Articoli, saggi, Risarcimento, reintegrazione -  Mazzon Riccardo - 2014-04-29

RESPONSABILITA' NEGLI SPORT INVERNALI: BOB, SCUOLA SCI, SEGGIOVIE, SKI PASS, PISTE - Riccardo MAZZON

Anche gli sport invernali - recente ed esemplare, a tal proposito, la seguente fattispecie processuale, dove il giudice di merito aveva rigettato la domanda proposta da un atleta che, durante una gara di bob, aveva perso il casco a causa di una scheggia di legno distaccatasi da uno dei tavoloni di sostegno della pista contro cui aveva cozzato con la testa rivestita dal casco, riportando gravi danni alla persona; la Suprema Corte, in applicazione del principio che precede, ha cassato la decisione, per non avere il giudice di merito adeguatamente accertato se le modalità di predisposizione delle paratie di sostegno avessero o meno aumentato la pericolosità del campo di gara:

"l'attività di organizzazione di una competizione sportiva può essere qualificata come pericolosa, non solo per chi vi assiste ma anche per gli atleti, qualora comporti, per fatto degli organizzatori, un aumento del rischio che gli atleti possano risentire un danno. Di conseguenza, gli organizzatori possono andare esenti da responsabilità solo dimostrando di aver approntato tutte le cautele necessarie a contenere il rischio nei limiti propri dell'attività sportiva in questione. In altri termini, l'organizzazione di una gara sportiva non può essere considerata "attività pericolosa", ai sensi dell'art. 2050 c.c., con riferimento ai danni subiti dagli atleti e dei quali è prevedibile la verificazione, in quanto provocati dagli inevitabili errori del gesto sportivo degli atleti impegnati nella gara. La medesima attività, invece, deve essere considerata "pericolosa" se in conseguenza di essa gli atleti sono stati esposti a conseguenze più gravi di quelle che possono essere determinate dai predetti errori" (Cass. civ., sez. III, 13 febbraio 2009, n. 3528, GCM, 2009, 2, 227; GC, 2009, 7-8, 1561; RCP, 2009, 7-8, 1551; GDir, 2009, 12, 30 - cfr. amplius il volume "Responsabilita' oggettiva e semioggettiva", Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012) -

hanno parecchio affaticato la giurisprudenza in ambito di pericolosità, specie per quanto concerne la pratica dello sci e la gestione degli impianti e delle piste a ciò destinati.

Quanto all'attività sciistica, se è vero che essa è notoriamente pericolosa in sé, quanto a pratica sportiva dello sci, è stato notato che, tuttavia, ben diversa e distinta risulta l'attività di gestione degli impianti destinati a tale sport, attività che, anche recentemente, è stato ritenuto non costituire attività pericolosa ai sensi e per gli effetti dell'articolo 2050 del codice civile (si confronti, ad esempio, la seguente pronuncia, relativa a fattispecie concreta concernente la responsabilità per colpa in merito alle lesioni riportate da uno sciatore e causate dall'omessa delimitazione della pista in un punto ritenuto pericoloso):

"in tema di responsabilità colposa, costituiscono attività pericolose, ai sensi dell'art. 2050 del codice civile (conseguendone che chi le esercita ha l'onere di provare di avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno verificatosi), non solo quelle che tali sono qualificate dalla legge di pubblica sicurezza e da altre leggi speciali, ma anche quelle che, per la loro stessa natura o per le caratteristiche dei mezzi adoperati, comportino una rilevante possibilità del verificarsi di un danno per la loro spiccata potenzialità offensiva; peraltro, non costituiste attività pericolosa, ai sensi dell'art. 2050 c.c., la gestione di un impianto sciistico; e ciò per un duplice ordine di considerazioni: a) in primo luogo, quella in forza della quale l'accertamento della potenzialità lesiva di un'attività, tale da poterla fare considerare "pericolosa" perché, per la sua stessa natura o per le caratteristiche dei mezzi adoperati, comporti una rilevante possibilità del verificarsi di un danno (accertamento che si traduce in un apprezzamento di fatto strettamente riservato al giudice di merito), va compiuto "ex ante" e cioè senza riferimento al fatto dannoso concretamente verificatosi, ma con riguardo alle ordinarie modalità di esercizio dell'attività considerata; b) in secondo luogo, l'altra considerazione secondo cui è notoriamente pericolosa l'attività sciistica in sé, ossia la pratica sportiva dello sci, che è, tuttavia, ben diversa e distinta da quella di gestione dei relativi impianti" (Cass. pen., sez. IV, 11 luglio 2007, n. 39619, GDir, 2007, 82; CP, 2007, 237833; GDir. 2007, 79).

Il contratto di ski-pass presenta i caratteri propri di un contratto atipico, nella misura in cui il gestore dell'impianto assume anche, come di regola, il ruolo di gestore delle piste servite dall'impianto di risalita, con derivante obbligo, a suo carico, della manutenzione in sicurezza della pista medesima e la possibilità che lo stesso sia chiamato a rispondere dei danni prodotti ai contraenti determinati da una cattiva manutenzione della pista – esemplare, in argomento, la seguente fattispecie processuale, laddove era rimasta adeguatamente accertata l'insussistenza di siffatto inadempimento, in virtù dell'esclusione della pericolosità della situazione creata dal gestore con la costruzione di una casetta di ricovero dell'erogatore di energia elettrica, necessaria per l'alimentazione dell'impianto di risalita, a breve distanza dallo spiazzo di fermata della pista a valle, nonché del nesso di causalità tra questa situazione e l'evento dannoso dedotto dal ricorrente, invero da lui stesso determinato alla stregua della imprudente velocità adottata lungo la discesa e nella parte terminale della pista, da cui era derivata la sua collisione con la piccola costruzione, con la produzione delle conseguenti lesioni per le quali era stata intentata l'azione risarcitoria:

"il contratto di ski-pass - che consente allo sciatore l'accesso, dietro corrispettivo, ad un complesso sciistico al fine di utilizzarlo liberamente ed illimitatamente per il tempo convenzionalmente stabilito - presenta i caratteri propri di un contratto atipico nella misura in cui il gestore dell'impianto assume anche, come di regola, il ruolo di gestore delle piste servite dall'impianto di risalita, con derivante obbligo a suo carico della manutenzione in sicurezza della pista medesima e la possibilità che lo stesso sia chiamato a rispondere dei danni prodotti ai contraenti determinati da una cattiva manutenzione della pista, sulla scorta delle norme che governano la responsabilità contrattuale per inadempimento, sempre che l'evento dannoso sia eziologicamente dipendente dalla suddetta violazione e non, invece, ascrivibile al caso fortuito riconducibile ad un fatto esterno al sinallagma contrattuale" - (Cass. civ., sez. III, 6 febbraio 2007, n. 2563, GCM, 2007, 2; DeG, 2007)

la responsabilità, peraltro, è da ritenersi di tipo contrattuale (o, al limite, disciplinata dall'articolo 2051 del codice civile:

"sia la ricostruzione della responsabilità del gestore di aree sciabili attrezzate in termini di responsabilità contrattuale sulla scorta del contratto atipico di "skipass", sia di quella diversa extracontrattuale ex art. 2051 c.c. per cosa in custodia, una volta accertato il nesso causale tra il danno e la violazione, da parte del gestore, di un suo obbligo di messa in sicurezza della pista, attribuiscono a tale soggetto l'onere della prova liberatoria" (Trib. Bolzano 21 maggio 2007, RCP, 2008, 4, 905)

e non ancorata alla disciplina prevista dall'articolo 2050 del codice civile (si confronti anche la pronuncia che segue, dove la Suprema Corte ha ritenuto che la corte di merito non avesse fatto corretta applicazione di tale principio, in quanto, a fronte di un infortunio su una pista da sci per principianti in cui una giovane e inesperta sciatrice si era fratturata il femore cozzando contro i paletti in ferro collocati dal gestore per delimitare l'area di uscita dalla pista, non aveva idoneamente accertato se la collocazione dei paletti da parte del gestore, con quelle modalità e in quel particolare luogo, avesse colposamente determinato una situazione di pericolo):

"la pericolosità di un'attività va apprezzata, per gli effetti di cui all'art. 2050 c.c., esclusivamente in relazione alla probabilità delle conseguenze dannose che possano derivarne e non anche in riferimento alla diffusione delle modalità con le quali viene comunemente esercitata, che ben potrebbero essere tutte e sempre inadeguate, senza per questo elidere i presupposti per l'applicazione della norma citata. In particolare, con riferimento alla gestione di un impianto sciistico, non è possibile escludere la pericolosità della suddetta attività perché coloro che praticano lo sci non adottano normalmente le cautele che sarebbero opportune, giacché così opinando si assumerebbe a parametro valutativo non già l'attitudine dell'attività a recare danno, bensì il grado di diligenza comunemente riscontrabile, laddove la questione da porsi è se, in relazione alle caratteristiche della pratica sportiva in esame, sia qualificabile come pericolosa l'attività di gestione dell'impianto con riferimento alla necessità di delimitazione della via di imbocco alla sciovia mediante materiali rigidi infissi nella neve su area sciabile e frequentata da sciatori inesperti" (Cass. civ., sez. III, 26 aprile 2004, n. 7916, GCM, 2004, 4; SI, 2004, 1282; GC, 2005, 12, I, 3120; GCM, 2004, 4; SI, 2004, 1282).

Nell'ambito dei sinistri che colpiscono il trasportato durante il viaggio in seggiovia, s'intendono ricomprese anche le operazioni accessorie quali la salita e la discesa dal mezzo,

"nell'ambito dei sinistri che colpiscono il trasportato durante il viaggio in seggiovia s'intendono ricomprese in tale contesto anche le operazioni accessorie quali la salita e la discesa dal mezzo e quelli che si verificano quando il trasportato, pur essendosi materialmente staccato dal veicolo, risenta ancora degli effetti residui del moto impressogli dal mezzo. Ai fini della configurabilità della responsabilità del vettore ai sensi dell'art. 1681, comma 1, c.c., è necessario che sussista un nesso di causalità tra il viaggio e l'evento dannoso"" (App. Milano 15 febbraio 2006, RCP, 2007, 5, 1149)

almeno sino all'adeguato sganciamento dal seggiolino; Tribunale di Torino, ad esempio, ritiene come il contratto, stipulato da uno sciatore con il gestore di un impianto di risalita, riguardi esclusivamente il servizio di trasporto a monte e non estende i suoi effetti anche alla successiva discesa eseguita dall'utente con autonomia di condotta:

"pertanto non sussiste una responsabilità contrattuale del gestore per l'infortunio subito dallo sciatore dopo lo sganciamento dal seggiolino e dopo aver percorso alcuni metri della pista in discesa. Infine deve escludersi anche una responsabilità extracontrattuale dello stesso gestore ex art. 2050 c.c., qualora si accerti che la situazione dei luoghi, nei pressi dell'arrivo della seggiovia non presentava alcuna insidia e l'infortunio era stato, pertanto, causato dall'imperizia dello sciatore" (Trib. Torino 23 aprile 1987, RGCT, 1989, 762).

E' stata esclusa la responsabilità contrattuale di una scuola di sci per le lesioni che un allievo abbia subito, nel corso di una lezione, ad opera di terzo investitore, su una pista aperta a tutti:

"deve escludersi la responsabilità contrattuale di una scuola di sci per le lesioni che un allievo subisca nel corso di una lezione ad opera di terzi che lo investa su una pista aperta a tutti ove il maestro del quale la scuola si avvale, si trovi nella materiale impossibilità di evitare l'evento dannoso e nel suo comportamento esulino profili di colpa" (Cass. civ., sez. III, 25 maggio 2000, n. 6866, GCM, 2000, 1109).

Il rapporto contrattuale, peraltro, suggerisce di non condividere pronunce quali la seguente, in aderenza al disposto dell'articolo 1218 del codice civile:

"in caso di infortunio sciistico, spetta all'allievo l'onere di provare la negligenza del maestro, l'erroneità o l'inadeguatezza della prestazione professionale ricevuta, nonché, oltre al danno, anche il nesso causale tra la colpa e il danno, mentre sul professionista grava l'onere di provare l'adeguatezza del proprio operato, oppure che l'imperfetta esecuzione della prestazione è dovuta a caso fortuito o forza maggiore" (App. Trento 18 aprile 2005, GC, 2005, 7/8, I,1788).

In tema di responsabilità civile per lesioni cagionate nel contesto di un'attività agonistica, possono considerarsi "partecipanti" non solo gli atleti in gara, ma anche tutti coloro che sono posti al centro o ai limiti del campo di gara per compiere funzioni indispensabili allo svolgimento della competizione (la fattispecie prodromica della pronuncia che segue è relativa a sinistro occorso ad un guardaporte che, durante una gara di sci di slalom gigante, era stato investito e colpito al volto da un concorrente uscito di pista a grande velocità);

"posto che in tema di responsabilità civile per lesioni cagionate nel contesto di un'attività agonistica, non possono considerarsi partecipanti solo gli atleti in gara ma anche tutti coloro che sono posti al centro o ai limiti del campo di gara per compiere una funzione indispensabile allo svolgimento della competizione, dei danni eventualmente sofferti da questi ultimi ad opera di un concorrente; rientranti nell'alea normale, non rispondono gli organizzatori, ove abbiano predisposto le normali cautele atte a contenere il rischio nei limiti confacenti alla specifica attività sportiva" (Cass. civ., sez. III, 27 ottobre 2005, n. 20908, FI, 2006, 5, 1465)

anche in tal frangente, la pericolosità va allegata e provata dal danneggiato (cfr., amplius, il capitolo diciassettesimo del volume: "Responsabilita' oggettiva e semioggettiva", Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012), ma si veda anche la seguente pronuncia, laddove la Suprema Corte, alla stregua del principio enunciato, ha confermato, "in parte qua", la decisione della Corte di merito, che, in riforma di quella del giudice di primo grado, aveva rigettato la richiesta ex art. 2050 c.c. di risarcimento dei danni subiti dall'attore appellato durante una gara sciistica, della cui organizzazione non era stata invocata la qualificazione come attività pericolosa "ex lege", escludendo l'applicabilità di detta norma per non essere stata fornita dallo stesso attore la prova della pericolosità della predetta attività di organizzazione):

"ai fini dell'accertamento della sussistenza della responsabilità ex art. 2050 c.c., il giudizio sulla pericolosità dell'attività svolta - ossia l'apprezzamento della stessa come attività che, per sua natura, o per i mezzi impiegati, rende probabile, e non semplicemente possibile, il verificarsi dell'evento dannoso da essa causato, distinguendosi, così, dall'attività normalmente innocua, che diventa pericolosa per la condotta di chi la eserciti od organizzi, comportando la responsabilità secondo la regola generale di cui all'art. 2043 c.c. - quando non è espresso dal legislatore, è rimesso alla valutazione del giudice di merito, insindacabile in sede di legittimità, ove correttamente e logicamente motivata. Rispetto a tale accertamento di fatto, l'onere di provare la sussistenza di un'attività pericolosa incombe su chi invoca l'applicazione dell'art. 2050 c.c." (Cass. civ., sez. III, 28 febbraio 2000, n. 2220, GCM, 2000, 492; FI, 2000, I, 1828; DResp, 2000, 614; RGPL, 2001, 743).

Si confrontino anche, in argomento, le seguenti pronunce, rilasciate in ambito di evento verificatosi in un'area destinata alla sosta e al transito degli sciatori verso il parcheggio (nella specie, in applicazione del riportato principio, la responsabilità del gestore è stata esclusa, atteso che l'evento dannoso si era verificato non lungo la pista di discesa o la zona di frenata, ma in un'area destinata alla sosta e al transito degli sciatori verso il parcheggio e gli impianti di risalita attigui, area nella quale lo sciatore danneggiato aveva fatto irruzione a velocità particolarmente elevata, non adeguata alle condizioni di luogo),

"in tema di responsabilità per custodia del gestore di un impianto di risalita su una pista da sci - che va accertata verificando in concreto la pericolosità dell'impianto - il caso fortuito che, a norma dell'art. 2051 c.c. esclude la responsabilità, può consistere anche nel comportamento dello stesso danneggiato " (Cass. civ., sez. III, 18 gennaio 2006, n. 832, GC, 2007, 6, 1516; GCM, 2006, 1, 42)

nonché la valutazione dell'esistenza, a margine della pista, di paletti in legno non imbottiti (nella specie, la Corte Suprema ha cassato la sentenza di merito, per non aver adeguatamente considerato che anche in una pista di lieve pendenza ed agevole tracciato, dotata di buona visibilità, l'esistenza di una recinzione sostenuta da paletti in legno non imbottiti può costituire, atteso lo stato dei luoghi e l'utilizzo della pista anche da parte di sciatori inesperti, un pericolo idoneo a provocare le lesioni dello sciatore):

"in una pista da sci frequentata da utenti dei più diversi livelli di capacità tecniche sono prevedibili la perdita dell'equilibrio e i movimenti incontrollati che ne derivano, sicché, ai fini della configurabilità di una responsabilità per custodia del gestore dell'impianto di risalita, essendo tutti gli ostacoli che vi siano posti astrattamente pericolosi, va verificata in concreto l'esclusione della pericolosità, in base sia alle caratteristiche degli stessi sia del materiale adoperato" (Cass. civ., sez. III, 10 febbraio 2005, n. 2706, GCM, 2005, 2; DResp, 2005, 837; GC, 2005, 7/8, I, 1787).



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