Legislazione e Giurisprudenza, Colpevolezza, causalità -  Tonutti Stefania - 2014-10-19

RESPONSABILITA' DEL MEDICO: L'ONERE DELLA PROVA GRAVA SU ENTRAMBE LE PARTI - Stefania TONUTTI

I fatti.

Un uomo, nel 2000,  conveniva in giudizio , dinnanzi al Tribunale di Livorno, un'Azienda Usl della Regione Toscana, lamentando uno spostamento della frattura, con conseguenti gravi lesioni fisiche e deambulatorie, post-operatorio (per un'operazione che aveva subito in seguito ad un incidente nel 1996), e denunciando quindi l'imperizia e la negligenza del personale medico e la responsabilità della struttura sanitaria.

Il Tribunale adito, nel 2004, rigettava la decisione.

Avverso tale decisione l'uomo  proponeva appello.

La Corte di Appello di Firenze, , con sentenza nel 2010, rigettava il gravame e condannava l'appellante alle spese, affermando  che  l'appellante stesso  non aveva provato l'aggravamento della frattura (ex art. 2014 cc. è  sull'attore- danneggiato che grava l'onere di provare il fatto illecito ed il relativo nesso causale;ex art. 1218 cc. il debitore deve eseguire perfettamente la prestazione dovuta e, in difetto, è tenuto al risarcimento del danno conseguente, se non prova che l'inadempimento è stato determinato da impossibilità per causa non imputabile. È quindi sul debitore-medico che grava l'onere della prova che l'inadempimento è dovuto a causa a lui non imputabile), ed evidenziando che dalla perizia del consulente tecnico nulla consentiva di affermare che vi erano stati difetti di tecnica, essendo ben spiegabili gli esiti della frattura riscontrati, e non risultava quindi alcun rapporto concausale iatrogeno al quadro clinico.

Avverso tale sentenza l'uomo proponeva ricorso per cassazione.

Resisteva con controricorso anche l'Azienda USL.

Il ricorrente censurava la sentenza della Corte nella parte in cui si riteneva che l'onere di provare l'aggravamento della frattura post-operazione non era stato da lui assolto, affermando di essere tenuto a provare soltanto l'aggravamento della patologia e quindi di aver adempiuto a tale compito. La Corte d'Appello, continua il ricorrente, avrebbe dovuto poi affermare l'onere dell'Azienda di provare che gli esiti nefasti erano dipesi non dall'intervento ma da altri fattori, esterni all'operazione.

La decisione della Corte di Cassazione.

Il suo motivo, dichiara la Cassazione, è fondato: «nel giudizio avente ad oggetto il risarcimento del danno da attività medico-chirurgica, l'attore deve provare l'esistenza del contratto (o contatto sociale) ed allegare l'insorgenza  o l'aggravamento della patologia e quindi l'inadempimento qualificato del debitore, astrattamente idoneo a provocare  il danno lamentato, rimanendo a carico del medico convenuto e/o della struttura sanitaria dimostrare  che tale inadempimento non vi sia stato, ovvero che, pur essendovi stato, lo stesso non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno (Cass. S.U., 11 gennaio 2008 n. 577; Cass. Civ. 12 settembre 2013 n. 20904 e Cass. Civ. 12 dicembre 2013, n. 27855»

I giudici di merito, afferma la Corte, non si sono attenuti a questo, pertanto, accogliendo il ricorso dell'uomo, cassa e rinvia alla Corte di Appello di Firenze (in diversa composizione).

Il caso in esame può essere considerato uno dei tanti  nei quali l'allarmismo creato dalla sentenza di Milano (Trib. Milano, sent. 17 luglio 2014), non influisce sul tema della responsabilità civile, né tantomeno sul dilemma tra responsabilità extracontrattuale o contrattuale.

Qui la spartizione dell'onere probatorio è al 50% fra le due parti.



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