Legislazione e Giurisprudenza, Responsabilità penale -  Gasparre Annalisa - 2015-11-03

RESPONSABILITA' EQUIPE MEDICA: OBBLIGO DI SORVEGLIANZA POST OPERATORIA - Cass. pen. 35546/2015 - Annalisa GASPARRE

Gli imputati erano accusati di aver cagionato, per colpa medica, la morte di una paziente per le conseguenze di un'occlusione intestinale non tempestivamente diagnosticata e trattata chirurgicamente.

Gli imputati erano medici in servizio presso il reparto di chirurgia generale, il primo era primario, gli altri dirigenti. Secondo l'accusa i medici ritardavano colpevolmente l'esecuzione della TAC (con conseguente ritardata diagnosi), così procrastinando l'intervento chirurgico oltre ad aver commesso delle condotte non conformi durante l'intervento. Ulteriori profili di colpa erano ravvisati successivamente e prima di un secondo intervento.

Divergente il giudizio operato dal primo giudice che assolveva rispetto alla corte territoriale che condannava. Giunta la vicenda in Cassazione si è ravvisata la carenza motivazionale del provvedimento oggetto di censura che annulla con rinvio.

Con l'occasione è stato ricordato che "la posizione di garanzia dell'equipe chirurgica nei confronti del paziente non si esaurisce con l'intervento, ma riguarda anche la fase post-operatoria, gravando sui sanitari un obbligo di sorveglianza sulla salute del soggetto operato; ne consegue che dalla violazione di tale obbligo, fondato anche sul contratto d'opera professionale, può discendere la responsabilità penale dei medici qualora l'evento dannoso sia causalmente connesso ad un comportamento omissivo ex art. 40 c.p., comma 2 (Sez. 4, n. 12275 del 08/02/2005, Zuccarello, Rv. 231321, in una fattispecie in cui è stata riconosciuta la responsabilità per il reato di cui all'art. 589 c.p. dei componenti l'equipe chirurgica, colpevoli di aver fatto rientrare il paziente nel reparto dopo l'intervento, anzichè sottoporlo a terapia intensiva, sottovalutando elementi significativi, quali l'incremento progressivo della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, che rendevano prevedibile un'insufficienza respiratoria; v. anche Sez. 4, n. 17222 del 06/03/2012, Arena, Rv. 252375, secondo cui il capo dell'equipe medica è titolare di una posizione di garanzia nei confronti del paziente, che non è limitata all'ambito strettamente chirurgico, ma si estende al successivo decorso postoperatorio, poichè le esigenze di cura e di assistenza dell'infermo sono note a colui che ha eseguito l'intervento più che ad ogni altro sanitario).

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Cass. pen. Sez. IV, Sent., (ud. 03-07-2015) 25-08-2015, n. 35546 - Pres. Brusco, Rel. Iannello

1. Con sentenza del 26/6/2014 la Corte d'appello di Lecce, in riforma della sentenza di primo grado, assolveva B.F., P.M. e G.G. dal reato di cui agli artt. 113 e 589 c.p. loro ascritto per aver cagionato, per colpa medica, la morte di Pa.Ag., avvenuta in data (OMISSIS), per le conseguenze di un'occlusione intestinale non tempestivamente diagnosticata e trattata chirurgicamente.

La donna, di anni (OMISSIS), era stata ricoverata in data 16/12/2006, alle ore 12,00, presso l'ospedale (OMISSIS) per algie addominali insorte improvvisamente; il giorno successivo, alle ore 23,00, era stata operata dai dottori G. e B. per ernia strozzata, evidenziata dall'esame TAC effettuato alle ore 21,00 dello stesso giorno; nei giorni seguenti le condizioni della paziente non miglioravano e ne era disposto il trasferimento dapprima nella unità di terapia intensiva coronarica, poi in neurologia e, quindi, in rianimazione, per poi farla rientrare nel reparto chirurgia dove si decideva di effettuare un secondo intervento, eseguito dai dottori B. e P. in data 28/12/2006; su decisione dei familiari la paziente era quindi trasferita, il 7/1/2007, presso l'ospedale di (OMISSIS) ove veniva effettuato, in data 8/1/2007, un terzo intervento chirurgico; in data (OMISSIS) sopraggiungeva, però, il decesso per arresto cardiocircolatorio conseguente a sepsi grave.

Secondo la prospettazione accusatoria, ritenuta fondata dal primo giudice, l'evento era ascrivibile agli imputati perchè, in cooperazione colposa tra loro, quali medici in servizio presso il reparto di chirurgia generale dell'ospedale di (OMISSIS) - il B., quale primario dirigente medico; il P. e il G., quali dirigenti medici - pur trovandosi di fronte a una paziente con sintomi evidenti di occlusione intestinale suscettibile di evolversi in strozzamento dell'ernia inguinale, il P. e il G. ritardavano l'esecuzione della TAC, facendo sì che il primo intervento chirurgico fosse eseguito solo in data 17/12/2006, anzichè al momento del ricovero avvenuto il giorno prima, così non impedendo la susseguente ischemia intestinale irreversibile; il G. e il B., inoltre, non procedevano durante l'intervento ad un corretto trattamento dell'ansa intestinale sofferente, che riposizionavano nell'addome; inoltre tutti gli imputati, nel decorso post operatorio, non percepivano i sintomi della complicanza asettica addominale in atto ma trasferivano la paziente prima presso l'unità di terapia intensiva coronarica e successivamente presso il reparto di neurologia, facendo sì che il secondo intervento giungesse con estremo ritardo solo in data 28/12/2006 e non potesse pertanto impedire il successivo decesso a causa delle gravi condizioni generali e locali della vittima.

2. Giudicando sulla base del medesimo materiale istruttorio, rappresentato essenzialmente dalle relazioni dei consulenti tecnici del PM e degli imputati e dalla perizia espletata in primo grado, la Corte d'appello riteneva tale valutazione non condivisibile giungendo pertanto alla detta pronuncia assolutoria.

2.1. In particolare, con riferimento alla prima fase della vicenda, quella precedente il primo intervento chirurgico, collocabile quindi tra il primo pomeriggio del 16/12/2006 e il giorno successivo, riteneva la Corte infondato l'addebito - mosso ai soli dottori P. e G. - di ritardata esecuzione della TAC e di conseguente ritardata diagnosi. Rilevava, infatti, che il primo aveva visitato la paziente e disposto accertamenti strumentali, nonchè una consulenza specialistica ginecologica risultata addirittura fuorviante ed escludeva, inoltre, che ricorressero in quel momento elementi anamnestici idonei per individuare con certezza l'esatta patologia da cui era affetta la paziente, non offrendo in particolare l'istruzione raccolta adeguata conferma della sussistenza del vomito riferita dalle figlie della persona offesa, nè a quella diagnosi potendo immediatamente orientare la ricorrenza di una tumefazione visibile e palpabile.

Anche il dr. G., secondo i giudici salentini, non avrebbe potuto fare di più per pervenire alla puntuale diagnosi durante il suo turno la mattina del 17/12/2006, posto che la TAC era già stata richiesta e si era dovuto attendere la sera dello stesso giorno perchè venisse effettuata. Osservava al riguardo la Corte che "è ben vero che, se l'intervento chirurgico fosse stato eseguito alcune ore prima o meglio il giorno prima, la condizione dell'intestino e dell'ansa sofferente ... sarebbe stata migliore e ... l'intervento avrebbe avuto molto più agevolmente successo", non poteva però affermarsi che "il ritardo nella diagnosi e ... nell'intervento ... (fosse) dipeso dai sanitari del reparto di chirurgia generale imputati e non".

2.2. Con riferimento all'intervento chirurgico eseguito in data 17/12/2006, eseguito dai dottori B. e G., osservava la Corte che l'assunto accusatorio secondo cui l'ansa strozzata da esso interessata non era vitale ma già necrotica e, dunque, avrebbe dovuto essere non riposizionata nell'addome ma resecata, partiva dal presupposto indimostrato che si trattasse della stessa ansa perforata che aveva poi condotto a morte la paziente.

Tale identificazione era, però, secondo la Corte, fondatamente posta in dubbio dai consulenti tecnici delle difese sulla base di elementi di scienza anatomica, prendendo a riferimento il punto dell'intestino chiamato Treitz e la distanza dallo stesso dell'ansa trattata nell'intervento del 17/12/2006 e di quella poi rinvenuta, nel secondo intervento del 28/12/2006, perforata e in necrosi.

"Assai convincente" era in tal senso anche considerato il rilievo per cui, se l'ansa impegnata nel primo intervento fosse stata quella trovata perforata nel secondo, dopo ben 11 giorni, e fosse stata un'ansa non vitale ma già necrotica e quindi da resecare, avrebbe dato il quadro peritonico da perforazione entro breve tempo, 24/48 ore, e non già dopo giorni. Ciò a prescindere dalla pur verosimile diversa ricostruzione patogenetica (esiti di una "fibrillazione atriale ad alta frequenza", registrata durante il ricovero ospedaliere) prospettata dalla difesa quale causa della necrosi perforativa di ansa evidenziatasi nel corso dell'intervento del 28/12/2006.

2.3. Con riferimento, infine, alla terza fase della vicenda, quella successiva al primo intervento chirurgico, riteneva la Corte ingiustificato l'addebito mosso a tutti gli imputati di mancata percezione dei sintomi della complicanza (settica addominale e di erroneo trasferimento della paziente presso altre unità operative, considerato che, dal 17 al 19/12/2006, tali sintomi non erano percepibili, benchè le condizioni di salute della paziente non fossero migliorate, mentre nel successivo periodo, dal 19 al 28/12/2006, la paziente era rimasta ricoverata presso altri reparti, essendo state peraltro in tale periodo eseguite delle consulenze anche da chirurghi diversi, nessuna delle quali, almeno fino al 27/12/2006, aveva evidenziato segni di peritonite.

3. Avverso tale sentenza propongono ricorso per cassazione, ai soli effetti civili, le parti civili R.A.M., R.C. e R.P., denunciando, con unico motivo, mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione e ciò, fondamentalmente, per avere la Corte immotivatamente disatteso le argomentate valutazioni espresse dal collegio peritale nominato in primo grado, benchè queste fossero state rese dopo l'esame dei consulenti di parte, tenendo conto delle contrapposte ricostruzioni da questi proposte.

3.1. Con riferimento, in particolare, alla fase precedente il primo intervento, rilevano che l'affermazione della mancanza di profili di responsabilità si pone in aperto contrasto con le conclusioni dei periti secondo cui, al momento del ricovero, erano in realtà disponibili elementi anamnestici e rilievi strumentali (questi ultimi in particolare rappresentati dai livelli idroaerei riscontrati all'esame radiografico eseguito sia il giorno del ricovero che la mattina successiva e dagli esiti di una ecografia all'addome) indicativi di una occlusione intestinale, che avrebbero dovuto far attivare un controllo continuo della obiettività addominale e l'approfondimento strumentale mediante TAC, approfondimento bensì richiesto ma senza carattere d'urgenza e di fatto eseguito solo alle ore 21,21 del giorno dopo.

In tale quadro la sussistenza di manifestazioni di vomito rappresentava solo uno dei sintomi valutabili, non l'unico, e in ogni caso - secondo le ricorrenti -essa era stata negata dalla Corte sulla base di una valutazione parziale e illogica delle emergenze acquisite, che immotivatamente negava attendibilità alle deposizioni delle figlie della paziente poi deceduta.

Rimarcano al riguardo che la stessa Corte, del resto, aveva ammesso esplicitamente che, se l'intervento chirurgico fosse stato eseguito tempestivamente, avrebbe potuto avere molto più agevolmente successo, subito dopo tuttavia escludendo che potesse muoversi ai sanitari rimprovero di ritardo nella diagnosi e quindi nell'intervento, con ciò incorrendo, secondo le ricorrenti, in grave intrinseca contraddizione.

3.2. Anche con riferimento all'intervento chirurgico eseguito in data 17/12/2006 dai dottori B. e G. lamentano che la sentenza d'appello, nell'escludere che l'ansa intestinale che ne fu ad oggetto possa identificarsi con quella rivelatasi successivamente necrotica e ad origine della sepsi peritoneale che condusse a morte la paziente, si pone in netto quanto immotivato contrasto con le opposte conclusioni dei periti nominati in primo grado, i quali anche sul punto avevano esaminato le contrapposte tesi dei consulenti delle difese, confutandole con argomenti di carattere logico scientifico totalmente trascurati dai giudici di secondo grado.

Ricopiate fedelmente in ricorso le numerose pagine dedicate all'argomento nella perizia, le ricorrenti richiamano in particolare le conclusioni ivi rassegnate secondo cui "la paziente giunse al tavolo operatorio in ritardo rispetto alle evidenze cliniche ... e nella circostanza il quadro intestinale fu valutato con superficialità senza quel necessario scrupolo che il caso richiedeva, secondo leges artis".

3.3. Con riferimento infine alla fase postoperatoria richiamano analogamente, trascrivendole per ampi stralci, le considerazioni svolte dai periti, conformi a quelle dei consulenti del PM e delle persone offese, che, sulla base di numerose emergenze del diario clinico puntualmente e dettagliatamente indicate, evidenziavano come, già dalla prima giornata successiva all'intervento, il decorso postoperatorio non fosse stato affatto normale ma avesse segnalato un costante graduale peggioramento delle condizioni, testimoniato anche dalla febbre persistente e dai valori allarmanti desumibili dagli esami di laboratorio via via eseguiti nei giorni seguenti.

Rilevano che, benchè ricoverata in altri reparti, il dottor B. aveva visitato la paziente nei giorni 20, 22 e 25/12/2006 e anche il dottor P. aveva espletato una consulenza chirurgica la mattina del 27/12/2006, colposamente entrambi omettendo di rilevare i segni di una peritonite in atto.

Quanto all'argomento ritenuto dalla Corte "assai convincente", secondo cui se l'ansa impegnata nell'ernia al primo intervento fosse stata quella trovata perforata in occasione del secondo, il quadro peritonico da perforazione sarebbe emerso ben prima, entro 24/48 ore, rilevano che trattasi in realtà di considerazione priva di fondamento e non rinvenibile, poichè insostenibile, nemmeno nella relazione del consulente tecnico degli imputati, dr. F..

4. La difesa dell'imputato dr. P. ha depositato in data 29/5/2015 memoria difensiva con la quale contesta la fondatezza del ricorso e chiede che lo stesso venga dichiarata inammissibile o, comunque, rigettato.

Osserva, in sintesi, che le doglianze svolte dalle ricorrenti muovono da premesse non dimostrate, quale in particolare, con riferimento alla prima fase della vicenda, l'esistenza di evidenze che indicassero un'occlusione intestinale in atto o, con riferimento alla fase successiva all'intervento della 17/12/2006, la circostanza che alla data del 27/12/2006, allorchè egli fu chiamato a rendere consulenza chirurgica, sussistesse una peritonite in atto, essendo tale circostanza smentita dagli stessi periti. Rileva, sotto altro profilo, che egli non ebbe alcuna parte nel trasferimento della paziente dapprima nel reparto di terapia intensiva coronarica e, quindi, in quello di neurologia, essendo stati questi rispettivamente disposti, il primo, dal cardiologo e dal rianimatore intervenuti a seguito del grave episodio di "fibrillazione atriale ad alta frequenza" subito dalla paziente e, il secondo, dagli stessi medici cardiologi una volta che tale disturbo si era attenuato. Quanto ai primi due giorni successivi all'intervento del 17/12/2006 rileva che non sono evidenziati in ricorso elementi che possano indurre a contraddire l'affermazione della Corte d'appello secondo cui non erano allora affatto percepibili sintomi di complicanza settica addominale in atto.

Infine rileva che l'ipotesi accolta in sentenza di una diversa eziopatogenesi della peritonite accertata il 28/12/2006 non può considerarsi contrastata dalle conclusioni dei periti posto che anche questi, sentiti in dibattimento, hanno precisato di non aver inteso contraddire le dichiarazioni del teste C., anatomopatologo, direttamente valorizzate dai giudici d'appello, secondo cui la necrosi ischemica accertata sul tessuto da lui direttamente analizzato poteva essere stata originata dalla "fibrillazione atriale ad alta frequenza" con giudizio di elevata probabilità.

Motivi della decisione

5. Il ricorso è fondato e merita accoglimento.

Giova rammentare che nel caso in cui, per diversità di apprezzamenti, per l'apporto critico delle parti o per le nuove eventuali acquisizioni probatorie, il giudice di appello ritenga di pervenire a conclusioni diverse da quelle accolte dal giudice di primo grado, non può egli risolvere il problema della motivazione della sua decisione inserendo nella struttura argomentativa di quella di primo grado - genericamente richiamata - delle notazioni critiche di dissenso, in una sorta di ideale montaggio di valutazioni ed argomentazioni fra loro dissonanti, essendo invece necessario che egli riesamini, sia pure in sintesi, il materiale probatorio vagliato dal giudice di primo grado, consideri quello eventualmente sfuggito alla sua delibazione e quello ulteriormente acquisito, per dare, riguardo alle parti della prima sentenza non condivise, una nuova e compiuta struttura motivazionale che dia ragione delle difformi conclusioni (Sez. U, n. 6682 del 04/02/1992, P.M., p.c, Musumeci ed altri, Rv. 191229; Sez. 4, n. 35922 del 11/07/2012, p.c. in proc. Ingrassia, Rv. 254617).

Nel caso di specie, la motivazione della sentenza d'appello non soddisfa tali penetranti oneri motivazionali, rimanendo in particolare omessa, per ciascuna delle fasi della vicenda considerata, una sia pur minima considerazione delle ragioni che avevano condotto il primo giudice a conclusioni opposte. Il difforme giudizio si risolve piuttosto, in sostanza, nella mera e immotivata adesione alle contrapposte tesi esplicative degli appellanti e dei loro consulenti, senza però che sìa fornita spiegazione alcuna del perchè queste siano da preferire a quelle contrapposte degli altri consulenti ed a quelle degli stessi periti nominati dal giudice di primo grado, le cui indicazioni vengono anzi quasi totalmente neglette.

E' certamente vero che, in virtù del principio del libero convincimento del giudice e di insussistenza di una prova legale o di una graduazione delle prove, il giudice ha a possibilità di scegliere, fra le varie tesi prospettate da differenti periti di ufficio e consulenti di parte, quella che ritiene condivisibile; egli però deve dare conto, con motivazione accurata ed approfondita delle ragioni del suo dissenso o della scelta operata e dimostrare di essersi soffermato sulle tesi che ha ritenuto di disattendere e confutare in modo specifico le deduzioni contrarie delle parti, potendo il suo giudizio risultare insindacabile in cassazione sotto il profilo del vizio motivazionale (art. 606 c.p.p., lett. e) solo allorchè una simile valutazione sia stata effettuata in maniera congrua in sede di merito (cfr. da ultimo Sez. 4, n. 22379 del 17/04/2015, Sandrucci, non massimata; Sez. 4, Sez. 4, n. 16944 del 20/04/2010, Bonsignore, non mass.), onere che però non può dirsi in alcun modo adempiuto nel caso di specie.

6. Tale carenza motivazionale si rivela particolarmente evidente con riferimento alla prima fase della vicenda esaminata, antecedente l'intervento chirurgico del 17/12/2006, per la quale la Corte d'appello afferma genericamente l'insussistenza di elementi anamnestici idonei per individuare con certezza l'esatta patologia da cui era affetta la paziente, nonchè di indici della sussistenza di episodi di vomito, senza considerare le diverse indicazioni al riguardo rinvenibili nella perizia collegiale espletata in primo grado, quali puntualmente evidenziate in ricorso, rappresentate da segni obiettivi (tumefazione) e da indici strumentali (livelli idroaerei all'esame RX) e altresì negando l'esistenza di conferme istruttorie circa l'esistenza di episodi di vomito (pure invece valorizzata dai periti), senza al riguardo illustrare in alcun modo le ragione per la quale non siano state ritenute attendibili le pur chiare, univoche e ripetute indicazioni rese al momento del ricovero dalle figlie della paziente.

Manca poi ogni considerazione sulla omessa segnalazione del carattere d'urgenza della TAC necessaria ai fini di una corretta imputazione delle evidenze cliniche di una sospetta occlusione intestinale, nè sono indicate le ragioni per le quali il pur rilevato ritardo nella esecuzione di tale urgente accertamento strumentale non sia imputabile anche ai medici che lo avevano prescritto.

7. Anche con riferimento al comportamento dei dottori B. e G. nel corso dell'intervento operatorio eseguito in data 17/12/2006, l'affermazione secondo cui, sia la valutazione delle condizioni dell'ansa intestinale in quella sede trattata in quanto interessata dall'ernia, sia la scelta di riposizionarla in sede, sono da considerare frutto di scelte professionalmente corrette e adeguate alle evidenze cliniche, si rivela frutto di valutazioni apodittiche, sostanzialmente fondate su una acritica adesione alle tesi degli appellanti, che non mostrano di tenere conto delle opposte argomentate valutazioni dei periti collegiali; nè tantomeno sono fornite spiegazioni delle ragioni per cui queste ultime siano da ritenere recessive rispetto a quelle dei consulenti di parte, spiegazioni tanto più necessarie in considerazione del fatto che, come rimarcato dalle odierne ricorrenti, queste ultime sono state rese dopo il deposito delle contrapposte consulenze di parte e proprio al fine di dirimere i contrasti sul punto o, comunque, di acquisire il parere di ausiliari terzi. Sul punto peraltro le tesi difensive risultano a loro volta motivate non già sulla base di dati positivi emergenti circa le condizioni dell'ansa intestinale trattata nel corso di quell'intervento, ma su un argomento indiretto rappresentato dalla asserita fisica incompatibilità del tratto di intestino necrotico resecato nel corso dell'intervento del 28/12/2006 con quello invece trattato nel corso del primo intervento: argomento però la cui pregnanza e univocità logica erano state argomentatamente escluse dai periti sulla scorta di considerazioni anch'esse totalmente trascurate dalla Corte territoriale.

8. Quanto, infine, al comportamento di tutti gli imputati nella terza fase della vicenda, l'argomento di fondo utilizzato in sentenza al fine di escludere profili di colpa ad essi addebitabili nella omessa tempestiva valutazione dei segni clinici di una ingravescente o incipiente peritonite, ossia la circostanza che la paziente, due giorni dopo l'intervento del 17/12/2006, non sia rimasta sotto il loro diretto controllo ma sia stata trasferita in altri reparti, oltre a non tener conto delle circostanze evidenziate in ricorso, ossia del fatto che almeno due di essi ebbero a visitare la paziente anche in tali altri reparti perchè chiamati a eseguire consulenze chirurgiche, non si conforma più in generale ai principi che regolano l'allocazione delle posizioni di garanzia in ipotesi di prestazioni mediche che richiedano l'intervento coordinato di più medici con diverse specializzazioni o in tempi diversi.

Ed invero, come questa Corte ha avuto modo più volte di chiarire, la posizione di garanzia dell'equipe chirurgica nei confronti del paziente non si esaurisce con l'intervento, ma riguarda anche la fase post-operatoria, gravando sui sanitari un obbligo di sorveglianza sulla salute del soggetto operato; ne consegue che dalla violazione di tale obbligo, fondato anche sul contratto d'opera professionale, può discendere la responsabilità penale dei medici qualora l'evento dannoso sia causalmente connesso ad un comportamento omissivo ex art. 40 c.p., comma 2 (Sez. 4, n. 12275 del 08/02/2005, Zuccarello, Rv. 231321, in una fattispecie in cui è stata riconosciuta la responsabilità per il reato di cui all'art. 589 c.p. dei componenti l'equipe chirurgica, colpevoli di aver fatto rientrare il paziente nel reparto dopo l'intervento, anzichè sottoporlo a terapia intensiva, sottovalutando elementi significativi, quali l'incremento progressivo della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, che rendevano prevedibile un'insufficienza respiratoria; v. anche Sez. 4, n. 17222 del 06/03/2012, Arena, Rv. 252375, secondo cui il capo dell'equipe medica è titolare di una posizione di garanzia nei confronti del paziente, che non è limitata all'ambito strettamente chirurgico, ma si estende al successivo decorso postoperatorio, poichè le esigenze di cura e di assistenza dell'infermo sono note a colui che ha eseguito l'intervento più che ad ogni altro sanitario).

9. Emergono, quindi, dalle superiori considerazioni delle rilevanti lacune motivazionali a sopperire le quali non possono certamente valere le considerazioni svolte dall'imputato B. nella memoria difensiva depositata in questa sede. Queste invero, a ben vedere, non fanno altro che proporre - sia pure all'opposto fine di sostegno della decisione impugnata - altri possibili elementi e argomenti tipicamente di merito che, però, da un lato, in quanto per l'appunto non evidenziati nel percorso argomentativo seguito dalla Corte territoriale, valgono essi stessi a loro volta a dimostrarne l'insufficienza e il carattere sostanzialmente apodittico, dall'altro, non possono che essere riservati alla valutazione del giudice del rinvio.

10. Deve pertanto pervenirsi all'annullamento della sentenza impugnata. Trattandosi tuttavia di ricorso delle sole parti civili e quindi di controversia di natura esclusivamente risarcitoria, ai sensi dell'art. 622 c.p.p. si impone il rinvio degli atti al competente giudice civile, cui va anche demandato il regolamento delle spese tra le parti del presente giudizio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello, cui demanda anche il regolamento delle spese tra le parti del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 3 luglio 2015.

Depositato in Cancelleria il 25 agosto 2015



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