Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Bernicchi Francesco Maria - 2016-08-02

Responsabilità medica: giudice come peritus peritorum, ma con dei limiti - Cass. Pen. 33582/16 - F.M.Bernicchi

Responsabilità medica: ruolo del giudice e accertamento in sede penale

Si prende in esame una recentissima sentenza della Corte di Cassazione (sez. IV Penale, sentenza 22 marzo – 1 agosto 2016, n. 33582) in tema di responsabilità medica: accertamento di questa in sede giurisdizionale penale e ruolo del giudice.

Il fatto, in breve: la Corte di Appello di Catanzaro, confermando la sentenza del Tribunale di Rossano Calabro assolveva dai reati loro rispettivamente ascritti Pi.Gi. , T.G. e V.M. , tratti a giudizio per rispondere di omicidio colposo.

Il primo – ginecologo – era stato accusato di aver somministrato alla gestante Vu.Ro. un farmaco in grado di produrre una ipercontrattilità uterina ed aver omesso di disporre il monitoraggio continuo cardiotocografico dall"inizio del travaglio; le seconde - infermiere ostetriche - per aver omesso di informare il personale medico delle condizioni della paziente e di sorvegliare l"esecuzione del monitoraggio, e quindi per aver cagionato la morte del bimbo portato in grembo dalla Vu. , il quale decedeva per asfissia acuta insorta durante il travaglio di parto.

In particolare, l"assoluzione nei due gradi di giudizio era dovuta al fatto che, consulenze tecniche e idonei accertamenti, avevano accertato che la morte era stata dovuta ad asfissia prenatale insorta improvvisamente durante il travaglio, determinata da un prolungato insulto meccanico a carico del follicolo, verosimilmente dovuto all"effetto svolto dal farmaco somministrato alla Vu, ma gli esperti avevano concluso che non certo un corretto monitoraggio avrebbe scongiurato l"evento infausto.
In sostanza, come ben espresso dal giudice di prime cure, "non è stata raggiunta la prova della efficienza causale di quella omissione - comune a tutti gli imputati - non essendo accertabile il momento nel quale era insorta la sofferenza fetale, risultando dalle indagini tecniche che quand"anche la sofferenza fetale fosse stata tempestivamente segnalata da un tracciato, l"evento morte si sarebbe verificato ugualmente perché il tempo necessario all"azione salvifica (approntamento ed esecuzione di taglio cesareo) sarebbe stato pari o superiore a quello che era stato necessario all"espulsione spontanea del feto."

Ricorre per Cassazione la parte civile con un unico motivo deducendo vizio motivazionale perché la Corte di Appello, dopo aver riportato un passaggio della relazione dei cc.tt. del p.m., giungeva a conclusioni che stravolgono i principi in tema di causalità dei reati colposi omissivi.

Infatti, anche a voler seguire il percorso logico-giuridico utilizzato dalla Corte di Appello, si dovrebbe concludere che, non essendo state rispettate le tempistiche del monitoraggio ed essendo stato pertanto rilevato il battito cardiaco in una fase in cui il feto era in evidente sofferenza, risulta provato che se il monitoraggio fosse stato eseguito per tempo l"evento non si sarebbe verificato. Sostiene il ricorrente che ove il monitoraggio fosse stato eseguito come prescritto dalle linee guida in materia, lo stato di sofferenza si sarebbe potuto rilevare con molto anticipo e l"evento morte evitato con elevato grado di probabilità logica.

I giudici di Piazza Cavour considerano questo unico motivo come fondato.


La Corte di Appello (come già il primo giudice), correttamente, sulla premessa di una non contestata violazione delle legis artis, deve verificare se gli elementi processuali permettono o meno di affermare che il decesso del piccolo può determinarsi proprio per effetto di quella trasgressione. È principio consolidato, infatti, che in tema di causalità nei reati colposi, va esclusa la responsabilità dell"agente quando l"evento si sarebbe comunque verificato in relazione al medesimo processo causale, nei medesimi tempi e con la stessa gravità od intensità, poiché in tal caso dovrebbe ritenersi che l"evento imputato all"agente non era evitabile (Sez. 4, n. 28782 del 09/06/2011 - dep. 19/07/2011, Cezza, Rv. 250713; Sez. 4, n. 31980 del 06/06/2013 - dep. 23/07/2013, Nastro, Rv. 256745; Sez. 4, n. 37094 del 07/07/2008 - dep. 30/09/2008, Penasa, Rv. 241025).
In questa esplorazione la Corte di Appello si è imbattuta nel dato evidenziato dagli esperti, ovvero che l"asfissia era insorta improvvisamente nella fase del travaglio; ma, soprattutto, in quello negativo, della impossibilità di determinare - anche a causa del mancato monitoraggio - il preciso momento in cui si era determinata la sofferenza fetale, tanto che questa avrebbe potuto insorgere anche cinque minuti prima del decesso e quindi in un tempo che non avrebbe consentito alcuna azione salvifica.

Il giudizio controfattuale risponde a questo unica domanda: "ove si fosse eseguito un monitoraggio continuo e corretto delle condizioni del feto, e la sofferenza fetale fosse stata quindi percepita, si sarebbe comunque determinata la morte del piccolo?" A questa domanda, che nella sentenza impugnata trova risposta negativa perché non identificabile il momento di insorgenza della sofferenza, e quindi non affermabile la compatibilità di un"azione salvifica con la possibile tempistica, il ricorrente fa seguire una risposta positiva che prescinde totalmente da quanto evidenziato dalla Corte di Appello a proposito della non identificabilità del momento di insorgenza della sofferenza, prospettando la preparazione della sala parto "per ogni evenienza", senza cogliere che - nella ricostruzione della Corte di Appello - anche qualora ciò fosse stato fatto non sarebbe stato evitato il decesso ove la sofferenza fetale si fosse determinata in limine mortis.

Occorre ancora soffermarsi su ciò che costituisce il fulcro dell"intera struttura motivazionale, ovvero la assenza di informazioni circa il tempo di insorgenza della sofferenza fetale e il connesso giudizio relativo alla tipologia di intervento in astratto salvifico.
Su questo tema la sentenza è sostanzialmente priva di motivazione se non anche manifestamente illogica. Occorre considerare che a pagine 7 ed 8 della sentenza impugnata si rammenta che i periti avevano escluso l"insorgenza di eventi acuti interruttivi degli scambi respiratori materno-fetali per patologie materno-fetali o patologie di natura malformativa a carico del feto, sicché gli stessi avevano concluso che causa del decesso del feto era stato "un prolungato insulto meccanico a carico del follicolo durante il travaglio", dovuto verosimilmente all"effetto svolto dalle prostaglandine somministrate alla gestante.

Emerge, quindi, una causa del decesso che si è realizzata in un arco temporale ("prolungato insulto...") e non in modo istantaneo.

Ciò nonostante la Corte distrettuale assume il dato della sofferenza fetale come se questa fosse stata rapidamente produttiva della morte; infatti, si afferma che dal momento dell"insorgere di essa il tempo dell"intervento salvifico era talmente ridotto da risultare superiore a quello del prodursi dell"infausto evento.

Ben diversamente, sarebbe stato necessario chiarire se al prolungato insulto corrisponde una sofferenza che più o meno istantaneamente conduce a morte il feto o se, invece, essa si produce progressivamente, in corrispondenza della persistenza del menzionato insulto. È infatti evidente che in questo secondo caso il tempestivo rilievo della sofferenza avrebbe offerto ai sanitari un più ampio lasso temporale entro il quale dispiegare l"intervento salvifico.
Inoltre, come correttamente rilevato dal ricorrente, la motivazione impugnata non esplica le ragioni per le quali ha ritenuto che l"azione salvifica fosse rappresentata dal solo parto cesareo e non da altre pratiche di più rapida esecuzione (manovra di Kristeller, utilizzo della ventosa, episotiomia); l"unico riferimento esplicito è stato fatto all"uso del forcipe, anche in questo caso senza indicazione alcuna delle ragioni della sua esclusione.

Né può risultare sufficiente il lapidario richiamo delle conclusioni alle quali era pervenuto il perito di ufficio, perché non emerge la valutazione critica dell"operato di questi.

Viene da una sentenza di questa Corte la migliore definizione di cosa debba intendersi, nel presente momento storico, con l"espressione, riferita al giudice, "peritus peritorum"; essa allude al ruolo del giudice di "custode e garante della scientificità della conoscenza fattuale espressa dal processo" (Sez. 4, n. 43786 del 17/09/2010 - dep. 13/12/2010, Cozzini e altri, Rv. 248944).
In un tempo nel quale straordinaria è la complessità e frastagliata e molteplice è la specializzazione dei saperi, ipotizzare che il giudice possa sostituirsi al perito sembra espressione di una sostanziale negazione della modernità e sottrae al processo la funzione di vaglio critico degli elementi assumibili a base del giudizio. Come si legge nella decisione appena citata, le informazioni che attraverso l"indagine peritale, e non solo, penetrano nel processo devono essere valutate nella loro affidabilità ed imparzialità. A ciò serve la dialettica processuale; a porre le basi di un giudizio critico che è compito precipuo del giudice perché garante dell"affidabilità delle basi scientifiche del giudizio.

I giudici di merito, invece, hanno omesso qualsiasi valutazione critica del contributo offerto dagli esperti, limitandosi a far loro le relative considerazioni.

In conclusione, la sentenza impugnata deve essere annullata, con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello per nuovo esame. Il giudice del rinvio provvederà anche al regolamento delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame al giudice civile competente per valore in grado di appello cui demanda anche la regolamentazione delle spese di questo giudizio.



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