Legislazione e Giurisprudenza, Responsabilità oggettiva, semioggettiva -  Mazzon Riccardo - 2014-05-29

RESPONSABILE L'IMPRENDITORE ANCHE SE IL RAPPORTO E' OCCASIONALE E TEMPORANEO? - Riccardo MAZZON

Una grossa quercia, a seguito di un temporale, s'abbatte su un cavo della linea telefonica aerea che, per il peso, flette verso terra; uno dei proprietari del fondo interessato decede in occasione dell'abbattimento della quercia suddetta in quanto il cavo, liberato dal peso dell'albero, origina un "effetto fionda" che scaglia un pezzo del tronco in aria: il pezzo tagliato, cadendo al suolo, colpisce proprio uno dei proprietari che, per le gravi lesioni subite, muore.

E' a causa di tale accadimento che nasce il contenzioso oggetto d'analisi della sentenza epigrafata, contenzioso attraverso il quale i congiunti della vittima citano in giudizio la persona incaricata - proprio dai proprietari del fondo - all'abbattimento della pianta, la quale è condannata, dal giudice di prime cure, come esclusivo responsabile dell'accaduto.

La Corte d'appello di Roma, invece, ritenuto essersi verificata l'ipotesi dell'articolo 2050 del codice civile (ma non quella dell'articolo 2049, medesimo codice - cfr. amplius il volume "Responsabilita' oggettiva e semioggettiva", Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012 -), parzialmente riformando la prima sentenza, ritiene responsabile l'esecutore per il 40%, ponendo l'altra parte di responsabilità a carico della vittima.

La Suprema Corte è, così, interessata attraverso ricorso dell'esecutore (a mezzo di tre motivi) e controricorso degli originari attori (i quali propongono ricorso incidentale a mezzo di tre motivi):

"il primo motivo del ricorso principale sostiene che la sentenza avrebbe errato nel ritenere sussistente il nesso eziologico tra la condotta lesiva e l'evento in applicazione dell'art. 2050 c.c., prescindendo dal suo concreto accertamento. Afferma che la condotta omissiva imprudente del danneggiato e dei suoi congiunti avrebbe creato un'elevata situazione di pericolo ed andrebbe qualificata come antecedente autonomo e sufficiente a produrre l'evento. Il secondo motivo censura la sentenza per avere ingiustamente escluso l'applicabilità della disposizione dell'art. 2049 c.c., sul presupposto che non era stato accertato alcuno stabile vincolo di subordinazione tra il M. ed i P.. Sostiene che, invece, per l'applicabilità della menzionata disposizione è sufficiente un rapporto di dipendenza anche temporaneo ed occasionale. Il terzo motivo, sotto il profilo della violazione dell'art. 1227 c.c., sostiene che il giudice avrebbe dovuto accertare che l'evento non si sarebbe verificato senza la condotta negligente della vittima (l'omessa recisione del cavo d'acciaio prima di procedere al taglio della quercia; l'essere rimasta spettatrice al taglio, pur nella consapevolezza del pericolo esistente). Il primo motivo del ricorso incidentale censura la sentenza per non avere valutato: che era stato lo stesso M. ad invitare il P. a prestargli aiuto; che il primo s'era presentato tre ore dopo all'appuntamento concordato con il secondo e, non avendolo trovato, aveva deciso autonomamente di procedere al taglio dell'albero; che la vittima non aveva preso parte ai fatti antecedenti il taglio, sicchè non aveva colpa nell'accaduto; che il M. s'era avventurato in un'operazione che non era alla sua portata. Il secondo motivo censura la sentenza per avere attribuito alla vittima il concorso di colpa nella produzione dell'evento. Il terzo motivo censura la sentenza per avere attribuito alla vittima un grado di colpa prevalente rispetto a quella attribuita al danneggiante" Cassazione civile, sez. III, 22/03/2011, n. 6528 Mancini c. Palumbo ed altro Giust. civ. Mass. 2011, 3, 440

I giudici di legittimità, ritenendo i motivi primo e terzo del ricorso principale e tutti i motivi del ricorso incidentale in parte inammissibili (laddove chiedono al giudice di legittimità una nuova valutazione degli elementi probatori emersi dall'istruzione è dunque, un nuovo e diverso giudizio sul merito della causa) ed in parte infondati (laddove censurano violazioni di legge e vizi della motivazione, posto che il giudice ha fatto corretta applicazione delle disposizioni normative di riferimento ed ha motivato in maniera congrua e logica in ordine a tutte le circostanze di causa), concentrano la propria attenzione sul secondo motivo del ricorso principale, che, come s'è visto, censura la violazione dell'articolo 2049 del codice civile.

Il ricorrente, infatti, nel sostenere l'applicabilità di questa disposizione, censura il punto della sentenza in cui si afferma che essa sarebbe inapplicabile per non essere emerso alcun vincolo di subordinazione tra l'esecutore del taglio ed i proprietari del fondo (che, in realtà, lo avevano incaricato del taglio), né un potere di direzione e vigilanza da parte di questi sul primo: tale affermazione, effettivamente, non risulta corretta e sarà, quindi, modificata (ex articolo 384 del codice di procedura penale, ultimo comma) dal Supremo Consesso in quanto essa, benché sia sul punto erroneamente motivata in diritto, ha reso un dispositivo conforme a diritto.

Ragionando in concreto, è infatti ormai consolidato, nella giurisprudenza della Corte di cassazione, il principio in ragione del quale, per la sussistenza della responsabilità dell'imprenditore ai sensi dell'articolo 2049 del codice civile, non è necessario che le persone - che si siano rese responsabili dell'illecito - siano legate all'imprenditore da uno stabile rapporto di lavoro subordinato, ma è sufficiente che le stesse siano inserite, anche se temporaneamente od occasionalmente, nell'organizzazione aziendale, ed abbiano agito, in questo contesto, per conto e sotto la vigilanza dell'imprenditore (tra le pronunce più recenti in tal senso, si veda Cass. n. 21685/05):

"nella specie, non v'è dubbio che il M. agisse occasionalmente per conto dei P. e sotto la loro vigilanza, sicchè, da questo punto di vista (quello fatto proprio dal ricorrente) non vi sarebbe ragione per escludere l'applicabilità della speciale responsabilità in questione. Il ricorrente, nell'invocarne l'applicazione, non porta il proprio discorso all'esito finale. Tuttavia, deve ritenersi che egli intenda sostenere che per la propria (del M.) attività illecita di preposto debba rispondere il preponente (il P.); sicchè, in ultima analisi, quest'ultimo (la vittima) sarebbe responsabile del danno a sè stesso cagionato. In altri termini (si crede di capire) questa tesi porterebbe a concludere circa l'inesistenza stessa dell'illecito. La tesi non è, però sostenibile, non per la ragione (come s'è visto prima) affermata in sentenza, ma perchè la sfera d'applicabilità della disposizione dell'art. 2049 c.c., coinvolge i danni arrecati dal commesso ai terzi e non quelli dal commesso arrecati a sè stesso o al committente" Cassazione civile, sez. III, 22/03/2011, n. 6528 Mancini c. Palumbo ed altro Giust. civ. Mass. 2011, 3, 440

In verità (ed è questa la tesi sostenuta nella sentenza in commento), come ha osservato più recente dottrina, la responsabilità dell'articolo 2049 del codice civile trova il suo collegamento con le responsabilità previste dagli articoli 2050 e 2054, medesimo codice (piuttosto che con quelle di cui agli articoli 2047 e 2048, come ritenevano i tradizionali autori): trattasi di ipotesi in cui il danno è causato da un bene che si trova in particolare relazione col soggetto medesimo, oppure da un'attività direttamente svolta o esercitata a mezzo di un'entità strumentale inanimata (cosa), animale, umana (preposto): quella che oggi, abbandonando i termini arcaici utilizzati dal legislatore, viene definita "responsabilità institoria" trova la sua fonte in un rapporto dal quale nasce l'obbligazione e la giustificazione del trasferimento del costo del danno in capo al preponente;

"l'art. 2049 è stato concepito per rafforzare la posizione del danneggiato, fornendogli un legittimato passivo con ogni probabilità più solvibile del danneggiante diretto; tuttavia, il danneggiato può sempre agire anche e solo contro quest'ultimo (ad es. nel caso di un preponente in stato prefallimentare e contemporaneamente un danneggiante diretto facoltoso) Balì, La responsabilità dei padroni e dei committenti, in GC, 1989, II, 488

essa è una forma di responsabilità diretta (in quanto fondata sull'uso strumentale della persona altrui), che consente il realizzarsi dell'equilibrio tra l'utilità d'impresa conseguita e l'esposizione di fronte ai terzi per il rischio derivante dal processo necessario per conseguirla ed, in tal senso, prescinde del tutto dalla culpa in vigilando o in eligendo (la dimostrazione della cui assenza non esime dalla responsabilità in questione):

"in quest'ordine di idee, la disposizione normativa in esame esplica la sua funzione in favore dei terzi che siano stati lesi dal fatto illecito del preposto, mentre non è applicabile nei casi in cui il danneggiato sia il preposto stesso o, addirittura, il preponente. In conclusione, deve affermarsi il principio di diritto in ragione del quale, la responsabilità posta dall'art. 2049 a carico dei padroni e committenti per i danni arrecati dal fatto illecito dei loro domestici e commessi nell'esercizio della incombenze a cui sono adibiti trova applicazione limitatamente al danno cagionato ad un terzo dal fatto illecito del domestico o del commesso, ma non è invocabile al fine di ottenere il risarcimento del danno che quest'ultimo abbia, con la sua condotta, procurato al committente oppure a se stesso. I ricorsi devono essere, dunque, respinti, con conseguente, totale compensazione tra le parti delle spese del giudizio di cassazione. P.Q.M. La Corte, riuniti i ricorsi, li rigetta e compensa interamente tra le parti le spese del giudizio di cassazione. Così deciso in Roma, il 20 gennaio 2011. Depositato in Cancelleria il 22 marzo 2011  Cassazione civile, sez. III, 22/03/2011, n. 6528 Mancini c. Palumbo ed altro Giust. civ. Mass. 2011, 3, 440.



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