Articoli, saggi, Responsabilità oggettiva, semioggettiva -  Mazzon Riccardo - 2015-10-06

RESPONSABILITA' MEDICA: IL CONTAGIO POST-TRASFUSIONALE - Riccardo MAZZON

responsabilità indiretta (o oggettiva) in ambito medico

il contagio post-trasfusionale

il Ministero risponde ex articolo 2043 del codice civile

In ambito di responsabilità indiretta (o oggettiva) dell'amministrazione sanitaria, non può non trovare idonea collocazione la problematica concernente il contagio post-trasfusionale, al fine di chiarire come l'orientamento dominante preveda la responsabilità tanto dell'amministrazione sanitaria, in termini di responsabilità contrattuale,

"una struttura sanitaria risponde dei danni sofferti da un paziente che, dopo aver subito l'innesto di tessuti ossei non previamente testati per la presenza del virus epatico, abbia contratto il virus dell'epatite C, ove i medici dipendenti della struttura abbiano negligentemente ignorato una circolare del ministero della sanità che raccomandava di adottare tale misura precauzionale e risulti che il paziente, prima dell'esecuzione dell'innesto, recava valori delle transaminasi nella norma" (Trib. Monza 14 ottobre 2000, DResp, 2001, 816),

quanto del Ministero della salute, in termini di responsabilità extracontrattuale generica, ai sensi dell'articolo 2043 del codice civile; la responsabilità del Ministero, di tipo omissivo, deve farsi decorrere dal periodo in cui i virus e le loro nefaste conseguenze, nonché i cc.dd. test di identificazione, prima del tutto sconosciuti, sono stati conosciuti ed acquisiti definitivamente dalla scienza medica mondiale; le Sezioni Unite della Corte di Cassazione Civile, a tal proposito, hanno affermato a chiare lettere che, ritenuto che il Ministero della salute ha, ai sensi della normativa vigente, non un obbligo di vigilanza burocratica e generica, ma un obbligo di vigilanza tecnica, di controllo specifico e di direttive tecniche (obbligo anche strumentale alle funzioni ed ai compiti del Dicastero di programmazione e coordinamento in materia sanitaria), tale da renderlo responsabile dei singoli casi di contagio e di gravi malattie (per assunzione di sangue o di emoderivati non sottoposti ad adeguato, preventivo controllo),

"il giudice, accertata l'omissione di tali attività istituzionali, accertata, con riferimento all'epoca di produzione dei preparati, la conoscenza oggettiva ed indubbia, ai più alti livelli scientifici, della possibile veicolazione di virus attraverso il sangue od emoderivati infetti (la responsabilità del Ministero della salute, infatti, deve farsi decorrere dal periodo in cui i virus della HIV, della HBC e della HCV e le loro nefaste conseguenze, nonché i cd. test di identificazione, prima del tutto sconosciuti, sono stati conosciuti ed acquisiti definitivamente dalla scienza medica mondiale), ed accertata, infine, l'esistenza di patologie da virus HIV, HBV, HCV a carico dei soggetti emotrasfusi od assuntori di emoderivati, deve dichiarare e ritenere, in assenza di altri fattori alternativi, che la condotta omissiva del Ministero sia stata causa determinante dell'insorgenza delle malattie ricollegabili a sangue od emoderivati infetti, e che vada risarcito anche il cd. danno morale subito dalle vittime" (Cass. civ., Sez. U., 11 gennaio 2008, n. 581, DFP, 2008, 4, 1739 – conforme, rispettivamente in epoca successiva agli anni 1978 (per l'epatite B), 1985 (per l'HIV) e 1988 (per l'epatite C): Trib. Salerno, sez. I, 5 febbraio 2007, RIML, 2007, 6, 1440).

Non si ritiene, invece, configurabile una responsabilità del Ministero ex articolo 2050, stesso codice (cfr., amplius, capitolo diciassettesimo del volume "Responsabilita' oggettiva e semioggettiva", Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012), né ex articolo 2049 – cfr., sul punto, sempre le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, secondo le quali la responsabilità del Ministero della salute per i danni causati da infezioni contratte in seguito ad emotrasfusioni o somministrazione di farmaci emoderivati non si fonda né sull'art. 2049 c.c., perché il Ministero non risponde dell'operato delle Asl e delle strutture ospedaliere, pienamente autonome rispetto a quello; né sull'art. 2050 c.c., perché pericolosa è la produzione e distribuzione di sangue, ma non il controllo e la vigilanza su tali attività; né, infine, sull'art. 1218 c.c., perché tra paziente e Ministero non sussiste alcun vincolo contrattuale; ne consegue che la suddetta responsabilità del Ministero per deficit di vigilanza può trovare fondamento solo nella clausola generale di cui all'art. 2043 c.c., con conseguente onere della vittima di provare la colpa dell'amministrazione e il nesso causale tra questa e il danno; la responsabilità del Ministero della salute, dunque,

"per i danni conseguenti ad infezioni da virus HBV, HIV e HCV contratte da soggetti emotrasfusi è di natura extracontrattuale, né sono ipotizzabili, al riguardo, figure di reato tali da innalzare i termini di prescrizione (epidemia colposa o lesioni colpose plurime); ne consegue che il diritto al risarcimento del danno da parte di chi assume di aver contratto tali patologie per fatto doloso o colposo di un terzo è soggetto al termine di prescrizione quinquennale che decorre, a norma degli art. 2935 e 2947, comma 1, c.c., non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione causativa del danno o dal momento in cui la malattia si manifesta all'esterno, bensì da quello in cui tale malattia viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, usando l'ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche (a tal fine coincidente non con la comunicazione del responso della Commissione medica ospedaliera di cui all'art. 4 l. n. 210 del 1992, bensì con la proposizione della relativa domanda amministrativa)" (Cass. civ., Sez. U., 11 gennaio 2008, n. 576, GC, 2009, 11, 2533),

non sussistendo, tra gli enti (unità sanitarie locali, ospedali ecc., tutti dotati di autonoma personalità giuridica) che hanno provveduto all'effettiva somministrazione degli emoderivati, nell'ambito del S.s.n., ed il Ministero, alcun rapporto di dipendenza - ovvero di committenza (cfr., amplius, capitolo tredicesimo) - che possa giustificare l'applicazione della disciplina in questione.

Così è stato deciso che deve escludersi, ad esempio, che nel caso di epatite cronica HCV correlata, riportata a seguito di trasfusione, in occasione di intervento chirurgico in struttura pubblica, sia invocabile ex art. 2049 c.c. la responsabilità del datore di lavoro e/o committente per il fatto illecito del dipendente, atteso che fra il Ministero della Sanità e le strutture sanitarie che erogano prestazioni all'utenza non ricorre alcun vincolo quantomeno di dipendenza lavorativa o di committenza (art. 15,19 e 25 l. 23 dicembre 1978 n. 833, istitutiva del S.s.n., nonché gli artt. 2 e 3 d.lg. 30 dicembre 1992 n. 502, recante riordino della disciplina in materia sanitaria) e neppure può ritenersi corretto il richiamo alla responsabilità per l'esercizio di attività pericolose, ex art. 2050 c.c., tale non essendo di certo quella svolta dal Ministero nel caso di specie, consistente nell'esercizio di funzioni di vigilanza in materia di uso del sangue e dei suoi derivati: attività rischiose quali la produzione, la commercializzazione e la somministrazione sono svolte infatti da altri soggetti (ad es. industrie farmaceutiche, centri raccolta sangue,...); la responsabilità configurabile nei confronti del Ministero è dunque quella dell'art. 2043 c.c., alla stregua del quale occorre accertare la sussistenza di: a) un danno; b) una condotta dolosa o colposa; c) un nesso causale fra condotta e danno; quanto alla condotta, occorre individuare le norme che impongono alla p.a. l'osservanza di particolari obblighi comportamentali connessi all'esercizio delle sue pubbliche funzioni. La l. 13 marzo 1958 n. 296, istitutiva del Ministero della Sanità ha attribuito a tale organo il compito di provvedere alla tutela della salute pubblica ed avvalendosi, quale organo tecnico-scientifico, dell'Istituto Superiore di Sanità; per quanto riguarda in particolare l'attività di raccolta, conservazione e distribuzione di sangue umano e di preparazione dei suoi derivati, la l. 14 luglio 1967 n. 592 ha attribuito al Ministero della Sanità funzioni di direzione tecnica e vigilanza sull'organizzazione, il coordinamento dei relativi servizi; soltanto con d.m. 21 luglio 1990 furono però imposte, sulla singola unità di sangue e di plasma donate, la ricerca degli anticorpi anti HCV (virus dell'epatite C) e la determinazione del livello Alt (enzima capace di rilevare patologie epatiche); è notorio che il test per l'individuazione del virus dell'epatite C venne messo a punto nel 1989, mentre l'anno precedente era stato perfezionato il trattamento per la sua innocuizzazione (c.d. Termotrattamento):

"è certo che ogni genere di controllo è stato anche prima colposamente omesso riguardo il sangue di importazione (atteso il ritardo nell'esecuzione del c.d. piano nazionale del sangue, volto al raggiungimento dell'autosufficienza nazionale), proveniente anche da aree geografiche, come l'America e l'Africa, ove notoriamente alto era il rischio di infezioni: il Ministero infatti si è sempre limitato ad un mero controllo sui documenti che accompagnavano le varie partite di sangue, di derivati acquisite dall'estero (cfr., in proposito, Trib. Roma 27 novembre 1998), così venendo meno al suo obbligo di vigilanza. In altri termini, conformemente a quanto già ritenuto da altri tribunali (Roma 10 marzo 2004), anche prima dell'individuazione del metodo di rilevazione del virus dell'epatite C o dell'introduzione di efficaci sistemi di annientamento, le conoscenze scientifiche raggiunte erano tali da imporre l'adozione di specifiche cautele, sulla scelta dei donatori e sul sangue prelevato, capaci di ridurre il rischio di contagio da trasfusione. Tali cautele vennero, invece, omesse per moltissimi anni: sia perché furono adottate dal Ministero con colpevole ritardo, sia perché non venne posta in essere un'adeguata azione di vigilanza sul rispetto delle disposizioni emanate (compito certamente compreso fra quelli istituzionali: art. 1, comma 1, n. 4, l. n. 296 del 1958), per cui il Ministero deve rispondere per principio fondamentale nella disciplina della responsabilità aquiliana che è quello per il quale il danneggiante è tenuto al risarcimento anche dei danni non prevedibili" (Trib. Milano, sez. X, 31 dicembre 2005, n. 14051, GiustM, 2006, 2, 11 - conforme - Trib. Salerno, sez. II, 22 giugno 2010, n. 1502, Redazione Giuffrè, 2010 – conforme - Trib. Roma 14 giugno 2001, NGCC, 2002, I, 559; RAdS, 2001, II, 205 – conforme - App. Roma 23 ottobre 2000, DResp, 2001, 1067 – contra - Trib. Roma 27 novembre 1998, RDFa, 1999, 29; DResp, 1999, 214; FI, 1999, I, 313).



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