Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Gasparre Annalisa - 2015-06-30

RIFIUTO ATTI D'UFFICIO IN RELAZIONE ALL'ACCESSO AGLI ATTI - Cass. pen. 25941/15 - A.G.

- accesso agli atti ed estrazione copia

- rifiuto atti d'ufficio

- l'ignoranza della legge 241/90, nella parte in cui integra il precetto penale quanto a doveri dei pubblici ufficiali, non è scusabile

L'imputato era stato condannato perchè, in qualità di dirigente del settore urbanistico di un Comune, aveva consentito la sola lettura e non l'estrazione di copia di alcuni documenti inerenti a procedimenti amministrativi rispetto ai quali un cittadino aveva presentato istanza di accesso.

Il Dirigente deduce in Cassazione che le norme sull'accesso agli atti dei procedimenti amministrativi e, segnatamente, l'art. 10, l. n. 241/1990, riconoscono agli interessati, dopo l'avvio del procedimento, il solo diritto di prendere visione degli atti.

Lamentava inoltre che era inesigibile la sua conoscenza delle disposizioni in tema di procedimenti amministrativi, con particolare riguardo all'art. 25, l. n. 241/1990, dato che si era insediato quale dirigente tecnico solo pochi giorni prima, e da tale inesigibilità deriverebbe quantomeno l'assenza del dolo del delitto contestato.

La Suprema Corte ha ricordato la distinzione tra norme extrapenali non integratici del precetto e norme extrapenali integratici che devono perciò intendersi come legge penale. L'errore sulle norme integratrici non è scusabile come non lo è l'errore sulla legge penale ai sensi dell'art. 5 c.p., nei limiti in cui non si tratti di errore inescusabile (Corte Cost. n. 364/88). Le norme integratrici si inseriscono nel precetto penale e quindi l'errore non può essere scusato.

Diversamente, l'errore che cada sulle norme non integratrici esclude il dolo poiché si tratta di errore sul fatto.

La giurisprudenza è consolidata nel ritenere che le disposizioni che regolano l'operato e i doveri dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio hanno natura di norme extrapenali integratici della norma penale, di talché l'errore non è scusabile perchè si tratta di ignoranza della legge.

Per quanto riguarda il reato di omissione di atti d'ufficio, la fattispecie è integrata dalle norme che stabiliscono i doveri dei pubblici ufficiali: l'errore su queste non è scusabile e non può essere invocato utilmente. Tra queste norme vi è quella che disciplina l'accesso ai documenti amministrativi.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 31 marzo – 19 giugno 2015, n. 25941 - Presidente Agrò – Relatore Di Salvo

Ritenuto in fatto

1. C.S. e ricorre per cassazione avverso la sentenza della Corte d'appello di Lecce-Sez. dist. di Taranto, in data 28-4-2014, con la quale, in riforma della sentenza assolutoria di primo grado, è stata affermata la penale responsabilità dell'imputato in ordine al reato di cui all'art. 328 cod. pen. perché, nella sua qualità di dirigente del settore urbanistico del Comune di M.F., a seguito di istanza di prendere visione e di estrarre copia dei documenti inerenti ai procedimenti amministrativi relativi alla società ___ Immobiliare, presentata da L.A., consentiva la lettura ma non l'estrazione di copia di una relazione, non ottemperando nemmeno al sollecito in tal senso e neppure giustificando le ragioni dei ritardo.

2. II ricorrente deduce violazione dell'art. 328 cod. pen. e vizio di motivazione, poiché l'art. 10 della I. 241/1990 riconosce agli interessati, una volta avviato il procedimento, il diritto di prendere visione degli atti ma non di estrarne copia. Il C. si è dunque attenuto a tale disposizione, consentendo all'interessato di prendere visione degli atti dopo appena quattro giorni dalla ricezione dell'istanza, ritenendo che il diritto ad ottenere copia degli atti sorga soltanto a seguito dell'adozione del provvedimento conclusivo del procedimento, come era stato riconosciuto dallo stesso L., nella missiva inviata al Comune di M.F., il 17 marzo 2010. Peraltro la relazione in questione era stata accantonata dai vari dirigenti succedutisi nella direzione dell'ufficio, che non ne condividevano il contenuto. Né poteva pretendersi da un dirigente dell'ufficio tecnico comunale, ad appena 11 giorni dal suo insediamento, la conoscenza dell'art. 25 I. 241/90. Di talchè non è ravvisabile il dolo del reato di cui all'art. 328 cod. pen., in quanto Il C. non aveva alcuna coscienza e volontà di tenere una condotta contra ius, potendosi, al più, riscontrare,nel suo comportamento, una mera inerzia e non un rifiuto. Si chiede pertanto annullamento della sentenza impugnata.

Considerato in diritto

Le doglianze formulate sono manifestamente infondate. Si distingue, infatti, in giurisprudenza, tra norme extrapenali non integratrici del precetto, ossia disposizioni destinate,in origine, a regolare rapporti giuridici di carattere non penale, non richiamate, neppure implicitamente, dalla norma penale, e norme extrapenali integratrici dei precetto, che, essendo in esso incorporate, sono da considerarsi legge penale, per cui l'errore su di esse non scusa, ai sensi dell'art 5 cod. pen., salvo che si tratti di errore inevitabile, conformemente al dictum di Corte cost. 24-3-1988, n. 364. Vi sono infatti leggi extrapenali integratrici, che concorrono, con la norma incriminatrice, alla definizione del singolo tipo di illecito, integrandone la descrizione legale, mediante l'aggiunta o la specificazione di elementi da intendere come essenziali; o che contribuiscono, in vario modo e in diversa misura, a determinare il contenuto dei comando o dei divieto (Cass., Sez 5, 1°-7-1975,Saia,Rv. 132026); o che, anche se non richiamate espressamente da una norma penale, la integrano logicamente (Cass. Sez 3,30-6­1972, Lovatelli,Rv. 122205) o, infine, che vengono attratte nell'ambito di una norma penale,per effetto di un rinvio recettizio (Cass., Sez 6, 11-12-1970, Funaro, Rv.116579 ). E vi sono invece leggi extrapenali non integratrici, le quali non aggiungono o specificano nulla al tipo di illecito, non lo arricchiscono di alcun contenuto, non contribuiscono ad esprimere il senso del divieto. Soltanto l'errore che cade sulle norme non integratrici esclude il dolo, trattandosi di errore sul fatto, a norma dell'art. 47, comma 3, cod. pen. (ex piurimis, Cass., Sez 5, 20-2-2001, Martini; Sez 5, 11-1-2000, Di Patti; Sez 6, 18-11-1998, Benanti), non anche quello che cade su norme integratrici. Queste ultime, infatti, inserendosi nel precetto, ad integrazione della fattispecie criminosa,concorrono a formare l'obiettività giuridica dei reato, con la conseguenza che l'errore che ricade su di esse non può avere efficacia scusante, al pari dell'errore sulla legge penale vera e propria (Cass., Sez. 4, 30-10-2003, n. 14819, Rv. 227875). Si è quindi precisato, in giurisprudenza, che deve essere considerato errore sulla legge penale-e quindi inescusabile-sia quello che cade sulla struttura del reato sia quello che incide su norme, nozioni e termini propri di altre branche dei diritto, introdotti nella norma penale in via di integrazione della fattispecie astratta (Cass., Sez. 3, 15-5-1985, Tauro). In quest'ottica, si è, in giurisprudenza, ritenuto che le disposizioni legislative che disciplinano l'operato e i doveri dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio hanno natura di norme extrapenali integratrici (Cass., Sez 6, 18-11-1998, Benanti), onde l'errore su di esse non assume efficacia scriminante, risolvendosi in ignoranza di legge che, pur non avendo carattere penale,è richiamata e recepita dalla legge penale e, in definitiva, in un errore sull'antigiuridicità della condotta (Cass., Sez. 4, 20-4-1983, Bruno, Rv. 160995). Poiché dunque le leggi che stabiliscono i doveri dei pubblici ufficiali integrano il precetto della norma che prevede il reato di omissione di atti d'ufficio, alla loro erronea interpretazione non può essere applicata la disciplina dettata dall'art. 47, comma 3, cod. pen, poiché l'art. 328 cod. pen. recepisce ogni violazione delle regole riguardanti l'attività dei singoli pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio (Cass., Sez 6, 28-6-1989,Giordano, Rv. 181944).

2. Non vi è alcun dubbio che tra le norme che disciplinano l'attività dei pubblici ufficiali rientri il disposto dell'art. 25 I. 241/90, che, stabilendo che il diritto di accesso si esercita mediante l'esame e l'estrazione di copia dei documenti amministrativi, costituisce, in capo ai pubblici ufficiali, il dovere di consentire sia l'uno che l'altra. L'ignoranza del contenuto precettivo della suddetta norma si risolve pertanto in ignoranza della legge penale, alla quale non può in alcun modo annettersi efficacia esimente, non trattandosi certamente, in considerazione della chiarezza della norma e della qualificazione tecnico-professionale di un pubblico ufficiale, per di più con funzioni dirigenziali, di una disposizione la cui ignoranza possa essere considerata inevitabile.

2. Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile, a norma dell'art. 606, comma 3, cod. proc. pen., con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro mille, determinata secondo equità, in favore della Cassa delle ammende, nonché a rifondere alla parte civile le spese sostenute, che si ritiene congruo liquidare in euro duemilacinquecento, oltre IVA e CPA.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di e. 1000,00 in favore della cassa delle ammende nonchè a rifondere le spese sostenute dalla parte civile che liquida in euro 2.500,00 oltre IVA e CPA.



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