Legislazione e Giurisprudenza, Risarcimento, reintegrazione -  Mazzon Riccardo - 2014-10-15

RESPONSABILITA' DA ATTIVITA' PERICOLOSA: IL TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI - Riccardo MAZZON

Nel nostro ordinamento esistono specifici richiami alla pericolosità dell'attività esercitata; si pensi, ad esempio, pensi al richiamo effettuato dall'articolo 15 del decreto legislativo n. 196 del 2003 – secondo la pronuncia che segue, ad esempio, ricorre la violazione delle norme poste a tutela dei dati personali contenute nel d.lg. 30 giugno 2003 n.196, nel caso in cui una comunicazione relativa alla presentazione di una domanda di pensione per invalidità, contenente anche la notizia di una visita medica, venga inviata tramite una cartolina aperta. In tal caso si applica alla fattispecie, a norma dell'art. 15 d.lg. cit., l'art. 2050 c.c. e l'autore del preteso illecito, per sottrarsi alla relativa responsabilità risarcitoria, ha l'onere di provare di avere legittimamente trattato i dati personali e di avere adottato tutte le cautele dirette a scongiurare il danno:

"l'azione giudiziaria volta ad ottenere il risarcimento del danno patito a causa dell'indebito trattamento dei dati personali va proposta con ricorso avanti il Trib.. Ove l'azione venga esperita con atto di citazione davanti al giudice di pace, incompetente per materia, la domanda può essere comunque decisa qualora nessuna delle parti abbia avanzato eccezioni al riguardo e l'incompetenza non sia stata rilevata, anche d'ufficio, entro la prima udienza a norma dell'art. 38, comma 1, c.p.c." (GdP Bari, 12 dicembre 2005, Gpac, 2006, 4, 317 - cfr., amplius, il volume "Responsabilita' oggettiva e semioggettiva", Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012 -) -,

sostitutivo della legge n. 675 del 10996,

"in tema di trattamento dei dati personali, la legge n. 675 del 1996 (applicabile ratione temporis nella specie), con riferimento alla attività giornalistica, stabilisce il principio della libertà del trattamento, nell'osservanza del codice deontologico adottato con provvedimento del Garante del 29 luglio 1998 (e pubblicato nella G.U. del 3 agosto 1998 n. 179) in ossequio al diritto all'informazione su fatti di interesse pubblico, ma anche al suo contemperamento con il canone della essenzialità dell'informazione. Il rispetto delle previsioni deontologiche è condizione essenziale per la liceità e la correttezza del trattamento dei dati personali e, se tali presupposti non sussistono, il consenso dell'interessato è imprescindibile e la diffusione del dato senza quel consenso è suscettibile di essere apprezzata come fatto produttivo di danno risarcibile ai sensi dell'art 18 della legge n. 675 del 1996" (Cass. civ., sez. III, 24 aprile 2008, n. 10690, GCM, 2008, 4, 631),

il quale dispone che chiunque cagioni danno ad altri, per effetto del trattamento di dati personali, sia tenuto al risarcimento, proprio ai sensi dell'articolo 2050 del codice civile;

"la legittimazione ad agire ex art. 2050 c.c. (così come richiamato dall'art. 15 d.lg. 196/2003) contro chi si assuma essere il responsabile dell'illegittima divulgazione dei dati personali, spetta "iure proprio" anche al coniuge della persona cui le informazioni propagandate si riferiscono. Tanto è dato desumersi dal combinato disposto delle lettere b) e i) dell'art. 4 d.lg. 196/2003, le quali, nell'introdurre rispettivamente la nozione di dato personale e quella di interessato, estendono tale possibilità a qualunque organismo, sia fisico che giuridico, sia identificabile anche indirettamente - mediante riferimento, ad esempio, proprio al rapporto di coniugio - attraverso le informazioni diffuse" (Trib. Monza, sez. I, 21 aprile 2008, n. 2977, GDir, 2008, 27, 82),

il secondo comma dell'articolo de quo prevede, inoltre, che il danno non patrimoniale sia risarcibile anche in caso di violazione dell'articolo 11 del decreto legislativo predetto, norma, quest'ultima, che impone, quanto alle modalità del trattamento-dati personali e ai requisiti dei dati medesimi, che questi ultimi, a pena di inutilizzabilità, siano:

  1. trattati in modo lecito e secondo correttezza;
  2. raccolti e registrati per scopi determinati, espliciti e legittimi, ed utilizzati in altre operazioni del trattamento in termini compatibili con tali scopi;
  3. esatti e, se necessario, aggiornati - si confronti, a tal proposito, la recentissima pronuncia che segue, ove è affermato che l'illecito costituito dall'erronea segnalazione di un soggetto - nella fattispecie, libero professionista - costituisce un fatto illecito, il quale, ai sensi degli art. 2043 e 2050 c.c., obbliga il segnalante al risarcimento dei danni; può applicarsi nella specie, la disciplina della l. 31 dicembre 1996 n. 675 successivamente confluita nel d.lg. 30 giugno 2003 n. 196, infatti, nel caso specifico, il trattamento dei dati personali è avvenuto senza il consenso dell'interessato, ed i dati trattati si sono rivelati non esatti e/o non prontamente aggiornati; l'art. 18 della l. n. 675 del 1996, poi confluito nell'art. 15 d.lg. n. 196/2003, dispone che chiunque cagioni danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali, debba risarcirlo ex art. 2050 c.c.; si tratta di un'ipotesi di responsabilità oggettiva che proprio nell'ambito del trattamento professionale dei dati personali, trova piena rispondenza in considerazione del valore commerciale che tali dati hanno per gli operatori professionali. In effetti l'art. 15 d.lg. 196 del 2003 dispone, in maniera espressa, una particolare forma di responsabilità extracontrattuale che si configura a carico di chiunque cagioni un danno ad altri per effetto del trattamento dei dati personali contenuti in una banca dati. per liberarsi dalla responsabilità prevista dall'art. 2050 c.c., alla banca non è sufficiente la prova negativa di non aver commesso alcuna violazione delle norme di legge o di comune prudenza, ma è necessaria la dimostrazione di aver impiegato ogni cura o misura atta ad impedire l'evento dannoso e quindi il pregiudizio per il danneggiato che può essere tanto patrimoniale, tanto non patrimoniale; la risarcibilità del danno non patrimoniale è configurabile allorquando il fatto lesivo incida su una situazione giuridica ai diritti fondamentali della persona umana garantiti dalla Costituzione, e fra tali diritti rientra l'immagine, ossia la diminuzione della considerazione della persona:

"non c'è dubbio che tanto nel caso della persona fisica, quanto nel caso della persona giuridica, l'illegittima segnalazione è fonte di discredito per il "segnalato". E in ogni caso, a prescindere dall'attività economica eventualmente esercitata dal danneggiato, si riconosce come l'illegittima segnalazione possa determinare, oltre ad un danno patrimoniale, anche una lesione di fondamentali diritti del debitore, quali quello all'immagine ed alla reputazione. Con ciò non si deve però ritenere che si tratti di danno risarcibile "in re ipsa". Infatti, ogni qual volta emerga che la notizia lesiva risulti compresa nella banca dati della Centrale per un tempo sufficiente a consentirne la percepibilità da parte di coloro che vi hanno accesso, può ritenersi verificata la presunzione di un danno non patrimoniale in capo al segnalato, per la cui determinazione può procedersi in via equitativa" (Trib. Bari, sez. II, 23 luglio 2010, n. 2637, Giurisprudenzabarese.it, 2010) -;

  1. pertinenti, completi e non eccedenti rispetto alle finalità per le quali sono raccolti o successivamente trattati;
  2. conservati in una forma che consenta l'identificazione dell'interessato per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali essi sono stati raccolti o successivamente trattati.



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