Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Lombardi Filippo - 2014-12-10

REITERAZIONE DELLA MINACCIA AI FINI ESTORSIVI E UNICITA' DEL REATO - Cass. Pen. 45029/2014 - Filippo LOMBARDI

Con la sentenza in epigrafe, la Corte di Cassazione (2^ Sezione Penale) si è pronunciata sulla questione se la reiterazione della minaccia nei confronti della vittima, al fine di ottenere il residuo pecuniario della prestazione originariamente concordata come prezzo dell'estorsione integri - qualora immediatamente dopo di essa avvenga l'arresto del reo in flagranza di reato - un tentativo di estorsione autonomo da affiancare (ex art. 81 co. 2 c.p.) alla estorsione consumata per la somma già pagata o, piuttosto, confluisca nell'unica fattispecie estorsiva consumata.

Questi in breve i fatti.

Una donna riceveva da un sacerdote messaggi a contenuto sessuale, dunque decideva di estorcere al predetto la somma di euro 30.000, dietro minaccia di pubblicazione dei messaggi a sfondo erotico ricevuti. Il sacerdote avvertiva le forze dell'ordine, le quali si accordavano col denunziante nel senso che l'uomo avrebbe dovuto incontrare la donna per consegnarle solo una parte del denaro (euro 1.000), così permettendo l'arresto in flagranza della stessa.

Quanto detto avveniva così come da accordi, ma la donna - stizzita dal pagamento solo parziale posto in essere dal sacerdote - minacciava nuovamente l'uomo in modo che rimanesse vivo l'obbligo di consegnare il residuo, conformemente alla pattuizione originaria. Immediatamente dopo aver incassato il pagamento, veniva arrestata dalle forze di polizia appostate in loco.

La Suprema Corte avalla l'orientamento per cui la reiterazione della minaccia volta ad ottenere la somma residua, di quanto a monte pattuito come prezzo totale dell'estorsione, non genera una nuova fattispecie estorsiva tentata ma configura un atto da inglobare nella estorsione già consumata nel momento in cui il reo ha ottenuto un ingiusto profitto con altrui danno. Infatti, l'unicità della "azione" non va vagliata con riferimento all'unico "atto", ben potendo gli atti essere molteplici e tuttavia dare origine ad un unico reato qualora siano finalisticamente orientati al risultato unico, avvenuti in un contesto temporale non inciso da interruzioni della determinazione volitiva e non connotati da divergenze tali da assegnare ad essi una valenza dogmatica in grado di significare ex se la configurazione del reato estorsivo autonomo.

La sensazione che se ne trae è dunque nel senso della asserita compatibilità tra il delitto di estorsione e la figura dogmatica del reato ad esecuzione frazionata: anche per quanto concerne il delitto ex art. 629 cod. pen., deve dunque ammettersi che, dopo l'originaria condotta consistita nella minaccia al fine di costringere a pagare una certa somma, sia l'atto minatorio sia il conseguimento del profitto con altrui danno possono avvenire in "frazioni". O meglio: la minaccia viene effettivamente reiterata ma rimane funzionale al medesimo fine in precedenza instaurato; il profitto è progressivamente ottenuto.

Sia consentita però un'osservazione. La Cassazione, come preannunciato, statuisce nel senso che nel caso di specie si sia configurata l'estorsione unica consumata. Viene spontaneo porre l'attenzione su due aspetti:

1) La rilevanza della somma concordata ai fini della effettiva consumazione del delitto di estorsione.

2) Il concetto di riserva mentale.

Circa il punto n. 1, si deve immediatamente sgombrare il campo dal possibile equivoco secondo cui la consumazione del delitto di estorsione dipenda dall"ottenimento del prezzo "concordato". Tale elemento è estraneo alla norma (art. 629 c.p.), la quale ritiene sufficiente che vi sia un profitto connesso ad un danno, senza inserire alcun tipo di "soglia di punibilità". Detto altrimenti, se l"estorsore chiede 100 e l"estorto paga 10, non si può parlare di tentativo di estorsione, in quanto la norma non richiede che siano avvenuti un profitto ed un danno completi, cioè contenutisticamente conformi al pattuito.

Circa il punto n. 2, v"è da ragionare più approfonditamente: il pagamento avviene solo per dare modo alle forze dell'ordine di arrestare in flagranza il reo, e non perchè sulla sfera psichica del soggetto passivo sia effettivamente avvenuta una coercizione con annessa limitazione della libertà di autodeterminarsi in ambito patrimoniale. V'è da chiedersi se la riserva mentale consenta di ritenere la fattispecie "bloccata" allo stadio di tentativo piuttosto che estesa sino al momento consumativo.

Sul punto, una giurisprudenza molto risalente (Cassazione Penale, 1966) ritiene che la fattispecie sia solo tentata, probabilmente dando risalto alla non riconducibilità dell'attribuzione patrimoniale al momento dell'intimidazione. Detto altrimenti, l'estorsione dovrebbe verificarsi quando dall'effetto limitativo della libertà morale discenda eziologicamente l'atto dispositivo a contenuto patrimoniale; al contrario, nel caso in cui la vittima consegni il denaro in base all'accordo avvenuto con le forze dell'ordine, tale atto dispositivo non è conseguenza della lesione della capacità di autodeterminazione in campo patrimoniale prodotta dalla condotta minacciosa, bensì dell'accordo avente come fine il tempestivo arresto del reo.

Le pronunzie più recenti ritengono invece che la fattispecie sia consumata, anche laddove - subito dopo la consegna - le forze di polizia abbiano tratto in arresto il reo, in quanto si sono in ogni caso perfezionati tutti gli elementi costitutivi indicati nella norma: violenza/minaccia, costrizione a fare/omettere, profitto per l'agente e danno in capo ad altri. Viene contestualmente ripudiata l'obiezione da taluno mossa secondo cui, se il profitto e il danno sono in concreto "claudicanti" in quanto non hanno avuto chances di stabilizzarsi a causa dell'intervento pressoché immediato delle Forze dell'Ordine, l'evento non può dirsi realizzato.



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