Legislazione e Giurisprudenza, Diritti e doveri del lavoratore -  Mazzon Riccardo - 2014-09-16

RESPONSABILITA' DEL DATORE DI LAVORO: IMPIANTI, SCHERZI, MOLESTIE, MINORI E AMMINISTRATORI - RM

La responsabilità indiretta del datore di lavoro tutela anche i dipendenti e le argomentazioni riportate nell'articolo generale in argomento già pubblicato in questo sito, al quale si rinvia (ma si veda anche il capitolo tredicesimo del volume "Responsabilita' oggettiva e semioggettiva", Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012 -) sono state ripetutamente fatte proprie dalla giurisprudenza, come rappresentato nelle seguenti fattispecie, affrontanti le più variegate tematiche: dall'istallazione d'un impianto elettrico non conforme,

"l'istallazione d'un impianto elettrico domestico (nella specie, elettropompa) non conforme alla disciplina della l. n. 186 del 1968 comporta responsabilità sia dell'autore della istallazione sia del suo datore di lavoro, per l'infortunio (nella specie, mortale) occorso in conseguenza del mancato rispetto di detta disciplina" (App. Palermo 27 novembre 2000, GM, 2001, 920)

alla responsabilità di dipendenti minori d'età - in argomento, la pronuncia che segue ha chiarito come la responsabilità (diretta) dei genitori, ai sensi dell'art. 2048 c.c., per il fatto illecito dei figli minori imputabili può concorrere con quella dei precettori, essendo esse rispettivamente fondate sulla colpa "in educando" e su quella "in vigilando"; la presenza di questi astratti titoli di responsabilità, fra loro concorrenti, non impedisce che (trattandosi di illecito commesso da minore nell'esercizio della sua attività di apprendista) possa essere accertata la responsabilità esclusiva, ex art. 2049 c.c., del datore di lavoro:

"tale responsabilità, essendo fondata sul presupposto dell'esistenza di un rapporto di subordinazione fra l'autore dell'illecito ed il proprio datore di lavoro, e sul collegamento dell'illecito stesso con le mansioni svolte dal dipendente, prescinde del tutto dalla colpa "in eligendo" o "in vigilando" del datore di lavoro, è quindi insensibile all'eventuale dimostrazione dell'assenza di colpa dello stesso, e può ricorrere anche in caso di dolo del commesso" (Cass. civ., sez. III, 10 maggio 2000, n. 5957, GCM, 2000, 980) -

dal fatto dannoso generato da uno scherzo – infatti, se il dipendente arreca il danno, compiendo atti che esulano dai compiti affidatigli, si deve escludere che essi rientrino nel rischio inerente all'attività dell'impresa:

"la responsabilità del datore di lavoro per il fatto dei propri dipendenti ex art. 2049 c.c. non estende il suo ambito ad ogni comportamento del dipendente. Infatti, sia la formulazione letterale della disposizione sia la sua interpretazione logico sistematica portano ad escludere che il datore di lavoro risponda per fatto dei suoi dipendenti che esulino dai compiti a lui affidati, dovendosi presupporre pur sempre una relazione di natura causale tra l'attribuzione delle incombenze e il danno cagionato dal sottoposto. (nella specie, il fatto dannoso è stato generato da uno scherzo del dipendente ad un collega di lavoro)" (Trib. Milano 18 settembre 1999, GL, 1999, I, 837) -,

a quello configurante molestia;

"risponde di illecito contrattuale ex art. 2087 c.c., e quindi con esclusione del danno morale, il datore di lavoro che, pur informato degli atti di molestia, non provveda alla tutela del dipendente molestato. Il datore di lavoro non è, invece, responsabile per illecito extracontrattuale ex art. 2049 e 2043 c.c., giacché le molestie perpetrate dal dipendente a danno di altra dipendente derivano dai poteri e dai doveri connessi al ruolo del primo e presenta con il rapporto tra lo stesso e il datore di lavoro solo tratti di assoluta occasionalità" (Trib. Milano 9 maggio 1998, GL, 1998, I, 345)

dall'infortunio (cfr., amplius, paragrafo 14.6.3. del volume "Responsabilita' oggettiva e semioggettiva", Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012 -),

"nel nostro ordinamento vige non solo un generalissimo principio che fa obbligo all'imprenditore di adottare nell'esercizio dell'impresa, uniformandosi ai dettami della miglior scienza ed esperienza del settore, tutte le misure idonee a tutelare l'integrità fisica del lavoratore, ma anche l'obbligo specifico per lo stesso imprenditore di sorvegliare il lavoratore, per supplirne eventuali disattenzioni o negligenze, e i terzi che, sia pure a lui non legati da vincolo di subordinazione, siano in qualche modo utilizzati, anche temporaneamente, mediante l'inserimento nel ciclo produttivo dell'impresa. Di conseguenza il datore di lavoro è esente da responsabilità per gli infortuni del lavoratore solo nel caso in cui la condotta di quest'ultimo sia da addebitarsi esclusivamente ad un comportamento abnorme, imprevedibile ed eccezionale, tale da interrompere il rapporto di causalità ex art. 41 comma 2 c.p. (il che nella fattispecie non si è verificato)" (Pret. Cagliari 9 settembre 1994, RGS, 1997, 157)

al fatto dell'amministratore:

"la responsabilità degli amministratori di una persona giuridica per infortuni sul lavoro occorsi ai dipendenti ha sempre natura extracontrattuale, riconducibile, in linea di principio, alla violazione del divieto del "neminem laedere" e quindi alla norma generale di cui all'art. 2043 c.c., atteso che, in base all'art. 2087 c.c., che sancisce un dovere generale e la conseguente responsabilità dell'imprenditore in ordine all'adozione, nell'esercizio dell'impresa, delle misure necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro, la responsabilità di natura contrattuale, per gli eventuali infortuni sul lavoro dei dipendenti (la quale può peraltro concorrere con la responsabilità extracontrattuale per la lesione del diritto primario e assoluto all'integrità fisica o alla personalità morale dei lavoratori), come pure la responsabilità presunta e comunque aggravata prevista dagli art. 2049 e 2050 c.c., grava sul datore di lavoro in quanto tale e non già, ove si tratti di una persona giuridica, sull'amministratore della stessa, la cui eventuale responsabilità concorrente presuppone l'accertamento di una condotta colposa in concreto. Ne consegue che ove l'amministratore di una società sia stato assolto in sede penale dal reato di lesioni colpose, cagionate a un dipendente della stessa, per insufficienza di prove sull'attribuibilità causale dell'evento all'imputato, è preclusa, ai sensi dell'art. 25 c.p.p., l'unica azione nei suoi confronti esperibile, cioè quella di responsabilità ex art. 2043 c.c." (Cass. civ., sez. lav., 25 giugno 1994, n. 6125, RIDL, 1995, II, 837; RCP, 1995, 938; GCM, 1994, 6).



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