Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Bernicchi Francesco Maria - 2014-11-04

RESISTENZA A PUBBLICO UFFICIALE E STATO DI NECESSITA' - Cass. Pen. 45111/14 - F.M. BERNICCHI

Resistenza a pubblico ufficiale e rapporto con lo stato di necessità.

L'imputato propone ricorso lamentando il mancato riconoscimento, per il reato attributogli, dell'esimente dello "stato di necessità".

La Cassazione non valuta la sussistenza dell'articolo 54 c.p. dato che la censura è manifestamente infondata perché, in modo surrettizio, tenta di introdurre in sede di legittimità una nuova ed alternativa versione dei fatti.

Il fatto, in breve: con sentenza del 16/04/2013, la Corte di Appello di Napoli decidendo in sede di rinvio confermava la sentenza con la quale, in data 09/05/2007, il giudice dell'udienza preliminare dei tribunale di Santa Maria Capua Vetere aveva ritenuto L.R. colpevole dei reati di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento consistito nel tamponare, per due volte, l'autovettura dei C.C. nel quale si trovava il proprio fratello tratto in arresto dai medesimi Carabinieri proprio in quell'istante.

Contro detta sentenza il ricorrente lamenta che la Corte non aveva motivato adeguatamente sul punto devolutale dalla S.C. o, comunque, aveva motivato in modo dei tutto illogico.

La Corte, infatti, non aveva considerato che «i tamponamenti, erano chiaramente un estremo tentativo di indurre i C.C. a prestare soccorso al L.B. ed indurli a portarlo in ospedale prima che alla casa circondariale».

Tuttavia, per la Corte Suprema, la censura è manifestamente infondata.

La Corte, come detto già pronunciatasi sul caso de quo avendo rinviato ad altra sezione della corte d'appello di Napoli, evidenza che detto collegio avrebbe dovuto motivare sui seguenti due punti: a) se fosse configurabile o anche semplicemente erroneamente supposto lo stato di necessità da parte dell'imputato; b) per quali ragioni l'aumento di pena inflitto per la continuazione fosse congruo.

In ordine al primo punto, la Corte ha ricostruito il fatto nei seguenti termini: «gli agenti delle forze dell'ordine si erano avvicinati all' autovettura dentro la quale vi erano i due L. (l'attuale imputato e il fratello) al fine di notificare al fratello dell'imputato ordine di esecuzione di mandato di arresto;il fratello dell'imputato aveva reagito in malo modo, colpendo con pugni uno dei due carabinieri, ed era stato ammanettato e portato via con la vettura di servizio;l'imputato, intanto, si era posto alla guida della sua autovettura ed aveva iniziato a speronare l'auto dei carabinieri, che veniva danneggiata».

Alla stregua della suddetta ricostruzione fattuale, la Corte ha tratto la seguente conclusione giuridica: «La condotta posta in essere dall'imputato integra sia il reato di resistenza a pubblico ufficiale che quello di danneggiamento, come contestati: a nulla rilevano le osservazioni mosse dalla difesa sul punto.

Infatti, il comportamento posto in essere dal L. non può essere inquadrato, come invece sostenuto dal difensore, nell' esimente dello "stato di necessità", che scrimina la condotta illecita quando colui che ha commesso il fatto sia stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona.

Nel caso di specie la difesa deduce che le gravi condizioni di salute del fratello dell'imputato avrebbero indotto il L. a commettere la condotta illecita allo scopo di evitare danni gravi alla persona. Si rileva che lo stesso comportamento tenuto dal L. appare incompatibile con la necessità rappresentata, ovvero il pericolo attuale di un danno grave alla persona, atteso che proprio per la stessa patologia, dalla quale l'imputato è affetto (consistenti in problemi di natura cardiaca) una condotta come quella posta in essere avrebbe potuto essere fatale».

Si tratta di motivazione ineccepibile sia dal punto di vista giuridico che fattuale in quanto, contrariamente a quanto nuovamente sostenuto in modo tralaticio dall'imputato nel presente ricorso, nel fatto così come descritto dalla Corte non è minimamente ipotizzabile né lo stato di necessità né l'erronea supposizione del medesimo proprio perché, come bene ha stigmatizzato la Corte con ragionamento incensurabile, lo stesso comportamento del ricorrente deve ritenersi incompatibile con il presunto stato di necessità, così come quello tenuto dal di lui fratello che, alla notifica dell'ordine di arresto, non ebbe alcuna remora a reagire  «in malo modo, colpendo con pugni uno dei due carabinieri»: comportamento questo che, certo, non si addice ad un cardiopatico che, secondo l'assunto difensivo, necessitava di essere immediatamente  ricoverato invece che tradotto in carcere.

Pertanto, la censura dev'essere dichiarata manifestamente infondata, in quanto meramente reiterativa di quella già dedotta nel giudizio di merito e disattesa con motivazione congrua ed aderente ai dati fattuali, dalla Corte territoriale.

La censura, in altri termini, è manifestamente infondata perché, in modo surrettizio tenta di introdurre in sede di legittimità una nuova ed alternativa versione dei fatti.



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