quale ritiene che

"nel caso in cui la normativa urbanistica locale stabilisca una distanza minima assoluta tra costruzioni senza un riferimento esplicito al confine, la prevista assolutezza della distanza, rapportata ad un'equa ripartizione del relativo onere, comprende un implicito riferimento al confine, dal quale chi costruisce per primo deve osservare una distanza non inferiore alla metà di quella prescritta, con conseguente esclusione della operatività del principio della prevenzione" T.A.R. Puglia Lecce, sez. III, 01/04/2010, n. 891 M. E. D. B. c. (avv. Sticchi Damiani) c. Com. Lequile c. (avv. Garrisi) Foro amm. TAR 2010, 4, 1449 (s.m.).

Parte della giurisprudenza, in ogni caso, sostiene come, in tema di distanze legali, il principio della prevenzione ex art. 875 c.c. non sia derogato nel caso in cui il regolamento edilizio si limiti a fissare la distanza minima tra le costruzioni, (mentre lo è qualora la norma regolamentare stabilisca anche - o soltanto - la distanza minima delle costruzioni dal confine, atteso che in quest'ultimo caso l'obbligo di arretrare la costruzione è assoluto, come il corrispondente divieto di costruire sul confine, a meno che una specifica disposizione del regolamento edilizio non consenta espressamente di costruire in aderenza):

"la violazione e falsa applicazione degli artt. 873, 877 c. civ. e del regolamento comunale di Chiusa Selafani in relazione all'art. 360 N° 3 c.p.c. - Per avere il Tribunale, nel ritenere che il regolamento edilizio comunale, nel fissare in 20 m. la distanza fra costruzioni, abbia, pur in mancanza di una espressa norma di divieto, escluso la possibilità di costruire sul confine in aderenza a preesistente fabbricato, erroneamente equiparato ai fini dell'applicabilità o meno del principio di prevenzione, l'imposizione regolamentare di un distacco minimo delle costruzioni dal confine con l'imposizione di un distacco minimo tra costruzioni, escludendo in entrambi i casi l'applicabilità del principio di prevenzione se non espressamente previsto, NONOSTANTE un tale criterio valga, per la giurisprudenza di legittimità, solo nel caso di distacco della costruzione dal confine; MENTRE nel caso, come quello di specie, di previsione di un distacco minimo fra costruzioni, il principio di prevenzione deve ritenersi applicabile perché NON espressamente vietato; 2) in linea subordinata la violazione e falsa applicazione degli artt. 873, 877, c.c. in relazione all'art. 360 N° 3 c.p.c.,- per avere il Tribunale anche ove la distanza tra costruzioni prevista nel regolamento implicasse l'imposizione di una distanza minima dal confine, erroneamente non ritenuto vigente una deroga per il caso in cui, come quello di cui è causa, preesiste sul confine una costruzione; facendosi altrimenti ricadere su chi costruisce successivamente, l'onere di sopportare interamente il diverso distacco introdotto da norme regolamentari successivamente entrate in vigore 3) la violazione e falsa applicazione degli artt. 900 e 907 c.c. in relazione all'art. 360 N° 3 c.p.c. - per avere il Tribunale erroneamente affermato che dal balcone non può mai effettuarsi una veduta obliqua, poiché lo sguardo può volgersi frontalmente verso più direzioni e nel caso di specie lo sguardo del P. può svolgersi frontalmente verso la proprietà D.M. dalla parte più corta del parapetto del balcone, NONOSTANTE la giurisprudenza di legittimità abbia affermato che dal balcone può essere esercitata la veduta obliqua o laterale, oltre che quella diretta, spettando al giudice di stabilire di volta in volta di quale veduta si tratti e fare quindi applicazione dell'art. 907 c. c. Il primo motivo di ricorso è fondato -La prevalente giurisprudenza di questa Corte (non contraddetta dalla sentenza 3263/95, avente ad oggetto, come risulta dalla motivazione, una fattispecie in cui il regolamento edilizio disciplinava non solo la distanza tra costruzioni, ma anche la possibilità di costruire sul confine o in aderenza) giurisprudenza dalla quale non si ritiene di discostarsi, condividendola, distingue nettamente il caso in cui il regolamento edilizio fissa solo la distanza minima tra le costruzioni, da quello in cui la norma regolamentare stabilisca anche (o solo) la distanza minima delle costruzioni dal confine; ritenendo soltanto in quest'ultimo caso derogato il principio di prevenzione ex art. 875 c.c., perché l'obbligo di arretrare la costruzione è assoluto, come lo è il corrispondente divieto di costruire sul confine, a meno che il regolamento edilizio non consenta espressamente anche di costruire in aderenza- Nel primo caso, invece, di previsione del distacco minimo solo tra le costruzioni ed in assenza di qualunque indicazione circa il distacco delle costruzioni dal confine, il principio di prevenzione deve ritenersi in vigore perché la sua operatività non è ostacolata da alcun divieto di costruire in aderenza o sul confine -Nella presente fattispecie, pertanto, essendo previsto dalla norma regolamentare solo il distacco minimo fra le costruzioni; ed avendo il P. costruito, come ammesso nella memoria difensiva, sul confine, o meglio "in prossimità del confine", il D.M. in applicazione del principio di prevenzione, ben può costruire in aderenza, anche se l'edificio del P. è sito "in prossimità del confine", trattandosi in questo caso di corrispondere al medesimo il valore del terreno di sua proprietà che verrebbe occupato dal D.M. con l'avanzare della sua costruzione su terreno di proprietà del resistente" Cass. 20.4.05, n. 8283, GCM, 2005, 4.

Ulteriormente, sempre nel caso di norma regolamentare che stabilisca una distanza fra le costruzioni maggiore di 3 metri (e da intendersi come integrativa dell'art. 873 c.c., con conseguente applicazione integrale della disciplina della prevenzione) si veda la seguente pronuncia di Cassazione, ove risulta cassata la sentenza con la quale la Corte d'appello, a fronte del regolamento edilizio comunale che prevedeva la distanza minima di 10 metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, aveva disposto la ripartizione del relativo onere, obbligando ciascuno dei proprietari limitrofi a mantenere la propria costruzione alla distanza di 5 metri dal confine:

"con citazione dell'8 gennaio 1986 Pulvirenti Carmelo conveniva dinanzi al Tribunale di Catania Pulvirenti Pietro, esponendo di essere proprietario di un immobile sito alla frazione S. Cosmo di Acireale, confinante con altro immobile di proprietà del convenuto, il quale aveva proceduto a lavori di ristrutturazione e sopraelevazione del proprio edificio, in violazione delle distanze legali ed aprendo vedute illegittime verso il fondo di esso attore. Chiedeva pertanto la condanna del convenuto alla eliminazione di tutte le opere realizzate illegalmente, nonché al risarcimento del danno. Pulvirenti Pietro si costituiva chiedendo il rigetto dell'avversa domanda e, in via riconvenzionale, la condanna dell'attore all'arretramento del proprio fabbricato, per ricondurlo alla distanza legale. Nel processo intervenivano poi i coniugi Seminara Mario e Strano Grazia, proprietari di altro immobile confinante con quello dei predetti Pulvirenti, chiedendo anch'essi la condanna del convenuto ad arretrare il proprio fabbricato, nonché la fossa settica da lui costruita. Il contraddittorio veniva integrato inoltre nei confronti di Caramma Rosa, comproprietaria dell'immobile del convenuto la quale, costituendosi, faceva proprie le difese e la riconvenzionale del coniuge Pulvirenti Pietro. All'esito il tribunale, con sentenza del 29 marzo 1990, condannava Pulvirenti Pietro e Caramma Rosa a demolire il proprio fabbricato sino a riportarlo alla distanza di metri cinque dal confine con le proprietà di Pulvirenti Carmelo e dei coniugi Seminara - Strano, e ad arretrare la fossa settica sino alla distanza di metri due da detto confine. Li condannava inoltre alla rifusione delle spese processuali in favore delle altre parti. Avendo i coniugi Pulvirenti Pietro e Caramma Rosa proposto impugnazione principale e tutti gli appellati impugnazione incidentale per ottenere un maggiore arretramento della fossa settica e l'accoglimento di altre richieste secondarie, la Corte di Appello di Catania, con sentenza del 3 febbraio 1992, rigettava le impugnazioni incidentali e, in parziale accoglimento di quella principale, rigettava le domande di Pulvirenti Carmelo e dei coniugi Seminara - Strano concernenti l'arretramento della fossa settica, confermando nel resto. Dichiarava compensate per un terzo le spese del primo giudizio, e interamente quelle del giudizio di appello. La corte, per quello che qui interessa, rilevava che il Regolamento edilizio comunale, approvato con deliberazione del 6 agosto 1981 e dal competente assessorato regionale con deliberazione del 22 febbraio 1982, prescrive all'art. 24 bis l'applicazione dell'art. 9 del D.M. 2 aprile 1968 n. 1444, e quindi la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti degli edifici antistanti. Disciplina, quest'ultima, anch'essa integrativa di quella stabilita dal codice civile, ed implicante l'equa ripartizione del relativo onere. A scongiurare l'arretramento disposto dal tribunale non poteva bastare, secondo la corte, il preannuncio fatto da uno dei difensori dei coniugi Pulvirenti-Caramma, in via di ipotesi, della modificazione strutturale dell'immobile degli stessi per rendere non finestrata la parete fronteggiante l'immobile di Pulvirenti Carmelo, mancando un impegno assunto dalle parti personalmente. La corte catanese rilevava poi che correttamente il tribunale aveva calcolato la distanza in questione avendo riguardo non alla facciata del fabbricato degli appellanti, ma al margine esterno dei ballatoi realizzati al primo ed al secondo piano, non avendo tali manufatti una funzione meramente decorativa o di rifinitura, e trattandosi invece di veri e propri elementi costruttivi, che estendono la utilizzabilità dei locali al primo piano e della soprastante terrazza. Escludeva inoltre che fosse sottratta alla disciplina sulle distanze la parte della costruzione sottostante il primo piano che, malgrado le contrarie affermazioni degli appellanti, non risultava affatto interrata, e quindi poteva dare luogo ad intercapedine. Infine la corte catanese rilevava l'irrilevanza, ai fini del calcolo delle distanze, dell'esistenza tra il fabbricato dell'attore e quello dei convenuti di una striscia di terreno in comproprietà tra tutte le parti, sul confine della quale sorgeva il fabbricato di Pulvirenti Carmelo. Ricorrono per cassazione i coniugi Pulvirenti Pietro e Caramma Rosa, illustrando due motivi di gravame. Pulvirenti Carmelo ed i coniugi Seminara-Strano resistono con distinti controricorsi, e sia l'uno che gli altri propongono ricorso incidentale. Tutte le parti hanno presentato memoria difensiva ed all'odierna udienza, su richiesta del P.M., è stata preliminarmente disposta la riunione dei ricorsi. 1.1. I ricorrenti principali con il primo motivo denunciano la violazione degli artt. 872, 873 e 1362 c.c. e 112 e 113 c.p.c., nonché l'omissione, insufficienza e contraddittorietà della motivazione.  Essi sostengono: a) che la non finitimità dei fondi, per l'interposizione della striscia di terreno in comproprietà tra tutte le parti in causa, rendeva inapplicabile la norma di cui all'art. 873 c.c., ed applicabile quella di cui all'art. 872 c.c., in base alla quale è possibile ottenere solo il risarcimento del danno (peraltro neppure richiesto dagli attori) e non la riduzione in pristino; b) che dall'esistenza di detta striscia comune sarebbe derivata l'inapplicabilità delle distanze previste dal P.R. del comune di Acireale. In proposito la corte catanese non aveva comunque neppure spiegato perché l'esistenza di tale striscia fosse irrilevante, nè perché la distanza andava misurata rispetto al confine con tale striscia, anziché con la fine o comunque con la mezzeria della stessa; c) che in ogni caso, poiché il D.M. 2 aprile 1968 n. 1444 parla solo di distanza minima di m. 10 tra pareti finestrate, era arbitraria l'interpretazione fattane dalla corte, secondo cui ciò implicava anche una distanza minima di m. 5 dal confine; d) che poiché tra l'arretramento dell'edificio e la chiusura delle finestre la seconda soluzione era la meno gravosa per i convenuti, il giudice, anche d'ufficio, ed indipendentemente dalla assunzione di un impegno in tale senso da parte degli interessati, avrebbe dovuto decidere imponendo tale soluzione, che era stata comunque anche prospettata dal difensore; e) che la misurazione della distanza, ai fini dell'applicazione del decreto ministeriale citato, non andava fatta tenendo conto dei ballatoi o dei balconi, poiché tale decreto parla di pareti finestrate, e tali non possono considerarsi gli sporti in questione. Nella peggiore delle ipotesi, comunque, la corte di merito avrebbe dovuto ordinare la demolizione dei ballatoi, e non l'arretramento del fabbricato. Il motivo si articola, come vedesi, in distinte censure, tra le quali deve essere esaminata preliminarmente quella di cui alla lettera c), per il suo carattere di pregiudizialità rispetto a tutte le altre. Sul punto la corte catanese, dopo avere dato atto che, com'era peraltro pacifico tra le parti, il P.R.G. del comune di Acireale era stato annullato con sentenza 11 aprile - 22 maggio 1990 del Consiglio di Giustizia amministrativa di Palermo, ha correttamente rilevato che la materia delle distanze tra edifici era rimasta tuttavia pur sempre sottoposta al Regolamento edilizio, approvato dal Consiglio comunale con deliberazione n. 119 del 6 agosto 1981 e dall'assessorato regionale con D.A. n. 64 del 22 febbraio 1982, e tale regolamento all'art. 24 bis prescriveva l'applicazione dell'art. 9 del D.M. 2 aprile 1968 n. 1444, disciplina pur essa integrativa di quella stabilita dal codice civile. Da questa corretta premessa la corte catanese ha tuttavia tratto una conseguenza che non può condividersi, vale a dire che poiché la suddetta norma del D.M. prescrive "in tutti i casi la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti", ciò implicherebbe, "per la previsione di assolutezza, l'equa ripartizione del relativo onere". Con tale scarna argomentazione, quindi, la corte ha ritenuto valido per ciascuno dei due proprietari limitrofi l'obbligo di mantenere la propria costruzione alla distanza minima di m. 5 dal confine del proprio fondo, indipendentemente dalla distanza effettiva tra i due fabbricati muniti (entrambi o anche uno solo di essi) di pareti finestrate. Tale convincimento non è fondato su una corretta interpretazione delle norme che regolano la materia. In proposito si è affermato in giurisprudenza che, quando in un comune vige un regolamento edilizio in base al quale è imposta una determinata distanza minima assoluta tra pareti finestrate e pareti degli edifici antistanti, e l'interpretazione della norma regolamentare porta all'esclusione della facoltà di costruire in aderenza, ciò rende inapplicabile il criterio della prevenzione di cui all'art. 875 c.c., imperniato proprio su tale facoltà, fruibile in alternativa all'obbligo del distacco legale, e la prevista assolutezza della distanza, è da ritenere comprensiva di un implicito riferimento al confine, dal quale chi costruisce per primo deve osservare una distanza non inferiore alla metà di quella prescritta, con conseguente esclusione della possibilità di costruire sul confine, (Cass. sez. II, 28 aprile 1992 n. 5062). Ciò è conforme al principio per cui, quando la norma regolamentare che stabilisce una distanza tra costruzioni maggiore di 3 metri deve intendersi come norma integrativa dell'art. 873 c.c. (cioè, propriamente, come norma richiamata da tale articolo, secondo la lettera dell'art. 872-2), si applica integralmente la disciplina della prevenzione (a meno che il regolamento locale non la vieti espressamente, nel qual caso la norma regolamentare non può dirsi dettata in materia di rapporti di vicinato - quelli di cui trattano gli artt. 873 e segg. - ed allora deve ricercarsi a quale altro principio, di ordine pubblico, essa si ispira in forza di una fonte normativa che la legittimi). Non può consentirsi, perciò, con Cass. 10 ottobre 1984 n. 5055 che - in una fattispecie analoga. distanza regolamentare di 10 metri fra costruzioni - ha statuito essere equo ripartire la distanza in parti uguali tra i due fondi (altrimenti - vi si dice - chi costruisce per primo sul confine obbligherebbe il vicino a costruire sul proprio fondo accollandosi l'intero distacco dal confine stesso): o si applica il principio codicistico della prevenzione, ed allora il contemperamento tra gli opposti interessi è regolato dal combinato disposto degli artt. 873 - 875 - 877 c.c.; o non si applica tale principio, ma allora la norma regolamentare de qua non può ritenersi tra quelle richiamate nella "Sezione VI" con le diverse conseguenze, in caso di violazione, stabilite dall'art. 872 c.c. Per effetto dell'accoglimento della suddetta doglianza la sentenza in esame deve essere cassata, con rinvio ad altra sezione della stessa corte di appello, che deciderà la controversia applicando i principi giurisprudenziali innanzi enunciati - dai quali non v'è motivo di discostarsi, sul presupposto che la norma del regolamento edilizio locale che impone la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti è norma richiamata dall'art. 873 e segg. c.c. - provvedendo anche in ordine alle spese del presente giudizio. Tutte le altre doglianze comprese nel motivo di ricorso in esame restano evidentemente assorbite dall'accoglimento di quella di cui alla lettera c), di cui si è detto. 1.2. Con il successivo motivo i ricorrenti denunciano la violazione degli artt. 61, 62 e 115 c.p.c., nonché 2697 e 2730 c.c., oltre al difetto ed alla contraddittorietà della motivazione, per avere la corte di merito ordinato la demolizione anche del piano cantinato, attribuendo valore probatorio, per sostenere che la relativa struttura non era interrata e non risaliva a circa cento anni prima, alla relazione del c.t.u., senza considerare che la consulenza non può servire ad acquisire la prova di fatti e circostanze. Anche tale doglianza resta tuttavia assorbita dall'accoglimento di quella vista innanzi. 2.1. Il ricorso incidentale di Pulvirenti Carmelo si articola in due motivi. Con il primo si lamenta la violazione delle norme del P.R.G. del comune di Acireale, e comunque dell'art. 873 c.c., per non avere la corte accolto pure la domanda con la quale si lamentava che le nuove fabbriche avessero violato le norme sulle distanze anche rispetto al confine a sud, che separa la proprietà dei coniugi Pulvirenti-Caramma dalla stradella di accesso alla via pubblica, comune alle parti in causa e larga m. 1,40. 2.2. Con il secondo motivo del ricorso incidentale Pulvirenti Carmelo si duole della compensazione delle spese giudiziali, operato dalla corte catanese, in violazione del principio della soccombenza. 3. Con l'unico motivo del proprio ricorso incidentale i coniugi Seminara-Strano lamentano anch'essi la compensazione delle spese giudiziali operata dalla corte di merito" Cass. 1.7.96, n. 5953, FI, 1997, I, 209.

Ma l"orientamento sopra descritto, pur prime facie addirittura intuitivo, non costituisce l"unica interpretazione della complessa fattispecie normativa: necessita dare contezza, infatti, della contraria tesi secondo la quale i regolamenti locali che stabiliscono una distanza minima assoluta tra costruzioni maggiore di quella prevista dal codice civile implicitamente fanno riferimento al confine tra i due fondi, con conseguente inapplicabilità del principio della prevenzione.

La tesi è tutt"altro che isolata, come dimostrano le seguenti pronunce, integralmente riportate stante l"importanza e la portata concreta dell"argomento ivi sostenuto:

"allorquando i regolamenti edilizi comunali stabiliscano una distanza minima assoluta tra costruzioni maggiore di quella prevista dal codice civile, detta prescrizione deve intendersi comprensiva di un implicito riferimento al confine, dal quale chi costruisce per primo deve osservare una distanza non inferiore alla metà di quella prescritta, con conseguente esclusione della possibilità di costruire sul confine e, quindi, della operatività del criterio cosiddetto "della prevenzione". Con ricorso depositato il 6/2/1995 L.F.C., premesso di essere proprietaria di un fondo sito in (OMISSIS), contrada (OMISSIS), confinante con il fondo di S.S., sul quale quest'ultimo aveva costruito un edificio posto sul confine dotato di apertura e balconi situati a distanza inferiore a quella minima legale, chiedeva al Pretore di Bagheria di ordinare allo S. la chiusura immediata delle aperture. Disposta la comparizione delle parti e costituitosi in giudizio lo S. che chiedeva il rigetto del ricorso, il Pretore con sentenza del 17/12/1994 dichiarava la propria incompetenza per valore e rimetteva le parti dinanzi al Tribunale di Palermo. La L.F. riassumeva la causa dinanzi a quest'ultimo Tribunale chiedendo la condanna dello S. ad arretrare la costruzione realizzata fino alla distanza legale, atteso che il consulente tecnico d'ufficio nominato in sede pretorile aveva accertato che il regolamento edilizio del Comune di Bolognetta prevedeva una distanza assoluta tra edifici di 10 metri con la conseguenza che lo S. avrebbe dovuto rispettare una distanza di 5 metri dal confine. Il convenuto si costituiva in giudizio chiedendo il rigetto della domanda. Il Tribunale con sentenza del 31/1/1997, in parziale accoglimento della domanda attrice, condannava il convenuto ad arretrare fino al rispetto della distanza di metri 1,50 dal confine la porzione di terrazza sita al piano terra dell'edificio di sua proprietà. Proposta impugnazione da D.G. e D.F. (quali eredi della L.F. nel frattempo deceduta) cui resisteva lo S. che proponeva appello incidentale, la Corte di Appello di Palermo con sentenza del 16/12/1999, in riforma della pronuncia di primo grado, condannava lo S. ad arretrare la costruzione realizzata sul proprio fondo sito a confine con il limitrofo fondo degli appellanti ad una distanza non inferiore a 5 metri dal confine suddetto. Il giudice di appello, rilevato come elemento pacifico in causa che il convenuto aveva realizzato la nuova costruzione sul confine dove l'edificio presentava finestre e balconi e premesso che il Comune di Bolognetta prevedeva una distanza assoluta tra edifici non inferiore a 10 metri, si richiamava all'orientamento giurisprudenziale secondo il quale le disposizioni dei regolamenti edilizi comunali che impongono una distanza minima tra le pareti finestrate e pareti degli edifici confinanti, come nella fattispecie, rendono inapplicabile il criterio della prevenzione con conseguente esclusione della possibilità di costruire sul confine, atteso che colui che costruisce per primo deve osservare una distanza minima dal confine del proprio fondo non inferiore alla metà di quella prescritta. Per la cassazione di tale sentenza lo S. ha proposto un ricorso articolato in due motivi seguiti successivamente da una memoria; D.G. e D.F. non hanno svolto attività difensiva in questa sede. Questa Corte con ordinanza del 4/3/2004 ha disposto a cura della cancelleria l'acquisizione del locale regolamento edilizio.Con il primo motivo il ricorrente, deducendo violazione degli articoli 113 e 115 c.p.c. e falsa applicazione del D.M. 2 aprile 1968, n. 1444 e degli articoli 873-875 e 905 c.c. nonchè vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver affermato che il regolamento edilizio del Comune di Bolognetta prevedeva una distanza assoluta tra edifici non inferiore a 10 metri con conseguente inapplicabilità del criterio della prevenzione e quindi con l'esclusione per il preveniente del diritto di costruire sul confine.Lo S. rileva che al contrario, non vi era alcuna prova che il piano di fabbricazione del Comune di Bolognetta, non prodotto in giudizio, avesse imposto l'obbligo della distanza di 10 metri tra fabbricati, cosicchè la condanna dell'esponente all'arretramento della propria costruzione ad una distanza non inferiore a 5 metri dal confine con il fondo di proprietà delle controparti era ingiustificata sul piano probatorio; il ricorrente aggiunge di aver edificato il proprio fabbricato nell'anno 1967 ed in quelli successivi, mentre il piano di fabbricazione del Comune di Bolognetta era stato adottato ed era divenuto operante in epoca successiva, cosicchè l'esponente non poteva essere obbligato ad uniformarsi ad uno strumento urbanistico non ancora esistente al momento della realizzazione dell'edificio.Con il secondo motivo il ricorrente, denunciando violazione degli articoli 873-875 e 905 c.c. e vizio di motivazione, dopo aver affermato che il problema relativo alla operatività del criterio della prevenzione in materia di distanze legali quando l'obbligo della distanza è sancito da un regolamento locale è stato risolto in modo non sempre uniforme dalle decisioni di questa Corte, considera preferibile l'orientamento che ritiene comunque applicabile il suddetto criterio in difetto di una norma che ne preveda espressamente in tali ipotesi la inapplicabilità. Lo S. aggiunge che comunque la "ratio" della inapplicabilità del criterio della prevenzione qualora un regolamento locale prescriva un obbligo di distanza maggiore di quella di cui al codice civile risiede nella esigenza di evitare che tale obbligo venga a gravare prevalentemente o esclusivamente sul prevenuto; orbene nella fattispecie tale "ratio" è insussistente in quanto il fondo di proprietà dei D. è soggetto ad un vincolo di inedificabilità assoluta. Le enunciate censure, da esaminare contestualmente per ragioni di connessione, sono infondate.Premesso che il regolamento edilizio del Comune di Bolognetta acquisito a seguito della menzionata ordinanza di questa Corte del 4/3/2004 non riguarda la fattispecie, essendo stato approvato il 7/9/1995 allorchè la presente controversia era già perdente, si ritiene di poter ugualmente decidere il ricorso in esame sulla base del rilievo che non risulta specificatamente censurata in questa sede l'affermazione del giudice di appello secondo cui lo strumento urbanistico locale applicabile prevedeva una distanza assoluta tra edifici non inferiori a 10 metri; infatti, nel richiamare le deduzioni degli appellanti principali che richiamavano tali disposizioni, la Corte territoriale ha aggiunto che l'appellato S. si era limitato ad asserire che tale obbligo di osservare la distanza di 10 metri tra costruzioni non sarebbe stata applicabile nella fattispecie perchè soltanto il suo lotto di terreno era stato edificato; pertanto le diverse deduzioni del ricorrente in ordine alle inapplicabilità delle disposizioni del regolamento edilizio di Bolognetta ora richiamata avendo egli realizzato il proprio fabbricato in epoca antecedente alla entrata in vigore di tale strumento urbanistico sollevano una questione di fatto nuova e dunque inammissibile. Chiarito, quindi, alla luce delle enunciate statuizioni della sentenza impugnata, che nella presente controversia trova applicazione un regolamento edilizio che prescrive una distanza non inferiore a 10 metri tra edifici, occorre esaminare in punto di diritto la questione relativa alla operatività o meno del principio della prevenzione in presenza di uno strumento urbanistico che stabilisce una distanza minima assoluta tra costruzioni maggiore di quella prevista dal codice civile. Orbene, premesso che costituisce orientamento pacifico di questa Corte il principio secondo il quale, allorchè uno strumento urbanistico locale stabilisce per le costruzioni una determinata distanza dal confine, il principio della prevenzione non opera perchè la distanza dal confine è assoluta e va rispettata anche se il fondo del vicino sia inedificato (vedi "ex multis"Cass. 13/12/1999, n. 13963; Cass. 9/4/2002 n. 4895, si osserva che alle medesime conclusioni si è giunti anche quando i regolamenti edilizi prevedano una distanza minima assoluta tra costruzioni maggiore di quella prescritta dal codice civile senza un riferimento esplicito al confine; in tal senso infatti sussiste un indirizzo consolidato di questa corte del quale fanno parte anche le stesse decisioni invocate erroneamente dal ricorrente a sostegno del suo assunto (ovvero Cass. 10/10/1984 n. 5055 e Cass. 1/7/1996 n. 5953), basato sul rilievo che la prevista assolutezza della distanza, rapportata ad un'equa ripartizione del relativo onere, è da ritenersi comprensiva di un implicito riferimento al confine, dal quale chi costruisce per primo deve osservare una distanza non inferiore alla metà di quella prescritta, con conseguente esclusione della possibilità di costruire sul confine e, quindi, della operatività del principio della prevenzione (Cass. 29/6/1981 n. 4246; Cass. 28/4/1992 n. 5062;Cass. 16/2/1999 n. 1282). E' infine appena il caso di osservare che il profilo di censura relativo alla pretesa inedificabilità assoluta del fondo di proprietà di D. solleva una questione di fatto non trattata nella sentenza impugnata; pertanto il ricorrente aveva l'onere, in realtà non assolto, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l'avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale atto del giudizio precedente lo avesse fatto onde dar modo a questa Corte di controllare "ex actis" la veridicità di tale assunto prima di esaminare nel merito la questione stessa" Cass. 22.2.07, n. 4199, GCM, 2007, 6.

con sentenza del 7 novembre 1989 il Tribunale di Catania - adito da Giovanni Carbonaro e in via riconvenzionale da Rosaria Armeli, proprietari di due finitimi fondi con sovrastanti fabbricati in Santa Maria di Licodia - condannò la convenuta ad arretrare fino a cinque metri dal confine tra le due aree, salvo che per alcune porzioni preesistenti, la sopraelevazione che stava realizzando nel proprio edificio e rigettò le ulteriori domande proposte dall'una e dall'altra parte. Impugnata da Rosaria Armeli, la decisione è stata confermata dalla Corte di appello di Catania, che con sentenza del 29 aprile 1995 ha rigettato il gravame ritenendo (per quanto ancora rileva in questa sede): il regolamento edilizio vigente prescrive, nella zona in considerazione, la distanza di 10 metri per le nuove costruzioni; non è consentito quindi, neppure se nel fondo del vicino non esistono edifici, fabbricare (e sopraelevare) a meno di 5 metri dal confine, nè in aderenza; quest'ultima possibilità, secondo le vecchie e nuove dizioni dello strumento urbanistico, presupporrebbe, ove ammissibile, un accordo in deroga delle parti; pertanto irrilevante la circostanza che il preesistente manufatto della Armeli confinasse con il cortile del Carbonaro e questo fosse parzialmente coperto da una tettoia in uno spazio delimitato, secondo l'appellante, da una parete cieca. Contro la sentenza di appello ha proposto ricorso per cassazione Rosaria Armeli, in base a un motivo. Giovanni Carbonaro non si è costituito in questa sede. Con l'unico motivo addotto a sostegno del ricorso Rosaria Armeli, denunciando "violazione o falsa applicazione dell'art. 873 c.c.", nonché "omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia", lamenta che la Corte di appello ha del tutto trascurato di considerare che l'art. 26 del regolamento edilizio di Santa Maria di Licodia del 1975, con le modifiche e le integrazioni apportatevi nel 1989, espressamente consente l'edificazione sia in aderenza sia sul confine, con prescrizioni entrambe applicabili nella specie. La censura è fondata. Il giudice di secondo grado correttamente ha osservato, richiamando Cass. 10 ottobre 1984 n. 5055, che "allorquando i regolamenti edilizi comunali stabiliscono una distanza minima assoluta tra costruzioni maggiore di quella prevista dal codice civile, detta prescrizione deve intendersi comprensiva di un implicito riferimento al confine, dal quale chi costruisce per primo deve osservare una distanza non inferiore a metà di quella prescritta, con conseguente esclusione della possibilità di costruire sul confine e, quindi, della operatività della prevenzione". Non si tratta però di principi assoluti e inderogabili, poiché l'adozione di tale metodo di misurazione dei distacchi non è affatto incompatibile con la previsione della facoltà di edificare sul confine, ove lo spazio antistante sia libero fino alla distanza prescritta, oppure in aderenza o in appoggio a costruzioni preesistenti, con conseguente applicabilità del criterio della prevenzione (v., da ultimo, Cass. 29 agosto 1997 n. 8231). Il che è appunto consentito dalla disposizione invocata dalla ricorrente, la quale stabilisce bensì, sia nel testo del 1975 sia in quello del 1989, che "nelle nuove costruzioni e ricostruzioni, è prescritta in tutti i casi la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti", ma prevedeva anche, nella versione originaria, che "può evitarsi il distacco quando esiste sul confine un edifico con muro cieco al quale è consentito costruire in appoggio o in aderenza" e prevede, in quella attuale, che "in presenza di pareti cieche è consentita l'edificazione in aderenza; nel rispetto della distanza minima tra pareti finestrate di cui sopra, è consentita altresì l'edificazione sul confine, ed è quindi data facoltà, per il confinante che costruisce successivamente, di potere edificare in aderenza". Di queste disposizioni la Corte di appello non ha tenuto conto, erroneamente ritenendone preclusa l'operatività "sulla base dei principi sopra esaminati" (con i quali, invece, non contrastano affatto), nonché a causa della mancanza di "un accordo in deroga, ove ammissibile, tra le parti" (accordo al quale, invece, la norma condizionava "l'annullamento dei distacchi dai confini tra i lotti", nel testo del 1975, soltanto con riferimento all'ipotesi, diversa da quella in considerazione, in cui "proprietari di più aree contigue intendano provvedere simultaneamente alla edificazione delle aree medesime un unico corpo edilizio che abbia carattere architettonico unitario"). La legittimità dell'opera intrapresa dalla Armeli, pertanto, avrebbe dovuto essere valutata alla stregua non solo della prima parte della norma, che impone l'osservanza di una distanza minima assoluta dai confini, ma anche delle ulteriori sue prescrizioni, che già inizialmente consentivano l'edificazione in aderenza a un muro cieco e la permettono ora anche sul confine, purché sia rispettato il prescritto distacco minimo di dieci metri tra pareti finestrate: disposizione, quest'ultima, sopravvenuta, ma nondimeno applicabile anch'essa nella specie in quanto più favorevole, in forza dei noti principi che regolano la successione nel tempo di norme edilizie (v., da ultimo, Cass. 3 settembre 1991 n. 9348). La Corte di appello non avrebbe quindi potuto esimersi dal compiere quegli accertamenti di fatto che ha ritenuto irrilevanti (e che dovranno essere svolti in sede di rinvio): verificare se la sopraelevazione in questione non sia fronteggiata, a meno di dieci metri, da altri manufatti nel fondo del vicino (cosicché debba considerarsi regolare, alla luce delle disposizioni del 1989, anche se effettuata "sul confine") o se si accosti a una parete cieca delimitante uno spazio coperto dall'adiacente cortile (cosicché ugualmente debba considerarsi per questa parte regolare, alla luce delle disposizioni del 1975 e del 1989, in quanto realizzata "in aderenza"). Allorquando i regolamenti edilizi comunali stabiliscono una distanza minima assoluta tra costruzioni maggiore di quella prevista dal codice civile, detta prescrizione deve intendersi comprensiva di un implicito riferimento al confine, dal quale chi costruisce per primo deve osservare una distanza non inferiore a metà di quella prescritta, con conseguente esclusione della possibilità di costruire sul confine e quindi della operatività della prevenzione. Peraltro, l'adozione di tale metodo di misurazione dei distacchi non è incompatibile con la previsione della facoltà di edificare sul confine ove lo spazio antistante sia libero fino alla distanza prescritta, oppure in aderenza o in appoggio a costruzioni preesistenti, con conseguente applicabilità del criterio della prevenzione" Cass. 16.2.99, n. 1282, GCM, 1999, 351.

"l'art. 23 del regolamento edilizio del comune di Librizi, che impone in modo assoluto la distanza minima di 10 mt. tra pareti finestrate di una costruzione e le pareti degli edifici antistanti senza prevedere la facoltà di costruire in aderenza (salvo che per le edificazioni sui confini allo spazio pubblico), è da ritenere comprensiva di un implicito riferimento al confine, dal quale chi costruisce per primo deve osservare una distanza non inferiore alla metà di quella prescritta (5 mt.), con la conseguente esclusione della possibilità di costruire sul confine e, quindi, della operatività della prevenzione ex art. 875 c.c.. Avendo i coniugi Tindaro Scaffidi-Giuseppina Torre intrapreso la costruzione di un fabbricato in contrada Colla del Comune di Librizzi al confine col fondo di Antonino Salpietro e, solo per un tratto di metri 10, con una rientranza di metri 1,50 rispetto allo stesso confine, il Salpietro, dopo aver proposto denunzia di nuova opera al Pretore competente, chiese, nella successiva fase di merito instaurata davanti al Tribunale di Patti, la condanna dei predetti coniugi all'arretramento del fabbricato sino al raggiungimento della distanza legale dal confine o all'estensione del fabbricato per intero sino alla linea confinaria, oltre che al risarcimento del danno. I convenuti, resistendo, invocarono in loro favore il principio della prevenzione, con le conseguenze stabilite dall'art. 875 c.c. e, in via riconvenzionale, chiesero condannarsi l'attore al risarcimento dei danni subiti per la sospensione dell'esecuzione dei lavori disposta a chiusura della fase cautelare del procedimento di denunzia di nuova opera. L'adito Tribunale, con sentenza 15 marzo 1984, condannò i coniugi Scaffidi-Torre ad arretrare la loro costruzione fino a metri cinque dal confine - secondo le prescrizioni del regolamento edilizio - o ad estenderla per l'intera lunghezza sul confine, oltre al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separato giudizio. Avverso tale decisione i soccombenti proposero gravame, che fu accolto dalla Corte di Appello di Messina, la quale, con sentenza 3 giugno 1986, rigettò la domanda del Salpietro e condannò costui al risarcimento del danno in dipendenza del provvedimento cautelare richiesto. Osservò la stessa Corte che, poiché il regolamento edilizio del Comune di Librizzi prescrive la distanza minima di dieci metri tra pareti finestrate, non fissa alcuna distanza dal confine e riconosce la possibilità di costruire in aderenza, al Salpietro competeva la facoltà alternativa prevista dall'art. 875 c.c., di fronte all'iniziativa edilizia assunta dal preveniente, ma non il diritto di impedire la edificazione a meno di cinque metri dal confine. Il Salpietro ha proposto ricorso per cassazione. I coniugi Scaffidi - Torre hanno risposto con controricorso. Il ricorrente ha presentato memoria. 1 - Col primo motivo del ricorso si denunzia, in riferimento all'art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c., violazione e falsa applicazione degli artt. 873, 875 c.c., oltre che omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione. Lamenta il ricorrente che, essendo stata ritenuta erroneamente applicabile alla fattispecie la norma dell'art. 875, anziché quella dell'art. 873 c.c., gli sia stato disconosciuto il diritto di impedire l'edificazione dei vicini alla distanza di meno di cinque metri dal confine; inoltre, che sia stata riconosciuta ai coniugi Scaffidi - Torre la facoltà di avvalersi del principio di prevenzione, benché questo fosse escluso dalla prescrizione della distanza di dieci metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti contenuta nel piano di fabbricazione del Comune di Librizzi e si rendesse perciò applicabile la disciplina generale dettata dall'art. 873 c.c. con la previsione della distanza di almeno tre metri tra costruzioni, salva la maggiore distanza eventualmente stabilita nei regolamenti locali. 2 - Di tale motivo si deduce dai controricorrenti la inammissibilità, assumendosi la introduzione di un tema di contestazione diverso da quelli prospettati nei precedenti gradi di merito. Il tema relativo all'applicabilità del principio della prevenzione in riferimento alle prescrizioni sulle distanze contenute nel regolamento edilizio del Comune di Librizzi, sulla base delle rispettive deduzioni delle parti in causa, fu affrontato sia dai primi giudici (che al riguardo richiamarono la pronunzia di questa Suprema Corte 29 giugno 1981 n. 4264) sia dai giudici di appello, che, ritenendo applicabile il predetto principio, rigettarono la domanda dell'attore, già accolta in primo grado in conformità delle richieste formulate con la condanna dei convenuti ad arretrare fino a cinque metri dal confine la loro costruzione o a porla sul confine per tutta la sua estensione. Ora l'originario attore, nella veste di ricorrente, contestando le conseguenze negative tratte dai giudici di appello, in ordine alla domanda originariamente proposta, dalla ritenuta applicabilità del principio della prevenzione, non prospetta in alcun modo questioni nuove, non trattate nei precedenti gradi e come tali non proponibili in sede di legittimità. Ciò va sottolineato in riferimento all'eccezione di inammissibilità del motivo mossa dai controricorrenti, chiarendosi altresì, in riferimento alla subordinata eccezione degli stessi relativamente alla dedotta ostatività di un giudicato, che la pronunzia dei primi giudici, favorevole per l'odierno ricorrente, insieme con i suoi presupposti, fu completamente travolta, in seguito a gravame dei soccombenti, dalla riforma operata dai giudici di appello, e che, pertanto, nessuna efficacia preclusiva può ad essa annettersi. 3 - Procedendosi quindi all'esame del motivo formulato negli indicati sensi, va rilevato che per la zona B del territorio del Comune di Librizzi, interessata dalla edificazione dei coniugi Scaffidi-Torre, il vigente regolamento edilizio, con l'art. 23 relativo ai "limiti di distanza tra i fabbricati e dal confine", dispone: "Per i fabbricati di nuova costruzione è prescritta, in tutti i casi, la distanza minima assoluta di metri 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti". Inoltre, per la medesima zona è prevista, come obbligatoria, la costruzione in aderenza, per le edificazioni "sui confini allo spazio pubblico in modo che sia conservata la continuità della chiostrina edilizia". È pertanto evidente che la imposta distanza (nella specie: di dieci metri) tra pareti "finestrate" di una costruzione e pareti degli edifici antistanti ha carattere di assolutezza in rapporto ad un'equa ripartizione del relativo onere, con implicito riferimento al confine, dal quale chi costruisce per prima deve osservare una distanza non inferiore alla metà di quella prescritta (nella specie; di cinque metri), escludendosi quindi la possibilità di costruire sul confine e, perciò, anche l'operatività della prevenzione. Lo stesso carattere di assolutezza, con le medesime conseguenze, è stato già riconosciuto da questa Suprema Corte (v. sentenza 10 ottobre 1984 n. 5055; sentenza 29 giugno 1981 n. 4246, richiamata dai primi giudici) in riferimento alla prescrizione, attraverso norme di regolamenti edilizi comunali, di una determinata distanza minima "assoluta" tra pareti "finestrate" di una costruzione e pareti degli edifici antistanti. Di fronte a tale assetto della normativa locale, riguardante la materia delle distanze nelle costruzioni e perciò integrativa delle relative disposizioni del codice civile (artt. 872 e segg.), per il carattere assoluto della distanza prescritta e per la non inserita previsione della facoltà di costruire in aderenza (essendo invece prevista, come obbligatoria, la costruzione in aderenza solo per le edificazioni "sui confini allo spazio pubblico in modo che sia conservata la continuità della chiostrina edilizia"), si sarebbe dovuto ritenere derogato il principio della prevenzione stabilito dagli artt. 873 e 875 c.c. A contraria conclusione pervennero invece i giudici di appello in base agli erronei rilievi della mancata imposizione di una determinata distanza dal confine e della riconosciuta possibilità di costruire in aderenza. Se gli stessi giudici avessero esattamente inteso la portata della predetta normativa, non sarebbero incorsi nell'ulteriore errore di respingere la domanda del Salpietro, addirittura intesa, attraverso l'invocata alternativa della condanna dei convenuti all'arretramento del loro fabbricato sino alla prescritta distanza dal confine o all'estensione dell'intera costruzione per tutta la sua lunghezza sul confine, ad ottenere un "minus" rispetto alla sanzione della sola riduzione in pristino, normalmente conseguente, insieme con quella di risarcimento del danno, alla violazione delle norme del codice civile, o di quelle integrative dettate dai regolamenti locali, sulle distanze edilizie (art. 872 2 comma c.c.). È comunque ovvio che una pronunzia favorevole per l'originario attore, come quella già emessa dai primi giudici, avrebbe dovuto essere contenuta nell'ambito della corrispondenza col chiesto, in omaggio al principio posto dall'art. 112 c.p.c. 4 - Alla stregua delle considerazioni svolte deve accogliersi il motivo preso in esame, stante la rilevata violazione e falsa applicazione di norme giuridiche, con la conseguente cassazione della sentenza impugnata. Rimane assorbito il secondo motivo, con il quale il ricorrente si duole della condanna inflittagli per responsabilità processuale aggravata ai sensi dell'art. 96 c.p.c. in dipendenza della sorte della sua domanda (e quindi del provvedimento cautelare ottenuto nella fase preliminare del procedimento di denunzia di nuova opera)" Cass. 28.4.92, n. 5062, GCM, 1992, 4.

La tesi secondo la quale i regolamenti locali che stabiliscono una distanza minima assoluta tra costruzioni maggiore di quella prevista dal codice civile implicitamente fanno riferimento al confine tra i due fondi, con conseguente inapplicabilità del principio della prevenzione, è stata inoltre applicata anche per quanto concerne l"interpretazione della legge della regione Sicilia,

"l'art. 22 lett. b) l. reg. Sic. 27 dicembre 1978 n. 71, prescrivendo per i fabbricati costruiti in aree vincolate a verde agricolo un distacco minimo di metri 20, pone una limitazione di carattere assoluto (non essendo ammessa la costruzione in aderenza) ed esclude la possibilità dei proprietari confinanti di ripartire in modo non paritario il distacco obbligatorio dal confine dei loro fondi. Con ricorso al Pretore di Francavilla di Sicilia in data 7.10.1985 Anna Guardione e Federico Leotta proposero denuncia di nuova opera lamentando l'illegittimità, per violazione delle norme sulle distanze, della costruzione eseguita da Carmelo Vasta su un fondo agricolo al terreno dei ricorrenti. Il Pretore, sospesi i lavori ed eseguita consulenza tecnica, rimise la causa davanti al Tribunale di Messina competente per valore. Riassumendo la causa davanti a quel Tribunale gli attori chiesero che, previa conferma della misura cautelare adottata, si dichiarasse il Vasta obbligato ad arretrare la costruzione in corso fino alla distanza di dieci metri dal confine ed a risarcire il danno. Il convenuto eccepì l'inapplicabilità nella specie dell'art. 22 legge regionale 71-78, sostenendo che legittimamente la costruzione era stata eretta alla distanza di cinque metri dal confine, nel rispetto delle disposizioni contenute nell'art. 19 del piano regolatore generale, ragion per cui chiese il rigetto della domanda e, in via riconvenzionale, il risarcimento del danno. Il Tribunale con sentenza del 14 luglio - 10 settembre 1986 rigettò le domande proposte dagli attori e anche la domanda riconvenzionale. La Corte d'appello di Messina con sentenza 9 aprile - 10 settembre 1988, in accoglimento dell'appello proposto dagli attori, ha condannato il Vasta a demolire la costruzione nella parte che si trovava a meno di dieci metri dal confine ed al risarcimento dei danni da liquidarsi in separato giudizio. In particolare, andando in contrario avviso rispetto alla decisione del Tribunale, ha ritenuto che non fosse operante il criterio della prevenzione in ogni caso in cui, come nella specie, la norma urbanistica, prescrivendo un distacco minimo fra fabbricati, pure escludesse la possibilità per i proprietari confinanti di costruire in aderenza a preesistenti edifici ed anche quella di ripartire in modo non paritario fra i rispettivi fondi il distacco obbligatorio. Quando infatti il regolamento edilizio, come nel caso, imponeva un distacco minimo fra pareti finestrate, la prevista assolutezza della distanza, rapportata ad un'equa ripartizione del relativo onere, secondo la Corte d'appello era da ritenersi implicitamente riferita anche al confine. Se, cioè, le norme d'edilizia imponevano un distacco assoluto e senza alternativa, con conseguente divieto di costruire in aderenza, il criterio della prevenzione, precisava la Corte, inapplicabile poiché il diritto di scelta attribuito al proveniente giustificato soltanto dal corrispondente diritto del secondo costruttore di avanzare la propria costruzione fino a quella preesistente. Diversamente, nella specie la costruzione dell'edificio del Vasta, sito a soli cinque metri dal confine, avrebbe pregiudicato il diritto dei vicini, i quali, non potendo costruire in aderenza, sarebbero stati costretti a distanziare il loro edificio di m. 15 dal confine, stante l'obbligo del distacco di venti metri fra fabbricati. Pertanto, il Vasta era tenuto ad arretrare l'edificio fino alla distanza di dieci metri dal confine. Contro tale decisione Carmelo Vasta ha proposto ricorso per cassazione articolato in quattro motivi di censura. Gli intimati hanno depositato procura al difensore per la discussione orale avvenuta in assenza del difensore del ricorrente. Con il primo motivo di ricorso, denunciandosi la falsa applicazione degli artt. 873 cod. proc. civ (NDR: così nel testo). e 22 della legge regionale siciliana n. 71 del 1978 nonché motivazione illogica e contraddittoria, il tutto ai sensi dell'art. 360 primo comma n. 3 e n. 5 cod. proc. civ., si sostiene che la Corte d'appello nella impugnata sentenza ha erroneamente ritenuto violata dal ricorrente Vasta la citata norma dell'art. 22 della legge regionale che alla lett. b prescrive distacchi fra fabbricati non inferiori a m. 20, con ciò integrando norma più favorevole di quella dell'art. 19 del P.R.G. che prescrive una distanza di m. 5 dal confine, per i manufatti costruiti come quello de quo in "verde agricolo" e che pertanto è incompatibile con la prescrizione di una distanza di metri dieci dal confine. La norma più favorevole in materia di distacchi fra fabbricati, se fosse interpretata come l'ha intesa il giudice d'appello, secondo il ricorrente, diverrebbe, del tutto illogicamente, meno favorevole di quella dell'art. 19 del P.R.G., benché essa non contenga alcun riferimento alla distanza dal confine fino al punto in cui la preesistenza di un fabbricato nel fondo di un vicino determini un distacco di metri venti fra lo stesso ed il nuovo edificio, indipendentemente dalla distanza del primo dal confine. Diversamente opinando, il nuovo fabbricato, secondo il ricorrente, potrebbe essere costruito a soli dieci metri dal confine e dal preesistente fabbricato e quindi dal confine. La soluzione interpretativa della Corte d'appello è, a detta del ricorrente, d'altra parte, contrastata anche dall'assenza nel fondo degli attori di un preesistente fabbricato e non si pone, perciò, un problema di distacco fra i fabbricati. Con il secondo motivo di ricorso, che sarà trattato congiuntamente al primo mezzo perché connesso e complementare, si denunciano la violazione di norme di legge (artt. 873 - 875 cod. civ.) nonché il vizio di insufficiente, illogica e contraddittoria motivazione sul punto decisivo della prevenzione, il tutto ai sensi dell'art. n. 3 e 5 cod. proc. civ. Si lamenta, in particolare, che la Corte d'appello abbia ritenuto inapplicabile il criterio della prevenzione, sull'erroneo rilievo che esistesse una norma impositiva della distanza minima di m. 10 dal confine e che il ricorrente Vasta l'avesse violata, quando, invece, egli oltre a non essere obbligato ad osservare il distacco qual'era prescritto dall'art. 22 della legge regionale 71-78 in presenza di un fabbricato di riferimento, si era, per di più, tenuto a m. 5 dal confine, come richiesto dal P.R.G. che non escludeva le costruzioni in aderenza, mentre, secondo il ricorrente, detto art. 22 regolava soltanto il distacco fra fabbricati. Infine, il giudice d'appello, non avrebbe considerato che la prevenzione costituisce regola generale cui si deroga soltanto nel caso in cui le norme edilizie prescrivano una distanza minima dal confine. Le censure mosse con i due motivi in esame sono prive di fondamento, poiché l'assunto posto a base dell'impugnata sentenza e secondo cui l'art. 22 della legge 71-78 della Regione Sicilia, in deroga alla minore distanza richiesta dall'art. 5 del P.R.G. del Comune di Francavilla, prescrive non solo un distacco di m. 20 tra fabbricati ma anche una distanza dal confine, pari alla metà di esso, è frutto di un accertamento interpretativo adeguatamente motivato e privo di vizi logici od altri errori manifesti, fondandosi, inoltre, su una corretta applicazione delle norme e dei principi che regolano la prevenzione nelle costruzioni (artt. 873 e 875 cod. civ.). Trattandosi nella specie di un edificio da adibirsi alla conservazione e trasformazione di frutta e verdura, costruito in zona, normalmente non edificabile, "verde agricolo", e ciò in virtù della deroga accordata dalla legge regionale a manufatti del genere, il giudice d'appello ha correttamente ritenuto che il criterio della prevenzione, derogabile dal regolamento edilizio, non possa essere invocato allorquando, come nel caso, la sua applicazione, stante l'inderogabilità delle norme del P.R.G. e dei regolamenti edilizi, priverebbe il secondo costruttore (ovvero il costruttore prevenuto) della facoltà di scelta che gli compete a norma dell'art. 875 cod. civ. A tale affermazione che aderisce, nella sostanza, ad un consolidato indirizzo della giurisprudenza di questa S. C. (cfr., ex pluribus, le sentenze 8440-90 e 3530-86) il giudice d'appello ha fatto seguire l'altrettanto incensurabile statuizione secondo cui la citata norma della legge regionale, prescrivendo un distacco minimo di m. 20 "tra fabbricati" pone una limitazione di carattere assoluto ovvero esente da alternative, che esclude, perciò, una pari ripartizione del distacco fra i proprietari confinanti. L'edificio del Vasta, sito a soli m. 5 dal confine, come ha rilevato la Corte d'appello, pregiudica il diritto dei vicini, i quali, non potendo costruire in aderenza, sarebbero costretti ad edificare ad una distanza non minore di m. 15 dal confine, stante la rilevata irriducibilità del distacco di 20 metri tra edifici. Alla stregua delle esposte considerazioni, risulta palesemente priva di consistenza logico - giuridica, siccome fondato sulla arbitraria premessa di un asserito maggior favore per il proveniente da parte della norma regionale, l'argomento secondo cui questa non può essere interpretata nel senso che essa prescriva anche una distanza dal confine, come tale meno favorevole, come quella ritenuta applicabile dalla Corte d'appello. Del pari infondata è l'ulteriore affermazione del ricorrente secondo cui la norma dell'art. 22 stante la sua precisa formulazione non può essere interpretata estensivamente, nel senso, cioè, che essa prescriva una distanza minima dal confine, ostandovi, a suo dire, anche l'assurda conclusione che, nel caso di edificio costruito sul confine anteriormente all'entrata in vigore della legge regionale 71-78 ne discenderebbe a favore del secondo costruttore, perché abilitato, si assume, ad edificare a soli m. 10 dal confine. Il contrario assunto della Corte d'appello è, invero, sorretto dalla giusta considerazione attribuita alla particolare natura e destinazione dei manufatti costruiti in aree vincolate a verde agricolo, nei limiti ed in corrispondenza con le altrettanto peculiari finalità d'igiene e sicurezza perseguite dalla norma autorizzativa, elementi logico - razionali, questi, che, nel pensiero del giudice d'appello, quale si desume dal contesto della motivazione, travalicando il dato puramente testuale, assurgono, anch'essi, a contenuto della norma, senza che ne derivi alcuna conseguenza aberrante del genere di quella prospettata dal ricorrente con la non pertinente ipotesi di una prevenzione avvenuta anteriormente alla entrata in vigore della legge regionale. Con il terzo motivo di ricorso, denunciandosi la violazione dell'art. 360 primo comma n. 3 e n. 5 cod. proc. civ. per erronea applicazione degli artt. 872 e 2043 cod. civ. nonché motivazione illogica e contraddittoria, si lamenta che la Corte d'appello, nel condannare il ricorrente al risarcimento del danno, non abbia considerato che "la legittimità della costruzione e la subordinata applicabilità del criterio della prevenzione nei limiti del Piano Regolatore Generale escludono la sussistenza di un danno risarcibile al carico del ricorrente. Il motivo, osserva la Corte, è manifestamente privo di fondamento perché proposto contro una pronuncia che, come la condanna generica al risarcimento del danno, è puramente conseguenziale alla condanna vertente sul capo principale e, come tale, non può essere oggetto d'impugnazione se non per motivi subordinati rispetto a quelli che riguardano l'accertamento della responsabilità. Manifestamente infondato, per analoghe considerazioni, attinenti alla non impugnabilità in via autonoma della pronuncia di condanna del soccombente alle spese di causa, appare anche il quinto motivo di ricorso con cui, denunciandosi la violazione dell'art. 91 cod, proc. civ. in relazione all'art. 360 comma primo n. 3 e n. 5 stesso cod. proc. civ. si lamenta, in particolare, che l'impugnata sentenza abbia condannato il ricorrente al pagamento delle spese del doppio grado benché una pronuncia del genere possa conseguire, si afferma, soltanto alla soccombenza" Cass. 20.3.93, n. 3306, GCM, 1993, 531,

nonché vagliata tanto per quanto concerne le pareti finestrate, quanto per quanto riguarda le costruzioni prive di aperture:

"il criterio della prevenzione di cui all'art. 875 c.c. è inapplicabile qualora il regolamento edilizio comunale (nella specie: di Berra) imponga una determinata distanza "assoluta" (nella specie: dieci metri) tra pareti "finestrate" di una costruzione e pareti degli edifici antistanti, poiché la prevista assolutezza della distanza, rapportata ad un'equa ripartizione del relativo onere, è da ritenere comprensiva di un implicito riferimento al confine, dal quale chi costruisce per primo deve osservare una distanza non inferiore alla metà di quella prescritta (nella specie: cinque metri), con conseguente esclusione della possibilità di costruire sul confine e, quindi, dell'operatività della prevenzione, e ciò anche se l'erigenda costruzione sia priva di finestre verso il confine, in quanto, altrimenti, - salva l'ipotesi di preventivo accordo per edifici abbinati ovvero edifici con pareti fronteggianti prive di finestre -, l'obbligo della distanza in questione finirebbe per gravare in prevalenza sul vicino che intendesse successivamente costruire con finestra verso il confine stesso" (Cass. 29.6.81, n. 4246, GCM, 1981, 6; Cass. 10.10.84, n. 5055, RGE, 1985, I, 20, GCM, 1984, 10).



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