Legislazione e Giurisprudenza, Colpevolezza imputabilità -  Todeschini Nicola - 2014-02-27

RESPONSABILITA' DELL'AVVOCATO: E SE INVECE... - Cass. Civ. 3355/2014 - Nicola TODESCHINI

Le sentenze in materia di responsabilità dell'avvocato si susseguono, in particolar modo nei commenti più rapidi, se non frettolosi, sulla scorta di uno schema di responsabilità che pare ripetersi e rappresentare un apparente solido approdo al quale guardare -e lo dico in modo particolare per gli avvocati- con una certa fiducia.

Ma a mio avviso si tratta di una fiducia mal riposta.

Anche nella pronuncia in commento, la Corte di Cassazione ricorda che l'accoglimento della richiesta danni (più che, e lo dice chi scrive, "la responsabilità del prestatore d'opera intellettuale") presuppone "la prova del danno e del nesso causale tra la condotta del professionista ed il pregiudizio del cliente e, in particolare, trattandosi dell'attività dell'avvocato, l'affermazione della responsabilità per colpa professionale implica una valutazione prognostica positiva circa il probabile esito favorevole dell'azione giudiziale che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente seguita".

Non v'è dubbio, quindi, ed un tanto vale anche per i sanitari, che debba esistere nesso di causa tra il danno lamentato e il vizio di diligenza dedotto in giudizio, anche qualora il vizio della diligenza consista nel difetto d'informazione.

Sembrerebbe che null'altro possa scuotere i sonni tranquilli dei professionisti e che in qualche modo torni a valere il principio, imposto dalla tralatizia e superata distinzione tra obbligazioni di mezzi e  di risultati, secondo la quale all'avvocato non è imposto di vincere la causa, al medico di vincere la malattia, ma di fare solo del proprio meglio (rectius: d'essere diligenti).

Ma il principio, a ben guardare, non esaurisce certo il criterio di responsabilità applicabile a patto che le dedotta violazione della diligenza non si abbandoni, come forse nel caso che si discute, a schemi tradizionali e ormai superati. Un conto è, a ben vedere, accusare il proprio avvocato di non aver vinto una causa che poteva vincere, un medico di non aver curato una malattia che avrebbe potuto curare, ed argomentare l'accusa secondo un ragionamento che fa assomigliare lo schema di responsabilità a quello delle obbligazioni di risultato; altro è affrontare, come si dovrebbe, il giudizio di responsabilità sulla scorta del principio di diligenza, ad un tempo principio di determinazione del contenuto contrattuale e principio di responsabilità. In tale ultima ipotesi diviene ben possibile chiedere l'accertamento dell'inadempimento grave e quindi la risoluzione del contratto potendovi collegare non solo il danno per la perdita di chance di conseguire il bene al quale tendeva l'azione, valorizzando il danno non patrimoniale accusato; ma vi possono essere ricollegate pure le istanze relative alle restituzioni, nel caso dell'avvocato la parcella versata per aver invece ottenuto una prestazione che difetta di diligenza, nel caso del contratto di cura la restituzione dell'onorario versato.

Ma non è tutto qui poiché, com'è noto, accanto alla responsabilità del medico per il danno patito per esempio per il difetto di diagnosi che consenta ad una patologia di peggiorare in modo significativo la condizione di salute, v'è una chance ulteriore, laddove per esempio si discuta di difetto d'idonea informazione, che consente al paziente anche in assenza di un maggior danno biologico, di chiedere il risarcimento del danno non patrimoniale. Si tratta del danno morale derivante dal fallimento dell'alleanza terapeutica che si verifichi, com'è presumibile secondo pure la Corte di Cassazione che accada, allorché l'aver taciuto una corretta informazione abbia impedito al paziente di autodeterminarsi consapevolmente alla cura ed accusato quelle maggiori sofferenze che derivano dal conoscere solo quando è ormai troppo tardi ciò che invece avrebbe dovuto essere conosciuto prima.

Applicando questo schema, che ha trovato occasione di approfondimento in particolare, come è noto, in materia di responsabilità professionale dei sanitari, pure alla responsabilità dell'avvocato, in presenza di un'indiligente sua prestazione, bisogna aver riguardo non solo ai pregiudizi che possono consistere nelle perdite di denaro o anche nella perdita di chance di conseguirlo, ovvero di conseguire altri beni attesi all'esito dell'accoglimento di una domanda che avrebbe potuto essere accolta se ben orchestrata; ma è pure possibile chiedere la risoluzione del contratto a fronte del grave inadempimento per ottenere l'effetto della restituzione del compenso a questi pagato per una prestazione che risulti all'esito difettosa sotto il profilo della diligenza ed anche sotto il profilo del danno morale, per il grave difetto di informazione del quale il rapporto di mandato possa risultare viziato.

Non deve quindi essere considerato esaustivo quanto si deduce dalla sentenza del 13/12/13, pubblicata il 13/02/14, n. 3355 e pronunciata dalla III sez. civile della Corte di Cassazione, poiché non conosciamo, dalla lettura del testo della pronuncia, quali siano state esattamente le contestazioni avanzate in giudizio, ma pare che le corti di merito, in presenza di un accertato errore grave del professionista, non abbiano esaminato una domanda anche di risoluzione del contratto per inadempimento grave, ma affrontata solo la disamina del danno ricollegato, sotto il profilo eziologico, al pur accertato errore e sottolineato che quand'anche tale errore non fosse stato commesso le cause non avrebbero mai potuto avere chance di trovare esito felice, e quindi il danno del quale si rammaricano i clienti dell'avvocato in realtà sia inesistente.

Non trova però occasione di disamina l'ipotesi, che poteva, stando così le cose, apparire quindi  fondata, di una responsabilità per difetto d'informazione fondata nella misura in cui l'avvocato non abbia comunicato ai propri clienti che le domande, a prescindere dal suo marchiano errore, non avevano se non risicatissime chance d'essere accolte, impedendo in tal caso ai suoi assistiti di effettuare quel bilancio di costi e benefici che li avrebbe potuti anche determinare a non sottoscrivere l'incarico così come, tornando al parallelismo con la responsabilità dei sanitari, una corretta informazione possa indurre il paziente a negare il proprio consenso alla prospettata cura.

Tali osservazioni, a mio modo di vedere, vanno portate all'attenzione degli interpreti anche per non costituire valido approdo a chi abbia a cuore la dimostrazione di un doppio binario tra il regime della responsabilità dell'avvocato e quella del medico, che avvantaggerebbe il primo, in sfavore del secondo, dimostrando una sorta di minor disponibilità dei giudizi a comprendere le ragioni dei sanitari.

Ritengo invece che sia ben più probabile che l'articolazione delle contestazioni avanzate normalmente nei confronti degli avvocati che siano indiligenti, siano articolate sula scorta di un cliché ampiamente superato se non parziale e che un tanto comporti, come verosimilmente è accaduto in questo caso, che anche le sentenze di legittimità finiscano per non affrontare ipotesi di contestazione più approfondite quali quelle più spesso articolate in ipotesi d'invocata responsabilità medica.



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